Se non fosse una disarmante realtà quella emersa dall'aula del Tribunale di Reggio Calabria, la storia del clan Nasone-Gaietti e della sua infiltrazione nel “palazzo” sembrerebbe un resoconto d’altri tempi. Invece, la sentenza pronunciata l’8 luglio 2026 dalla presidente Silvia Capone mette un punto fermo — almeno per questo primo grado ordinario — su una delle inchieste più delicate che hanno scosso la Costa Viola negli ultimi anni.

Il dispositivo letto in aula segna il destino di quelli che gli inquirenti considerano i perni del nuovo assetto criminale scillese: Rocco Vizzari e Giovanni De Lorenzo incassano le condanne più dure, rispettivamente 22 e 20 anni di reclusione. Per loro, il Tribunale ha confermato l'impianto accusatorio che li vedeva protagonisti di una strategia volta a riprendere il controllo del territorio dopo gli storici colpi inflitti dalle operazioni “Cyrano” e “Lampetra”.

IL DISPOSITIVO E LE CONDANNE

Oltre ai vertici, il collegio ha dichiarato responsabili Rocco Busceti (9 anni), Antonino “Poldino” Cosentino (7 anni) e Rosario De Giovanni (4 anni e 6 mesi). Pene che pesano come macigni e che confermano la vitalità di una consorteria capace di estendere i propri tentacoli fino alla vicina Bagnara Calabra, imponendo il proprio potere sui lavori pubblici e sul commercio ittico.

IL CROLLO DELL’ACCUSA PER I CICCONE

Il dato che però riscrive parzialmente la storia politica di questa inchiesta è l'assoluzione dei fratelli Ciccone. La Procura antimafia aveva chiesto 7 anni per l’ex sindaco Pasqualino Ciccone, accusato di aver accettato il sostegno elettorale della cosca Nasone-Gaietti nelle amministrative del 2020 in cambio di favori sulle concessioni demaniali. Assolto con la formula piena — “perché il fatto non sussiste” — anche il fratello Gaetano, attuale primo cittadino, per il quale i pm avevano comunque già sollecitato l'assoluzione durante la requisitoria.

Insieme a loro, escono dal processo indenni figure chiave come l'architetto Bruno Doldo, ex responsabile dell'ufficio tecnico, e gli imprenditori Paladino (Giovanni, Giuseppe e Rocco), finiti inizialmente al centro delle indagini per le presunte pressioni sul bando di gara del “piano spiaggia”.

L’OMBRA DELLE ‘NDRINE SULLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

L’inchiesta “Nuova Linea”, coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri, aveva fotografato una Scilla “permeabile” alla criminalità organizzata. Al centro del dibattimento c’erano le vessazioni e gli accordi che avevano portato l’ente allo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Secondo la ricostruzione dei pm Walter Ignazitto, Diego Capece Minutolo e Nicola De Caria, il reggente della cosca, Giuseppe Fulco (già condannato in abbreviato), avrebbe tentato di condizionare le scelte dell'amministrazione per garantire il rilascio di concessioni sui beni pubblici agli uomini del clan.

Se per i politici il verdetto ha escluso responsabilità penali, il Tribunale ha comunque riconosciuto il danno subito dalle istituzioni, condannando in solido Busceti, Cosentino, De Lorenzo e Vizzari al risarcimento delle parti civili: 500.000 euro per il Comune di Scilla e 300.000 euro per la Regione Calabria.

UN QUADRO CHE RESTA ALLARMANTE

La sentenza chiude un capitolo ma lascia aperta la riflessione su un territorio dove, come emerso dalle intercettazioni, i boss rivendicavano ancora il diritto di decidere “quando e come” muovere le pedine della politica locale. Per Scilla, che ha già vissuto due scioglimenti in cinque anni, il percorso di risanamento resta in salita, tra la durezza delle condanne per l’ala militare e il ritorno alla piena agibilità politica per i suoi storici amministratori.