Ci sono pagine della storia che hanno avuto bisogno di decenni prima di trovare il proprio posto nella memoria collettiva. Quella degli Internati Militari Italiani è una di queste. Centinaia di migliaia di uomini che, dopo l’8 settembre 1943, furono catturati e deportati dai tedeschi e che, di fronte alla possibilità di tornare liberi aderendo alla Repubblica Sociale Italiana e continuando a combattere al fianco della Germania nazista, opposero il proprio rifiuto. Una Resistenza senza armi, consumata nei campi di prigionia e di lavoro, rimasta per troppo tempo ai margini del grande racconto della Liberazione.

È a questa memoria che Salice, frazione della periferia nord di Reggio Calabria, ha dedicato una giornata di ricordo in occasione della Giornata nazionale degli Internati Militari Italiani, istituita dalla Repubblica per il 20 settembre. L’iniziativa, promossa dall’ANPC, l’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, sezione provinciale di Reggio Calabria «Salvo D’Acquisto», insieme all’ANEI, ha riportato al centro non soltanto una pagina della storia nazionale, ma le vite e i nomi di chi quella storia l’ha attraversata sulla propria pelle. A essere ricordati sono stati in particolare Francesco Borrello, Francesco Calabrese e Francesco Pellegrino, militari legati alle comunità di Salice e Rosalì, attraverso testimonianze, documenti, una lettera e il racconto dei familiari.

«L’ANPC, in tutte le occasioni in cui è possibile farlo, promuove il ricordo degli Internati Militari Italiani e di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà di questo Paese», spiega Gianluca Tripodi, presidente dell’ANPC di Reggio Calabria. Un impegno che trova proprio nella ricorrenza nazionale un punto fermo, perché dietro la scelta degli IMI c’è una delle forme meno raccontate della Resistenza italiana. «Per noi è fondamentale ricordare quelle resistenze taciute che per decenni sono finite nell’oblio. Per gli Internati Militari Italiani sono stati cinquant’anni di oblio: soltanto dalla metà degli anni Novanta hanno avuto finalmente tempo e modo di essere portati alla luce».

Un ritardo enorme rispetto alla dimensione di una vicenda che coinvolse centinaia di migliaia di italiani. Storie rimaste a lungo confinate nei ricordi privati, custodite dentro le case, nelle lettere, nelle fotografie e nei racconti tramandati tra generazioni. Oggi, sottolinea Gianluca Tripodi, quel patrimonio appartiene all’intero Paese: «Le loro centinaia di migliaia di storie, piccole e grandi, sono ormai patrimonio nazionale, patrimonio condiviso, memoria di tutti. Un Internato Militare Italiano non appartiene soltanto alla propria famiglia, ma a quella grande famiglia che è questo Paese».

Dentro quella scelta compiuta ottant’anni fa Tripodi individua valori che non possono essere confinati alla dimensione celebrativa: l’amor di patria, il rispetto del giuramento prestato, l’onore, la coerenza e il coraggio di rimanere fedeli a una decisione anche quando il prezzo da pagare può essere la propria vita. Una memoria che per il presidente dell’ANPC reggina ha anche un significato profondamente personale. «Io stesso sono nipote di un Internato Militare Italiano che non è ritornato. I fatti ci hanno consegnato 50 mila morti e tutti coloro che hanno sofferto ciò che hanno sofferto possono essere soltanto un monito: la libertà non è un regalo, i diritti non sono un regalo e vanno difesi e coltivati ogni giorno».

A Salice le grandi cifre della storia hanno lasciato spazio ai nomi, alle parole scritte da chi era lontano da casa, ai ricordi conservati dai discendenti. «Sono momenti nei quali, oltre a fare memoria, si trasmettono queste vicende alle giovani generazioni. La lettera letta, il ricordo del nipote, le piccole e grandi storie di quel tempo diventano un esempio per tutti». Il destinatario principale di questo lavoro, per l’ANPC, resta infatti il mondo della scuola: raccontare ai ragazzi ciò che accadde significa sottrarre definitivamente quelle vite all’oblio e trasformare una memoria familiare in coscienza collettiva.

Alla commemorazione hanno partecipato, con il Presidente ANPC Tripodi e la vicepresidente Violante, Bruno Germano, vicepresidente della Terza Circoscrizione Reggio Nord, insieme al consigliere Montechiarello; il presidente dell’ANEI Nicola Marazzita; Mimmo Bova, rappresentante locale dell’Associazione Nazionale Sommergibilisti; Pino D’Amico, in rappresentanza dell’Associazione Nazionale Carristi, oltre ai rappresentanti di Nuova Solidarietà, all’avvocato Francesca Gangemi, presidente dell’associazione In Cammino, e all’associazione Calliurghia. All’iniziativa ha partecipato anche Giuseppe Giordano, consigliere del Municipio Reggio Nord, ricordando il sacrificio degli Internati Militari Italiani: «In Calabria furono circa 3.700, un migliaio nel territorio metropolitano di Reggio Calabria», richiamando il ruolo delle istituzioni nel trasmettere questa memoria alle nuove generazioni e tutelarne i luoghi simbolo, garantendo decoro a monumenti e steli dedicati ai caduti.

A distanza di oltre ottant’anni dall’8 settembre, il senso della giornata celebrata a Salice sta allora proprio nel riportare quelle scelte fuori dagli archivi e dalle sole memorie familiari. Cinquant’anni di silenzio hanno già separato gli Internati Militari Italiani dal riconoscimento che la loro storia meritava. Oggi ricordarli significa consegnare soprattutto ai più giovani ciò che resta del loro «no»: la consapevolezza che libertà e diritti, una volta conquistati, hanno bisogno di qualcuno disposto a custodirli.