Nell’economia contemporanea la comunicazione non è più un elemento accessorio dell’attività imprenditoriale. È parte integrante del lavoro, soprattutto per chi opera nei mercati finanziari, negli investimenti e nella gestione di capitali rilevanti. Ogni esposizione pubblica incide sulla percezione di affidabilità, sulla credibilità presso stakeholder e controparti, sulla solidità complessiva del profilo decisionale.

In questo senso, l’intervista televisiva di Leonardo Maria Del Vecchio a Otto e Mezzo rappresenta un caso di studio utile non per giudicare una persona, ma per analizzare come una comunicazione non governata possa trasformarsi rapidamente in un fattore di rischio.

Perché non tutte le platee sono uguali

La televisione generalista non è un ambiente neutro. I format di approfondimento politico non sono pensati per raccontare visioni industriali complesse, ma per mettere sotto stress identità, coerenza e capacità di risposta. In questi contesti, la profondità lascia spazio alla sintesi, e la complessità viene tradotta in segnali immediati: sicurezza, ritmo, chiarezza, controllo.

La scelta del contenitore, dunque, è già comunicazione. Esporsi in un contesto inadatto significa accettare un frame narrativo che difficilmente può essere ribaltato in corso d’opera. Quando l’intervista è costruita attorno alla domanda “chi sei?”, il rischio è che il confronto si trasformi in un esame, più che in un racconto di visione.

L’errore originario: esporsi senza un’architettura narrativa

Il problema principale non risiede nelle singole risposte, ma nell’assenza di una struttura comunicativa chiara. La comunicazione efficace non coincide con l’affabulazione o con la spontaneità, ma con un’architettura: pochi concetti chiave, una gerarchia di messaggi, una rotta riconoscibile a cui ricondurre anche le domande più scomode.

Quando questa architettura manca, l’intervista viene subita. E dove non c’è una narrazione governata, il vuoto viene riempito da interpretazioni esterne. È un meccanismo tipico della comunicazione contemporanea: se il soggetto non presidia il racconto, lo faranno altri, spesso riducendolo a etichette semplificanti come “impreparato”, “freddo”, “insicuro”, indipendentemente dal valore reale del progetto imprenditoriale.

Quando una frase può bruciare valore

Nei mercati dei capitali, una frase fuori posto non è mai irrilevante. Non perché produca necessariamente un danno immediato, ma perché incide sulla percezione di affidabilità. La reputazione è un capitale intangibile che richiede tempo per essere costruito e pochissimo per essere messo in discussione.

Ciò che viene valutato non è solo la bontà delle operazioni, ma la prevedibilità del profilo decisionale: capacità di reggere la pressione, coerenza tra parole e azioni, disciplina. Una comunicazione percepita come incerta o improvvisata alimenta il dubbio più temuto dai mercati: l’imprevedibilità. Ed è su questo terreno che anche una singola uscita può trasformarsi in un costo reputazionale.

Eredità, esperienza e tempi della credibilità

Il tema dell’eredità rende il quadro ancora più delicato. Ereditare non è una colpa, ma non è nemmeno un acceleratore automatico di credibilità. L’autorevolezza non si eredita: si costruisce nel tempo. Il passaggio generazionale è uno dei momenti più fragili nella vita di un’impresa, proprio perché espone a confronti inevitabili con il fondatore.

Anticipare l’esposizione pubblica, in questa fase, può risultare controproducente. Non per mancanza di titolo a parlare, ma perché la scena mediatica non ammette apprendistati. La voglia di dimostrare, se non accompagnata da una piena maturità comunicativa, rischia di rafforzare stereotipi e pregiudizi, anziché superarli.

Difese emotive e critiche tecniche: due piani distinti

Molte reazioni di sostegno si sono concentrate sul merito industriale: la volontà di investire in Italia, l’impiego di capitale paziente, l’impegno in settori diversi. Elementi legittimi e rilevanti, ma che appartengono a un piano diverso rispetto alla performance comunicativa.

Confondere l’etica dell’investimento con l’efficacia dell’esposizione pubblica impoverisce il dibattito. Allo stesso modo, trasformare un’intervista debole in una sentenza sull’imprenditore significa sovraccaricare l’episodio di un peso che non ha. La lettura adulta sta nel separare i piani: riconoscere il merito industriale non impedisce di registrare un errore comunicativo.

Il capitale non improvvisa, nemmeno quando può permetterselo

L’idea che la solidità economica consenta leggerezze comunicative è fuorviante. Più capitale si gestisce, maggiore dovrebbe essere la disciplina. L’improvvisazione non è un segno di libertà, ma una vulnerabilità strategica. La comunicazione, in questi casi, è una competenza gestionale a tutti gli effetti, necessaria per proteggere il perimetro del progetto e la sua credibilità.

Serietà prima della visibilità

Il caso Del Vecchio, al netto delle polarizzazioni, restituisce una lezione chiara: l’esposizione pubblica è una scelta, non un obbligo. E come ogni scelta professionale va preparata. Nei mercati dei capitali la comunicazione non è un vezzo, ma un rischio operativo. Si può correggere, migliorare, imparare. Ma solo riconoscendo che parlare, quando si rappresentano investimenti e potere economico, non è mai un gesto leggero. E che, in certe partite, la serietà deve venire prima della visibilità.

*Esperto di Marketing e Comunicazione per le PMI e di Marketing Territoriale e Valorizzazione Culturale per la PA