Dalle parole di Mattarella sulla scuola alla replica del governo Meloni, il confronto si sposta sul terreno delle istituzioni. E quella linea sottile tra dialettica politica e rispetto dei ruoli torna a farsi visibile
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C’è un silenzio strano, quasi metallico, che si avverte nei corridoi del potere quando la misura è colma. Poi si accendono le luci della tv, lo studio si illumina, e quel silenzio viene squarciato dalla voce di chi governa. Non è una voce qualunque. È la voce di una leadership che, con la scioltezza di un'abitudine ormai consolidata, decide di scavalcare la linea d'ombra.
C’era una volta il rispetto per la liturgia repubblicana. Oggi, invece, c’è uno studio televisivo, il minutaggio stretto di un format serale e una risposta lanciata contro il Quirinale con la disinvoltura di un attacco da pessimo comizio. Sergio Mattarella non aveva fatto nomi. Aveva citato la Costituzione, l’articolo 34, quella vecchia e ostinata idea che la scuola debba servire a cucire le spaccature del Paese, non ad alzare barriere o creare ghetti. Un richiamo al buonsenso, alla tenuta d'insieme di una comunità. E invece no. Nel tritacarne della propaganda quotidiana, anche la parola del Capo dello Stato dev'essere piegata, riletta, politicizzata. Trasformata nell'ennesimo terreno di scontro.
Chi osserva l’anatomia di questa fase politica con l'occhio critico riconosce subito un riflesso incondizionato. Un'ipnotica, costante necessità di individuare un nemico del giorno. La sequenza è spietata nella sua regolarità. Prima le toghe, colpevoli di applicare leggi sgradite. Poi i giornalisti, quando non si limitano a fare da cassa di risonanza. Poi la Corte dei Conti, rea di far parlare i numeri con la freddezza della matematica. E infine il Colle.
È una mutazione lenta ma inesorabile della grammatica democratica. Il contrappeso istituzionale non viene più percepito come l'architettura portante della casa comune, ma come un intralcio al manovratore. Un fastidio da neutralizzare a favore di camera. Ma lo Stato non è una proprietà privata con il titolo di godimento a tempo determinato. La Presidenza del Consiglio non è un feudo. E il Presidente della Repubblica non è il capo dell’opposizione da trascinare nella solita rissa da talk show.
C'è un confine invisibile, un confine fatto di polvere, storia e memoria istituzionale, che separa la gestione del consenso dal rispetto dei pesi e dei contrappesi. Quando quel confine viene calpestato con disinvoltura durante i cinque minuti di un programma, non siamo di fronte alla solita scaramuccia da cortile. È qualcosa di più profondo. È la erosione silenziosa e quotidiana delle regole del gioco.
Colpisce la facilità con cui si scambia il richiamo costituzionale per lesa maestà. Se il Quirinale ricorda la funzione sociale della scuola pubblica, la reazione immediata di Palazzo Chigi non è la riflessione, ma il contrattacco. Come se ogni parola pronunciata da chi non indossa la casacca della maggioranza debba per forza rispondere a una trama avversa. È la logica del campo di calcio traslata d'imperio nel cuore delle istituzioni.
Restano le immagini, resta l'amaro in bocca per uno spettacolo in cui la sostanza dei problemi reali viene costantemente inghiottita dal rumore di fondo. La scuola reale cade a pezzi, i plessi chiudono, le famiglie annaspano. Ma la priorità della regia diventa ingaggiare un duello a distanza con la massima carica dello Stato.
Guardando quel microfono che si spegne a fine trasmissione, viene da chiedersi cosa resterà quando i riflettori della prima serata si saranno spenti. Resteranno le istituzioni, logorate da una guerra di posizione che non produce altro che macerie retoriche. O forse resterà soltanto la consapevolezza che, a furia di spingere l'asticella del lecito un millimetro più in là, ci si ritrova improvvisamente fuori dalle regole. E senza più garanzie per nessuno.
*Documentarista



