Quindici anni dopo quella che sembrava una scommessa quasi temeraria, il Premio Letterario Caccuri è ormai una realtà consolidata nel panorama culturale nazionale. Nato nel 2012 in un piccolo borgo dell’alto Crotonese, il Premio è riuscito negli anni a costruire una propria autorevolezza, portando a Caccuri scrittori, giornalisti, magistrati, intellettuali e personalità di primo piano della cultura italiana.

La XV edizione, andata in scena dal 27 luglio al 10 agosto, ha confermato questa crescita, con quattro finalisti di grande rilievo – Tommaso Cerno, Pietro Grasso, Cecilia Sala e Luca Sommi – e con Cecilia Sala vincitrice della sezione saggistica con “I figli dell’odio”.

Ma il Premio Caccuri non è soltanto il palcoscenico delle grandi firme. È anche una straordinaria macchina organizzativa, costruita attraverso il lavoro, spesso silenzioso e instancabile, di decine di persone.

È anche grazie a questa abnegazione collettiva se Caccuri, per settimane, riesce a trasformarsi in un grande laboratorio culturale e di partecipazione, con un programma che ormai accompagna l’estate del borgo tra la fine di luglio e quasi metà agosto.

Al termine della XV edizione, che con LaC vi abbiamo raccontato passo dopo passo, giorno dopo giorno, abbiamo incontrato il presidente dell’Accademia dei Caccuriani, Adolfo Barone, per tracciare un bilancio di questa straordinaria esperienza e guardare già alla XVI edizione.

Presidente Barone, si è conclusa la quindicesima edizione del Premio Letterario Caccuri. Qual è il bilancio di questa straordinaria esperienza e quale immagine porterà con sé di questa estate?

Il bilancio è certamente positivo e, soprattutto, profondamente emozionante. Quindici anni rappresentano un traguardo importante, soprattutto per una manifestazione nata in un piccolo borgo calabrese e cresciuta grazie alla passione, alla determinazione e al lavoro di tantissime persone.

Questa edizione ci ha regalato momenti particolarmente significativi. Tra questi, la presenza di Elisabetta Belloni, che ha rappresentato per noi un’occasione di grande prestigio e di straordinario confronto, e il conferimento della cittadinanza onoraria di Caccuri al direttore generale della Rai Roberto Sergio, un riconoscimento che ha assunto per noi un valore particolare e che testimonia il legame sempre più forte tra il Premio e personalità che hanno contribuito in modo importante alla vita culturale e istituzionale del Paese.

In questo percorso, un ruolo fondamentale lo ha avuto anche il sodalizio umano e organizzativo con il cofondatore del Premio, Olimpio Talarico, e con l’avvocato Cataldo Calabretta, la cui collaborazione costante e appassionata è stata decisiva per la riuscita e la crescita dell’intera manifestazione. L’Accademia dei Caccuriani è infatti il cuore organizzativo di un progetto che, negli anni, ha saputo coinvolgere un’intera comunità.

Ma vorrei sottolineare anche il lavoro di tutti coloro che spesso restano lontani dai riflettori e che invece sono fondamentali per la buona riuscita del Premio: le forze dell’ordine, la Croce Rossa, la Protezione civile, la Polizia locale, i ragazzi e le ragazze dello staff, i tanti professionisti che collaborano all’organizzazione e tutta la popolazione di Caccuri. E soprattutto il sindaco avv. Luigi Quintieri e l’Amministrazione comunale.

A loro va una lode particolare. Senza questa straordinaria disponibilità, questa abnegazione e questo senso di appartenenza, il Premio non potrebbe avere la dimensione che ha raggiunto.

Ma porterò con me soprattutto le immagini di Caccuri piena di gente, delle piazze vissute, degli incontri, dei libri, dei confronti e degli applausi. E, più di ogni altra cosa, porterò con me l’entusiasmo del pubblico. È lì che comprendiamo davvero il senso del nostro lavoro.

In quindici anni il Premio è passato dall’essere una scommessa di un piccolo borgo calabrese a diventare uno degli appuntamenti letterari più autorevoli d’Italia. Qual è stato il segreto di questa crescita?

Non credo esista un solo segreto. Ci sono stati certamente la qualità delle scelte, la capacità di costruire relazioni importanti e la volontà di mantenere sempre alto il livello culturale della manifestazione. Ma alla base di tutto c’è stata una parola: credibilità.

In questi quindici anni abbiamo cercato di costruire un Premio serio, indipendente, aperto al confronto e capace di mettere al centro i libri e gli autori. Abbiamo avuto il coraggio di investire sulla cultura anche quando non era semplice farlo.

La presenza a Caccuri di personalità come Elisabetta Belloni e il riconoscimento tributato a Roberto Sergio sono, in questo senso, anche il frutto di un percorso che negli anni ha costruito relazioni e autorevolezza, senza mai dimenticare le proprie radici.

E poi c’è Caccuri: un luogo piccolo, ma con una straordinaria capacità di accoglienza. Il Premio è cresciuto perché è riuscito a trasformare quella che poteva sembrare una limitazione, la dimensione del borgo, in una forza identitaria.

Ogni estate Caccuri diventa un punto d’incontro per scrittori, giornalisti, intellettuali e migliaia di lettori. Che cosa rappresenta oggi il Premio per la Calabria e quale messaggio lancia al resto del Paese?

Il Premio rappresenta innanzitutto una Calabria che vuole essere protagonista attraverso la cultura, le idee e la capacità di creare occasioni di confronto.

Credo che Caccuri dimostri concretamente che la cultura non appartiene soltanto alle grandi città. Anche un piccolo borgo può diventare, per alcuni giorni, un grande laboratorio nazionale di pensiero e di partecipazione.

Il messaggio che lanciamo è semplice ma molto forte: non bisogna avere paura di investire nei territori, nelle persone e nella cultura. Da un piccolo paese possono partire iniziative capaci di parlare all’intero Paese.

E c’è un altro elemento che considero fondamentale: il Premio dimostra che quando un’intera comunità si riconosce in un progetto, quel progetto può diventare molto più grande delle sue dimensioni iniziali. Caccuri non ospita semplicemente il Premio: lo vive.

L’edizione appena conclusa, vinta da Cecilia Sala con “I figli dell’odio”, ha affrontato temi di grande attualità, dai conflitti internazionali alle sfide della democrazia. Quanto è importante che un premio letterario sappia interpretare il presente attraverso i libri?

È fondamentale. Un premio letterario non deve vivere fuori dal tempo, ma deve saper dialogare con il tempo in cui viviamo.

I libri ci aiutano a comprendere ciò che accade, spesso con una profondità che la velocità dell’informazione quotidiana non consente. Quest’anno abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con temi complessi e dolorosi: guerre, conflitti, libertà, democrazia e diritti.

La vittoria di Cecilia Sala è stata significativa proprio perché il suo lavoro ci porta dentro una realtà che spesso conosciamo soltanto attraverso titoli e immagini. Il Premio vuole essere anche questo: uno spazio nel quale la letteratura, il giornalismo e la cultura possano aiutarci a capire meglio il mondo.

Il pubblico è stato ancora una volta protagonista, con una partecipazione straordinaria in tutte le serate. È questo il risultato che le dà più soddisfazione: aver trasformato la cultura in un evento popolare e condiviso?

Sì, senza dubbio. Perché il vero successo del Premio non si misura soltanto nei nomi degli ospiti o nella risonanza mediatica, ma soprattutto nelle persone che scelgono di esserci.

Vedere migliaia di persone partecipare a una serata dedicata a un libro, ascoltare un autore, discutere di cultura e di attualità è una delle soddisfazioni più grandi che possiamo avere.

Abbiamo sempre pensato che la cultura non dovesse essere qualcosa di elitario o distante. Al contrario, deve essere capace di incontrare le persone, di coinvolgerle e, magari, anche di suscitare nuove domande.

Se siamo riusciti a fare questo, allora abbiamo raggiunto uno degli obiettivi più importanti che ci eravamo posti quindici anni fa.

E qui ritorna il tema della comunità. Il pubblico non è soltanto quello che arriva da fuori: è anche la gente di Caccuri, che per settimane mette energie, tempo e passione al servizio della manifestazione. È un patrimonio umano che merita di essere riconosciuto e valorizzato.

Dopo il successo della XV edizione, lo sguardo è già rivolto al futuro. Quali sono le sfide e le ambizioni della XVI edizione? Possiamo aspettarci nuove sorprese e un ulteriore salto di qualità per un Premio ormai entrato stabilmente nel panorama culturale nazionale?

La sfida più grande sarà quella di continuare a crescere senza perdere la nostra identità. È una responsabilità importante, perché quando una manifestazione raggiunge determinati livelli le aspettative aumentano, ma noi vogliamo soprattutto continuare a essere fedeli alla nostra idea originaria.

Per la XVI edizione stiamo già lavorando a nuove idee e a nuovi progetti. Naturalmente non voglio svelare tutto, perché una parte del fascino del Premio è anche nella capacità di sorprendere.

Posso però dire che l’ambizione è quella di fare ancora meglio: aumentare la qualità, rafforzare le collaborazioni, coinvolgere sempre più pubblico e continuare a portare a Caccuri alcune delle voci più autorevoli della cultura italiana e internazionale.

Quindici anni ci hanno dimostrato che una scommessa nata in un piccolo borgo può diventare una realtà nazionale. I prossimi anni dovranno dimostrare che quella scommessa ha ancora tantissimo futuro davanti a sé.

E, in fondo, è proprio questo lo spirito con cui vogliamo guardare alla XVI edizione: con la consapevolezza del cammino fatto, ma soprattutto con l’entusiasmo per quello che ancora dobbiamo costruire.

E sapendo che dietro ogni grande serata ci sono centinaia di persone che lavorano, collaborano, aiutano e rendono possibile tutto questo. È anche a loro che dobbiamo il futuro del Premio.