Quanto è accaduto in questi ultimi giorni non è una disputa interna al cattolicesimo. Non si tratta di tornare alla messa in latino, né di una questione limitata a un gruppo di tradizionalisti. C’è qualcosa di più, e di ben più grave. Quanto è avvenuto, in aperta sfida al Papa di Roma, ruota attorno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da Marcel Lefebvre, in aperto contrasto con Paolo VI. Questa sfida è uno dei segnali politici più inquietanti del nostro tempo: non è altro che il tentativo dell’estrema destra internazionale di costruirsi una religione a propria immagine e somiglianza.

A giocare la parte più importante è soprattutto l’estrema destra americana di matrice trumpiana che, unita a movimenti nazionalisti, identitari e neofascisti europei, cerca legittimazione in una fede antica e potente, che non ammette discussioni e che si impone con forza e autorità.

La decisione del Vaticano di dichiarare nuovamente lo scisma della Fraternità, dopo le consacrazioni episcopali avvenute senza il mandato del Papa, rappresenta il punto di arrivo di una frattura ideologica che va ben oltre la liturgia.

E la domanda nasce spontanea: perché la parte più integralista dell’estrema destra guarda con tanta simpatia al lefebvrismo?

La risposta non può che essere politica. Per questi movimenti il cristianesimo non è il Vangelo delle Beatitudini, dell’accoglienza o del perdono. È un elemento identitario, un simbolo di appartenenza etnica e culturale, una bandiera da contrapporre agli immigrati, all’Islam, al multiculturalismo. Una fede che si contrappone alla democrazia liberale e perfino ai principi della laicità e della modernità.

La Chiesa lefebvriana, che piace tanto agli estremisti nazionalisti, è una Chiesa forte, gerarchica, di rito tridentino. Considera con sospetto il dialogo interreligioso e detesta il Concilio Vaticano II con tutte le sue aperture al mondo. È una Chiesa immaginata come pilastro di un ordine politico autoritario.

Non è casuale che molti esponenti dell’estrema destra europea abbiano espresso simpatia per la Fraternità San Pio X, né che ambienti identitari americani vedano nei lefebvriani il modello di un cattolicesimo “militante”, contrapposto ai pontefici degli ultimi decenni.

C’è un episodio significativo: una commissione istituita dall’amministrazione Trump ha recentemente sostenuto che la netta separazione tra Stato e Chiesa sarebbe stata un errore storico. È un’affermazione che cancella di colpo i valori dell’Illuminismo e i principi delle costituzioni contemporanee, e che suscita preoccupazione perché tende a confondere nuovamente potere politico e potere religioso.

La storia di Marcel Lefebvre nasce proprio come rifiuto del Concilio Vaticano II. Nel 1970 l’arcivescovo francese fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X opponendosi alle riforme conciliari. Per anni il Vaticano cercò ogni strada possibile per evitare la rottura. Paolo VI e poi Giovanni Paolo II tentarono inutilmente il dialogo. Nel 1988 sembrava addirittura raggiunto un accordo con il cardinale Joseph Ratzinger, ma Lefebvre cambiò idea e consacrò quattro vescovi senza il mandato pontificio: fu quello l’atto che provocò la prima scomunica e lo scisma.

Negli anni successivi Roma continuò a tendere la mano. Benedetto XVI revocò nel 2009 la scomunica dei quattro vescovi nella speranza di favorire una riconciliazione. Francesco concesse ai sacerdoti della Fraternità alcune facoltà pastorali, soprattutto per il bene dei fedeli. Ma la frattura dottrinale non è mai stata superata: la Fraternità non ha mai accettato realmente il Concilio Vaticano II.

Ora il nuovo strappo riporta tutto al punto di partenza. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. La Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II ha progressivamente rinunciato all’idea di essere una potenza politica. Giovanni Paolo II lo dimostrò in modo emblematico con l’iniziativa di Assisi per la pace: non volle presentarsi come sovrano di tutte le religioni, ma pregò alla pari, accanto ai rappresentanti di altre fedi. Per molti tradizionalisti fu uno scandalo; per milioni di cattolici fu invece una delle immagini più alte del pontificato. Ed è esattamente questa immagine che i lefebvriani contestano.

Essi rimpiangono una Chiesa che si impone su tutto e tutti, in cui il Papa è un sovrano assoluto, simbolo di una cristianità politicamente dominante. È una concezione radicalmente diversa da quella maturata nel cattolicesimo contemporaneo. Ed è qui che la vicinanza con l’estrema destra diventa evidente: i movimenti nazionalisti non cercano un cristianesimo della misericordia, ma preferiscono un Dio giudice severo, pronto a dividere il mondo tra amici e nemici. Non il Dio del perdono, ma quello della punizione. Una torsione profonda del messaggio cristiano.

Per questo la questione lefebvriana non riguarda soltanto una disputa liturgica: interroga la democrazia. Quando una religione viene ridotta a strumento identitario, quando diventa il collante di movimenti che rifiutano il pluralismo, il dialogo e la separazione dei poteri, il rischio non è solo ecclesiale. È civile.

La storia europea insegna quanto possano essere devastanti le alleanze tra nazionalismo esasperato, integralismo religioso e potere politico. Per questo la vicenda della Fraternità San Pio X merita attenzione.

La vera posta in gioco non è la messa in latino o il rito tridentino. È decidere quale idea di cristianesimo accompagnerà il XXI secolo: quella del dialogo inaugurata dal Concilio Vaticano II oppure quella di una fede trasformata in bandiera ideologica, al servizio dei nazionalismi e delle nuove destre radicali.