L'enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, pubblicata il 15 maggio e presentata lunedì 25, viene letta soprattutto come un grande documento etico e teologico. E lo è. Ma dentro quelle pagine c'è anche una lettura sorprendentemente tecnica di che cosa sia, davvero, l'intelligenza artificiale incardinata nella nostra quotidianità: una lettura che merita di essere isolata, perché tocca un terreno che riguarda tutti, e in modo particolarissimo i più giovani: il modo in cui apprendiamo, conosciamo e ci formiamo un pensiero.

Partiamo da come l'enciclica descrive la tecnologia. I sistemi di IA, scrive Leone XIV, sono oggi più «coltivati» che «costruiti»: gli sviluppatori creano «un'architettura sulla quale l'IA "cresce"», ma «aspetti scientifici fondamentali [...] rimangono al momento sconosciuti» perfino a chi li progetta (n. 98). E soprattutto: questi sistemi imitano alcune funzioni dell'intelligenza umana, spesso superandola «per velocità e ampiezza di calcolo», ma «non capiscono ciò che producono» (n. 99). Quando "apprendono", lo fanno in modo radicalmente diverso da noi: non attraverso l'esperienza, gli errori, il tempo, ma con «un adattamento statistico a partire da dati».

Tenuto a mente questo, vorrei usare un'immagine che ho già adoperato in passato e che mi pare la chiave del problema: lo sparring partner. Nello sport da combattimento, lo sparring partner è colui con cui ti alleni: lo affronti, ti misuri, impari dai colpi che incassi, e l'obiettivo finale è batterlo, lui stesso sa di salire sul ring per essere battuto. In quel rapporto tu resti il protagonista della tua crescita: l'avversario serve ad allenarti, non a sostituirti. Per un certo periodo abbiamo usato così l'intelligenza artificiale: uno strumento da interrogare per verificare un'idea, affinare un testo, mettere alla prova un ragionamento già nostro.

Qualcosa, però, sta cambiando. E l'enciclica lo coglie con precisione. Nell'uso personale dell'IA, avverte il Papa, agiscono tre meccanismi insidiosi: «la facilità di ottenere il risultato, l'impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Il primo ci abitua «a delegare troppo e a cercare risposte pronte, indebolendo il giudizio personale e la creatività». Il secondo ci fa dimenticare che quelle risposte «riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati». È qui che lo sparring partner cambia natura. Quando la risposta arriva prima ancora che la domanda si sia formata, smettiamo di allenarci contro di essa: cominciamo a obbedirle. L'avversario per l’allenamento e la nostra crescita diventa il maestro. Anzi, l'autorità.

Faccio un esempio concreto, di quelli che vediamo ogni giorno. Uno studente chiede all'IA di "spiegargli" un argomento e ne ricopia la sintesi. Ha ottenuto un risultato corretto, magari ottimo. Ma ha appreso l'output, non il percorso: non ha sbagliato, non ha dovuto collegare, non ha faticato. L'enciclica descrive con esattezza l'esito di questo processo moltiplicato per milioni di volte: si formano persone che «"sanno molte cose" ma faticano a dare un orientamento alla propria vita», incapaci «di connettere le informazioni e le conoscenze» e di non perderne «l'orizzonte di senso» (n. 146). È la differenza, antica e decisiva, tra informarsi e conoscere. La conoscenza non è la somma delle informazioni: è la capacità di tenerle insieme, di gerarchizzarle, di giudicarle. E il giudizio, lo spirito critico, non è un dato che si scarica: è un muscolo che cresce solo con l'attrito. Rischiamo così di smettere di essere un insieme di intelligenze connettive e cognitive, che fanno rete, ordinano idee, mettono in relazione mondi e innovano attraverso la contaminazione.

Perché tutto questo pesa di più sui giovani e i giovanissimi? Perché un adulto con una mente già formata possiede un proprio modello culturale strutturale: una griglia di conoscenze, esperienze e valori contro cui misurare ciò che l'IA gli propone (o almeno così dovrebbe essere…). Può ancora trattarla da sparring partner. Un ragazzo di quattordici anni quella griglia non l'ha ancora costruita. Riceve l'output senza avere gli strumenti per contestarlo, e quindi non lo affronta: lo assorbe per mera comodità e pigrizia. La macchina non diventa per lui un avversario di allenamento, ma la voce che gli dice com'è fatto il mondo. L'enciclica ricorda che «ogni tecnologia educa chi la utilizza» (n. 140) e che la letteratura psicologica documenta ormai con insistenza come un'esposizione precoce e non mediata incida «su sonno, attenzione, regolazione emotiva e relazioni» (n. 141). La cultura dell'immediatezza e dell'iperstimolazione, scrive il Papa, «alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità» (n. 139). Già Platone, come cita l'enciclica, ricordava che le cose più profonde si imparano «solo dopo molto tempo e molta fatica», sfregando i concetti tra loro «come pietre focaie» finché non scocca la scintilla della comprensione. Finché il nostro cervello non trova la chiave e non ha la memoria fisica, quasi muscolare, del percorso fatto per arrivare all’obiettivo.

Qui il problema, da pedagogico, diventa culturale e politico. Se un'intera generazione apprende senza conoscere, qualcuno finirà per fornirle i modelli che non si è costruita da sé. L'enciclica è esplicita: chi dispone di grandi risorse tecniche ed economiche ha «un'importante capacità di indurre cambiamenti culturali» e di convincere molte persone «su quale sia la verità sull'essere umano, sul mondo, sul senso dell'esistenza, sulla famiglia, persino su Dio» (n. 133). E avverte che non basta chiedere un'IA "allineata" ai valori umani, se «questa morale è decisa da pochi»: diventerebbe «l'infrastruttura invisibile dei sistemi» (n. 107). Come vediamo non si tratta di una lettura teologica, seppure in alcuni passaggi è chiaro il messaggio in primis alla Chiesa, ai vescovi che in queste ore si riuniranno a Roma nell’annuale incontro della CEI e poi al mondo dei fedeli, Papa Prevost parla alla società di aspetti socio-culturali, che colpiscono il cattolicesimo e la religione, ma oltre essa toccano tutti gli aspetti dell’agire e del vivere umano, ad ogni latitudine e in ogni condizione economica.

È esattamente lo scenario che alcuni teorici della Silicon Valley non temono affatto, anzi auspicano. Penso al modello della "Repubblica tecnologica" descritto da Alexander Karp, amministratore delegato di Palantir, nel libro scritto con Nicholas Zamiska, ormai manifesto dell'universo di cui Peter Thiel è finanziatore e ideologo: una società in cui un'élite tecnologica, saldata al potere, ridefinisce le infrastrutture cognitive e valoriali della collettività. Il punto che mi preme sottolineare è che questo esito non ha il volto di una dittatura fantascientifica. Ha il volto, molto più quieto, di una società che delega, giorno dopo giorno, senza accorgersene, le proprie categorie di pensiero a qualcosa che è “straniero alla terra”. Come ha scritto il prof. Eugenio Iorio in una lucida analisi della stessa enciclica, il rischio è smettere di interpretare il mondo per limitarci a eseguirlo, come utenti di un'interfaccia pervasica. La verità non viene censurata: viene semplicemente sostituita da ciò che funziona meglio statisticamente, perché questo fa oggi un’intelligenza artificiale, qualsiasi essa sia.

La buona notizia è che l'enciclica non si ferma alla diagnosi. La risposta che indica non è tecnologica né soltanto giuridica: è educativa. Serve un'«alleanza educativa» tra famiglia, scuola e istituzioni (n. 147); serve una «igiene dell'attenzione» fatta di «silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato» (n. 146); serve, dice testualmente il Papa, «educarci a digiunare dall'IA» (n. 140). E serve restituire alla scuola il suo compito primario: che non si limita ad inseguire la velocità del digitale, ma offrire «ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili» (n. 147).

Prendendosi il tempo di leggere queste 47 pagine, senza fretta e senza farle sintetizzare ad un’AI, la domanda non è se l'intelligenza artificiale sia buona o cattiva. La domanda è se sapremo continuare a trattarla come uno sparring partner, un avversario che ci allena e ci rende più forti, o se la lasceremo diventare il maestro che non ci insegna nulla, anzi che pensa al posto nostro. Per i nostri ragazzi, e per una regione come la Calabria dove il divario digitale rischia di sommarsi a tutti gli altri divari, è una delle partite più importanti. E si gioca, oggi, nelle aule di scuola, nelle nostre famiglie. E questa partita non la possiamo perdere, serve l’impegno di tutti, partecipazione e cooperazione, perché l’AI non è un demone, ma può renderci zombie.