«Siamo un mondo sull'orlo dell'abisso e invece di invertire la rotta su quell’orlo costruiamo. Niscemi è la metafora perfetta di questa condizione. Ma potremmo dire che lo è anche Caulonia come un tempo lo è stata Africo. Fin quando ci affideremo alla provvidenza politica che in realtà lavora per spingerci in quel burrone, per prendere ancora da questa terra quello che resta, lo scenario sarà quello di una Calabria che si smarrirà, diventando un mondo altro da sé stessa».

Gioacchino Criaco, scrittore nato ad Africo e da tempo residente a Milano, guarda con lucida amarezza ai territori evidentemente flagellati dall’assenza di cura e di responsabilità e da politiche miopi e inadeguate prima ancora che dal maltempo delle ultime settimane e dai galoppanti (ampiamente previsti) cambiamenti climatici. 

Dell’Aspromonte, che porta nel cuore, negli occhi e in punta alla sua penna, ha raccontato la luminosa dimensione ancestrale e primigenia e scrutato gli angoli più bui. Oggi il suo sguardo si cala in un presente che gli sembra avaro di futuro e che rischia seriamente di smarrire ogni traccia del passato.

«Non abbiamo lottato abbastanza»

«Chi c’era prima di noi per migliaia di anni e fino a pochi decenni fa, aveva conservato la nostra Calabria e il suo paesaggio, li aveva custoditi. Noi - racconta Gioacchino Criaco - che abbiamo preso il testimone non siamo stati in grado di continuare quella lotta e quindi tutto è diventato preda di speculazioni, cemento, andando incontro a disastro e devastazione.

Le prospettive, che oggi ci vengono presentate come le uniche possibili e salvifiche, sono tutte basate su manufatti che porteranno solo altra distruzione. Se penso al ponte, ai rigassificatori, all'eolico per come viene concepito sul territorio, vedo una terra che va incontro alla distruzione mentre la nostra azione non riesce a deviare questo andamento.

Avevamo ricevuto in eredità una terra meravigliosa, con un paesaggio di rara bellezza. Una terra custodita, dove tutto era stato iniziato con la speranza di poterlo vedere finito, assistendo così al ritorno, di chi intanto fosse partito, e alla riunione della famiglia. Una speranza infranta dalla realtà di promesse ingannevoli, di soldi arrivati e già finiti senza completare nulla e dal miraggio di altri fondi da spendere», racconta ancora Gioacchino Criaco.

Proprio quel copione si ripete da decenni. Drammaticamente lo vediamo riproporsi anche adesso all’indomani di Harry, la tempesta mediterranea che ha assaltato le coste del Sud rendendo evidenti e aggravando le ferite di un territorio fragilissimo, risparmiando sulla terraferma le vite che invece ha inghiottito in mare aperto. Oltre mille migranti dispersi in pochi terribili giorni.

Annunciati fondi, non solo insufficienti ma che non saneranno, se non apparentemente e a breve termine, le reali e profonde ferite della nostra terra. Serviranno per tamponare la situazione in una Calabria, secondo lo scrittore, dal destino tragicamente segnato.

Il ritorno negato

«C’è una parte della classe dirigente che da anni sa ed è cosciente che la vita della sua discendenza si svolgerà altrove. Mentre noi che siamo fuori, tutto quello che riusciamo a produrre lo proiettiamo giù nella speranza di un ritorno, c'è una classe dirigente che non rema nella stessa direzione. Quindi – sottolinea Gioacchino Criaco – ci sono due coscienze di tipo diverso e c’è una classe dirigente che non crede nel futuro della terra che governa e che con le sue scelte ne decreta la fine. Noi torneremo fino a quando loro non andranno via, non può essere altrimenti. Fino a quando sarà presente questa classe dirigente non ci sarà ritorno, ma soprattutto non ci sarà il futuro che questa terra avrebbe dovuto avere.

Con questo non intendo esimermi dalle mie responsabilità. Qui tutti abbiamo colpe perché, evidentemente, non abbiamo lottato abbastanza. Non lo abbiamo fatto con esito. Ognuno di noi si è fatto un alibi: chi non aveva un lavoro, chi non poteva studiare, chi non aveva la giustizia, chi non aveva sanità ma in realtà questa resa è la colpa grande della maggior parte di noi. E chi è rimasto non è comunque riuscito a incidere.

Se una battaglia fondamentale che è quella per la sopravvivenza di una terra si perde, come noi stiamo facendo, significa che non abbiamo saputo combattere come la nostra terra avrebbe meritato.

Ognuno di noi si deve assumere la sua responsabilità e io per parte mia faccio lo stesso. Non ho lottato abbastanza o non ho lottato nel modo giusto visto che non sto producendo il cambiamento che è quello che anche gli intellettuali devono fare. Se io scrivo da vent'anni e in vent'anni alla fine non ho prodotto quello che prefiggevo, cioè un'inversione di tendenza, anche io ho sbagliato».

Un’analisi dura e severa che non lascia spiragli se non quello di un’azione, colpevolmente tardiva, che resta ancora da intraprendere. La trasformazione epocale e irreversibile è in atto, secondo lo scrittore. Occorre una decisa inversione di tendenza che la politica non riconosce come priorità, che gli intellettuali non hanno saputo sollecitare in modo efficace e che i calabresi, quelli emigrati e quelli rimasti, non sono stati in grado di mettere in campo per arginare un processo di incuria e progressiva distruzione, deviando quella rotta.

Tutto un mondo destinato a scomparire

«Stiamo andando dritti verso la scomparsa della Calabria dalla quale veniamo e alla quale non abbiamo fatto ritorno, verso la sua dissoluzione in altri mondi.
L’esito lampante dei nostri errori è questa classe dirigente mediocre che lavora per il sottosviluppo, per il non ritorno, per il non rimanere. Questa è la verità. Essa accompagna questo funerale con una progettazione ad hoc, aiutano il nostro mondo a sparire e si presentano come i salvatori. Questo è l'inganno – spiega Gioacchino Criaco - che mi sono speso per smascherare con la letteratura. Volevo che ci fosse una comprensione per favorire la consapevolezza ma in concreto. Forse ho aiutato a capire e a conoscere ma questo non ha cambiato nulla. Non è bastato. E abbiamo avuto Niscemi e Caulonia, come in passato Africo e Cavallerizzo, senza che nessuno sia stato capace di impedirlo.

La distruzione di Africo – ricorda lo scrittore - è partita così. C’era un piccolo smottamento al qualche nessuno ha dato importanza e ha posto rimedio. Quando la pioggia non ha dato scampo alcuno, quello smottamento ha generato un disastro. E in quel momento noi siamo finiti come popolo, non siamo più esistiti.

La sopravvivenza è un'altra cosa dalla vita. Non si è più quel popolo, non si è più quel mondo. Si diventa altro. Il Sud non morirà perché moriremo tutti, anche se la problematica demografica esiste ed è anch’essa concreta, ma perché sparirà sommerso e immerso in altri mondi e in altre culture.

Ci stiamo sciogliendo in modelli diversi, stiamo finendo in un altrove che ci inghiottirà completamente. Non basta più quanto si stia cercando di fare per opporsi a questo processo. Salvare la biblioteca di Niscemi e il suo prezioso patrimonio librario è importantissimo ma gli appelli non bastano più. Ci vuole il corpo lì, in quei luoghi della distruzione, ci vuole il corpo per salvare il mondo che della Calabria è destinato a scomparire. Quel mondo che avevamo avuto in consegna e che non siamo stati capaci di custodire».

Narratore e scrittore del Sud, che al Sud torna per incontrare la sua Gente in Aspromonte, Gioacchino Criaco riconosce l’attuale immobilismo del popolo calabrese che aspetta. «Aspettiamo senza sapere nemmeno cosa più attendere. Aspettiamo che succeda qualcosa che ci risolva. Ma siamo arrivati a un punto che per risolvere le cose non basta cercare consolazione. Occorre un'azione cosciente, responsabile consapevole».

Il non finito calabrese 

La mancanza di futuro, la mancanza di progetti e di investimento, la mancanza di quella cura amorevole che davvero risana è profondamente legata al “non finito calabrese” per Gioacchino Criaco chiave essenziale per comprendere il tutto, per comprendere la Calabria, il nostro mondo e il Sud.

«Sono stato aiutato da Angelo Maggio, il ferroviere con l’hobby per la fotografia, a scoprire che il non finito calabrese, al quale lui ha dedicato il bellissimo progetto Cemento Amato, è un fatto culturale e non sub culturale. Esso incide dal punto di vista estetico, però a un certo punto diventa il paesaggio. Il nostro paesaggio.

Il nostro mondo senza il “non finito” – racconta ancora Gioacchino Criaco -non sarebbe tale. Esso incarna quella speranza del ritorno, tradita da chi non ha finito. Di fatto è quel non finito l’anello di congiunzione con il mondo che stiamo disperdendo per sempre. Vi è dunque una filosofia alta dietro di esso, altro che subcultura. Io sono nato e cresciuto in una casa non finita. Quello è il mio paesaggio. Quello che sogno – conclude Gioacchino Criaco – lo sogno dentro quella casa non finita. Non saprei più dire oggi se avessi voluto che quella casa fosse finita per restarci. Quello che posso dire è che non saprei rinunciarvi».

Processione ad Africo