La leva in Italia è sospesa, ma non abolita. Emergency chiede una legge per riconoscere il diritto di opporsi alla guerra e rifiutare il coinvolgimento nella produzione di armi. Valentina Iannuzzo spiega perché firmare. L’obiettivo è raccogliere 50mila sottoscrizioni per portare la proposta in Parlamento
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Parte dalla Calabria una raccolta firme per riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra. In Italia la leva è solo sospesa. Ma da quando è stata sospesa, non c’è più una legge chiara per dichiararsi obiettori di coscienza: quindi, se un giorno tornasse, non sarebbe più possibile come un tempo rifiutare le armi e scegliere un servizio civile. È una tematica che riguarda particolarmente i giovani.
Abbiamo intervistato Valentina Iannuzzo, Referente del Gruppo Emergency Cosenza

Da dove nasce questa iniziativa e perché avete deciso di promuovere la raccolta firme proprio adesso?
Da più di quattro anni la guerra è tornata sul suolo europeo e progressivamente, la violenza armata e le minacce militari sono ridiventate il principale strumento della politica internazionale.
Non ci sono mai stati così tanti conflitti nel mondo dalla Seconda guerra mondiale. In questo contesto, il riarmo è divenuto la principale preoccupazione e l’unica linea strategica dell’Europa e della NATO: l’industria delle armi prospera nella prospettiva di nuove guerre.
Anche l’Italia si impegna a riarmarsi come mai nella storia repubblicana: il nostro Paese produce, vende, mobilita materiale bellico destinato a Paesi in conflitto e/o che violano i diritti umani, contravvenendo alle sue stesse leggi.
Ecco perché è fondamentale riconoscere il “diritto all’obiezione di coscienza alla guerra”, un diritto costituzionalmente tutelato, per coloro – uomini e donne – che, in nome dall’Articolo 11 della Costituzione, la ripudiano e chiedono strumenti per difendere la pace e promuovere la risoluzione non armata dei conflitti.
La leva militare in Italia è sospesa, ma non abolita. Cosa potrebbe accadere ai giovani se venisse ripristinata senza una legge chiara sull’obiezione di coscienza?
Al momento, secondo il Codice militare sono richiamabili tutte le persone iscritte nelle liste di leva, ovvero tutti i maschi dai 17 ai 45 anni d’età ad esclusione di una serie di casi di impedimento (ad esempio di salute). Di fatto, con la leva obbligatoria, sarebbe il Ministero della Difesa e i suoi Consigli di leva per l’arruolamento a selezionare e distribuire i giovani nei diversi settori dell’esercito.
Qual è l’obiettivo concreto della proposta? Volete garantire il diritto di rifiutare il servizio armato e scegliere un servizio civile alternativo?
L’obiezione di coscienza è un diritto umano fondamentale e può riguardare chiunque. In linea teorica anche un militare potrebbe maturare una convinzione etica, morale o spirituale che lo porti a dichiararsi obiettore e in molti Paesi è prevista e normata questa possibilità. Allo stesso modo un lavoratore di un’azienda che opera direttamente per la Difesa nazionale potrebbe dichiarare la propria obiezione di coscienza alla guerra (l’Italia non è in guerra e lavorare per la Difesa del Paese non significa lavorare per la guerra).
Di sicuro il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra deve riguardare qualsiasi lavoratore o lavoratrice di un settore non militare che si trovi a dover svolgere compiti che possano essere affini, collegati o destinati a uno scenario bellico. Sarebbe un suo diritto conoscere questa connessione e potersi rifiutare, rendendosi disponibile ad altro compito. È da tenere presente che in mancanza di una disciplina applicativa dell'obiezione di coscienza alla guerra nei rapporti di lavoro, l'esercizio del diritto all'obiezione di coscienza può esporre il lavoratore a sanzioni da parte delle aziende. La nostra proposta di legge di iniziativa popolare punta proprio a consentire l'esercizio di tale diritto.
In un momento internazionale segnato da guerre e tensioni crescenti, quale messaggio volete lanciare ai giovani e alle istituzioni?
Secondo i più autorevoli Istituti per la Pace internazionali non si sono mai registrati così tanti conflitti nel mondo dalla Seconda guerra mondiale: nuovi scenari di guerra si moltiplicano, mentre nessuna guerra in corso sembra in grado di concludersi.
Il diritto internazionale umanitario, nato per tutelare la vita dei non belligeranti, del personale sanitario e umanitario, e per proteggere le città e le infrastrutture civili, viene sistematicamente ignorato e violato. Nuove tecnologie hanno reso più semplice colpire “il nemico” nelle sue infrastrutture civili e nel suo patrimonio culturale e usare le popolazioni come target e ostaggio della guerra.
Una nuova forma di guerra, detta “ibrida”, minaccia anche la nostra società.
“Non viviamo né in pace né in guerra”, hanno ripetuto diversi leader e generali europei in questi anni, mentre minacce militari e violenza armata ritornavano a essere utilizzate come strumenti della politica internazionale.
A questa deriva della ragione e del diritto internazionale non si oppongono i governi, ma l’opinione pubblica, che ha più volte manifestato la propria contrarietà al riarmo e alla collaborazione con governi che praticano violenze e minacce armate. Lo hanno fatto milioni di voci per chiedere a Israele di fermarsi nel massacro a Gaza e per denunciare il silenzio e l’inazione europea. Lo hanno fatto studenti e lavoratori dicendo “non in mio nome” con manifestazioni e scioperi e rifiutandosi di prestare la propria collaborazione alla macchina della guerra che ogni giorno progetta, assembla, trasporta armi e strumenti di morte utilizzando infrastrutture e servizi della società civile.
Crediamo sia venuto il tempo di chiedere il diritto di dichiararsi indisponibili a fornire le proprie competenze, il proprio lavoro, il proprio consenso alla guerra, alla violenza e all’uso delle armi per la risoluzione dei conflitti, come vuole l’Articolo 11 della nostra Costituzione. E di poterlo fare preventivamente, in maniera chiara e certa. Chiediamo il diritto a dichiararci obiettori di coscienza alla guerra perché il nostro coinvolgimento nella violenza armata, come uomini e donne, non passa più solo da un eventuale servizio militare, ma dal lavoro e dalla collaborazione che possiamo fornire nella nostra vita civile. Vogliamo dissentire e vogliamo rifiutarci di essere coinvolti nella produzione di morte e dolore.
Dove si può firmare in Calabria e come possono partecipare i cittadini che vogliono sostenere questa iniziativa?
La legge di iniziativa popolare è lo strumento principe previsto dalla Costituzione per le proposte della società civile. Toccherà al Parlamento discuterne nella sua autonomia e competenza. Crediamo che, rispetto alle petizioni, l’iniziativa di legge segnali una motivazione più forte e una capacità di proposta più organizzata da parte della società civile. Sarà nostra premura e di tutte le associazioni, realtà ed enti locali che sostengono la nostra iniziativa fare in modo che il Parlamento ne discuta e che i parlamentari ne siano esaustivamente informati.
La nostra iniziativa, in ogni caso, continuerà il suo percorso e cercherà le strade adatte per proporsi a ogni livello in Italia e in Europa, perché il diritto all’obiezione di coscienza è un diritto umano e non c’è nulla di più umano del desiderio di pace e del rifiuto dell’uso della violenza e delle armi come strumenti di risoluzione dei conflitti.
Nel 2024 come Emergency, abbiamo lanciato la campagna R1pu1a e questa legge di iniziativa popolare si inserisce in questa in questa fondamentale camapgna e ha bisogno di raccogliere almeno 50mila firme certificate per essere presentata in Parlamento.
Ogni cittadino può firmare collegandosi al link https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/7700001

