Può un mazzo di carte trasformarsi in un potente scudo contro l'invecchiamento cerebrale e in un motore di inclusione sociale? La risposta è sì, e risiede nelle due grandi anime del bridge: quella scientifica, formidabile alleata contro il decadimento cognitivo, e quella sociale, intesa come puro divertimento e aggregazione. Di questo affascinante connubio si è discusso nel corso del convegno "Il Bridge, lo sport della mente", un evento ospitato nella sede del Circolo del Bridge di Catanzaro che ha visto la partecipazione di illustri esperti e accademici.

L'incontro ha sancito un vero e proprio primato per il territorio. A spiegare la genesi dell'iniziativa è Luigi Noto, Presidente del Circolo Bridge Catanzaro, il quale ha ricordato come l'associazione operi ormai da quasi 15 anni. «È un gioco bellissimo, che piace», ha spiegato Noto, precisando però l'urgenza di metterne in luce l'aspetto scientifico per dimostrare che non si tratta di un semplice passatempo. «Ormai è stato provato scientificamente dappertutto che il gioco del bridge rallenta la demenza senile, o meglio riduce moltissimo la probabilità di incontrare l'alzheimer», ha evidenziato il presidente, motivando così la scelta di promuovere la disciplina sotto questa nuova luce. Una scommessa culturale che punta in alto: «Sono molto felice perché questa è una prima nazionale, infatti manderò tutta la documentazione anche a Federbridge, la nostra federazione legata al CONI».

Presente all’iniziativa anche la neurologa Amalia Bruni, che ha richiamato decenni di studi scientifici dedicati a quelli che vengono definiti gli "sport della mente". Secondo la specialista, il bridge si distingue nettamente rispetto ad altri giochi di carte più semplici e, in analogia con pratiche orientali come il Mah Jong diffuso in Cina, attiva aree cerebrali fondamentali. Questo avviene perché «sviluppa moltissimo tante capacità, che non sono solo quelle della memoria, ma sono quella dell'attenzione, della programmazione, della capacità di prevedere le mosse successive». «Un'azione profonda che - ha aggiunto Bruni – viene condita all'interno di un clima di socialità, che è l'altro fattore protettivo per il cervello: da un lato c'è la stimolazione neurale molto importante, dall'altro la stimolazione emotiva». La neurologa ha poi lanciato un monito sulla gestione delle demenze: «Se non seguiamo la strada della prevenzione, credo che non ci sarà spazio proprio per la vita normale nel mondo, non solo in Italia o in Calabria. Con i giovani che vanno via, nel giro di qualche anno avremo più del 30% della popolazione sopra i 65 anni».

L'entusiasmo per il valore terapeutico della disciplina è stato pienamente condiviso da Antonio Cerasa, neuroscienziato del CNR, che ha definito l'appuntamento come «una giornata bellissima, perché per la prima volta le neuroscienze incontrano il bridge per parlare di come questo gioco possa potenziare il cervello, possa addirittura rallentare l'invecchiamento».  A fare eco alle sue parole è stata Pina Salnitro, ricercatrice del CNR, che si è soffermata sulla totale trasversalità anagrafica di questo sport. «È noto che il bridge può essere praticato a qualunque età, partendo dall'età scolare fino a tarda età», ha chiarito la studiosa, ribadendo l'utilità nel mantenimento delle funzioni cognitive e della memoria. Una tesi supportata anche dai fatti, dato che, come ricordato da Salnitro, «ci sono campioni che hanno avuto grossi risultati anche dopo i 90 anni addirittura».

Il fascino unico di questa disciplina risiede proprio nella sua capacità di far coesistere dinamiche apparentemente distanti: un aspetto toccato da Rossella Anfosso, socia del circolo bridge catanzarese. Definendo la tematica del convegno "insolita ma molto intrigante", Anfosso ha sottolineato la volontà di dare maggior rilievo e valore a un'attività che rappresenta un vero e proprio circolo virtuoso, «perché se da una parte riesce ad unire la piacevolezza del gioco e la forte socializzazione che è insita nel bridge, dall'altra si lega perfettamente all'allenamento mentale».

All'importante dibattito ha offerto il proprio contributo anche Franco Pacilè, insegnante di bridge, figura chiave nella trasmissione tecnica di un gioco che il convegno di Catanzaro ha definitivamente promosso da semplice passatempo a presidio per la salute della mente e della collettività.