Dalla ricostruzione al boom economico, il Festival diventa rito collettivo e specchio dell’identità nazionale. Ma nello sguardo criticodello scrittore si trasforma nel simbolo di un consenso di massa capace di appiattire differenze e coscienze.
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Pier Paolo Pasolini
“Non sono solo canzonette”. Così ricorda Leonardo Campus nel suo libro Non solo canzonette: l’Italia della Ricostruzione e del Miracolo attraverso il Festival di Sanremo. Ed è da qui che bisogna partire: il Festival di Sanremo è molto più di uno spettacolo musicale, è uno specchio delle trasformazioni dell’Italia del dopoguerra.
Nelle voci di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Domenico Modugno, Adriano Celentano, Mina e Gigliola Cinquetti si leggono i segni di un Paese che cambia: nei costumi, nei sentimenti, nell’idea stessa di modernità. E mentre milioni di italiani si raccolgono davanti alla televisione, non ascoltano soltanto canzoni: riconoscono, in quelle melodie, il racconto del proprio tempo.
È su questo terreno che si inserisce lo sguardo tagliente di Pier Paolo Pasolini. Nel 1969, intervenendo con un articolo destinato a far discutere, definisce il Festival qualcosa che «deturpa irrimediabilmente una società». Le sue parole non colpiscono tanto la qualità artistica delle canzoni, quanto il consenso compatto che le circonda.
Pasolini osserva che non si tratta di un privilegio per pochi: se potessero, «tutti, operai, studenti, ricchi, poveri» pagherebbero per assistere allo spettacolo. La vera questione, dunque, non è economica ma culturale: è l’adesione collettiva, la partecipazione quasi automatica, il desiderio diffuso di riconoscersi in quel rito nazionale.
Ancora più significativa è la sua riflessione sulla contestazione, che egli giudica timida e superficiale. Non si mette davvero in discussione il meccanismo, ma solo qualche suo aspetto marginale. Intanto, chi rifiuta quel modello appare isolato, come parte di una minoranza che si guarda “allibita”, incapace di incidere su una realtà dominata dall’omologazione.
Il Festival diventa così, nella lettura pasoliniana, il simbolo di una mutazione antropologica: la nascita di una cultura di massa che unifica, ma allo stesso tempo appiattisce; che coinvolge, ma riduce le differenze; che crea appartenenza, ma al prezzo della perdita di una reale coscienza critica.
La problematizzazione di sguardo pasoliniana, come al solito, incuriosisce per la sua voce fuori dal coro e per il suo essere ecletticamente scomodo.
Il Festival è festa collettiva, momento di unità nazionale, spazio in cui un intero Paese si riconosce e si racconta. Ma quella stessa unità può trasformarsi in conformismo, quell’entusiasmo in accettazione passiva, quella partecipazione in ripetizione di modelli condivisi senza resistenza. Si è insieme, sì, ma spesso nello stesso modo, con lo stesso sguardo, con le stesse parole.
Se le canzoni di ieri hanno saputo segnare un’epoca, diventando parte integrante della memoria storica italiana, possiamo dire lo stesso di quelle di oggi? Le nuove “canzonette” riusciranno a raccontare il nostro tempo e a incidere nella storia, magari in forme diverse, oppure resteranno soltanto frammenti di consumo immediato, destinati a dissolversi nel flusso continuo dello spettacolo?



