La nuova incisione registrata ad aprile restituisce intatta la voce della Tigre di Cremona. Una rilettura più morbida e jazzata del brano reso celebre nel 2007 dal duetto con Giorgia
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Mina ha 86 anni e una voce che continua a non obbedire al calendario. La nuova incisione di Vento di passione, brano di Pino Daniele, lo dimostra con una evidenza quasi disarmante. Registrata nell’aprile scorso, dunque appena pochi mesi fa, questa versione restituisce una Mina pienamente contemporanea, lontana da qualsiasi operazione nostalgica o celebrativa.
La voce conserva nitidezza, elasticità, profondità. Soprattutto, conserva quella singolare capacità di stare dentro una melodia senza mai subirla, piegando la parola alle esigenze dell’espressione e trasformando ogni frase in materia musicale. È una freschezza che colpisce ancora di più perché appartiene a un’artista di 86 anni e perché arriva da una registrazione reale, non dalla ricostruzione artificiale di una voce del passato.
L’incisione, infatti, è stata realizzata integralmente senza l’impiego dell’intelligenza artificiale: nessuna voce ricreata, nessun artificio generativo, nessuna Mina ringiovanita dalla tecnologia. Quella che si ascolta è la voce registrata pochi mesi fa. Ed è forse questo il dato più interessante dell’intero progetto.
A ottantasei anni, con Vento di passione, la straordinaria rilettura di un brano di Pino Daniele reso celebre nel 2007 dal duetto con Giorgia, non si limita a riproporre una canzone: ne riapre la memoria, la sottrae alla semplice nostalgia e la riconsegna all’ascoltatore con una fisionomia nuova.
La prima sorpresa è precisamente quella che, in un’artista della sua statura, dovrebbe essere ormai impossibile: la voce è ancora sorprendentemente fresca. Non una freschezza artefatta, levigata dalla tecnologia fino all’impersonalità, bensì quella, infinitamente più preziosa, di uno strumento che ha conosciuto decenni di repertori, stili, palcoscenici e registrazioni e che oggi conserva intatta la propria capacità di insinuarsi nella parola, di assottigliarla, incrinarla, accarezzarla. La voce di Mina trasfigura il tempo.
In questa incisione, il fascino risiede proprio nella presenza umana dell’interprete: nella materia vocale, nel respiro, nella lieve incrinatura, nella capacità di dare alla frase non soltanto un suono, ma un’esperienza. Se, come riferito dalla produzione, la registrazione è integralmente reale e priva di interventi generativi di intelligenza artificiale, il dato assume un valore ulteriore: Mina non viene ricostruita da una macchina; è la macchina discografica a mettersi ancora una volta al servizio di Mina.
Pino Daniele, del resto, sembra quasi attendere questa nuova metamorfosi. Vento di passione è una canzone sul ritorno del ricordo, sulla persistenza di ciò che l’amore lascia quando l’amore stesso è ormai altrove. Il ricordo non procede secondo una geometria razionale: torna, attraversa la quotidianità, si deposita nei dettagli, riaffiora senza preavviso. È precisamente questa natura irregolare della memoria sentimentale a rendere il brano congeniale alla voce di Mina.
La versione originaria possedeva già una malinconia sensuale, sospesa fra il Mediterraneo e il jazz, fra il calore della passione e la sua inevitabile posteriorità. Mina non la tradisce: la interiorizza. L’arrangiamento, più morbido e jazzato, dilata gli spazi della canzone e permette alla voce di abitare ogni pausa, ogni esitazione, ogni silenzio.
Ed è proprio qui che la rilettura acquista una sua necessità artistica. La canzone di Pino Daniele parlava del ricordo di un amore; Mina, oggi, sembra consegnarle anche un altro genere di memoria: quella del tempo. Le parole acquistano così una stratificazione ulteriore. Non ascoltiamo soltanto una donna che ricorda un amore perduto; ascoltiamo un’interprete che, dopo una vita intera trascorsa nella musica, torna su una canzone e la guarda da un’altra età dell’esistenza.
Il risultato è di una eleganza spiazzante. Mina non ha bisogno di dimostrare di essere Mina. Non forza gli acuti, non ostenta la tecnica, non indulge nella monumentalità del proprio mito. Canta. E proprio questo gesto, nella sua apparente semplicità, assume oggi qualcosa di solenne.
Vento di passione diventa allora una piccola lezione sull’arte dell’interpretazione: una canzone non appartiene definitivamente a chi l’ha scritta, né a chi l’ha resa celebre. Appartiene, per qualche irripetibile istante, a chi riesce a penetrarne il significato e a restituirlo attraverso la propria sensibilità.
Pino Daniele aveva scritto una canzone sul ricordo. Mina, quasi senza proclami, ne ha fatto una canzone sul tempo.
E il tempo, davanti a Mina, sembra ancora una materia da interpretare.
Così Pino Daniele parlando di Mina:
«Mina voce d'Italia, ancora oggi, in piena era dei talent show e del televoto che promuove a star ragazzini e boccia cantanti con decenni di carriera alle spalle, è il simbolo di un Paese che forse non la merita. La sua ironia, la sua dignità, la sua indolente libertà, il suo silenzio parlano più di mille urlate opinioni da talk show che non dicono niente».

