La frana che ha colpito il quartiere Sante Croci minaccia non solo le abitazioni, ma anche il patrimonio culturale e storico della città, custodito nella Angelo Marsiano
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Per alcuni sono soltanto scaffali polverosi, libri ammassati, vecchie carte senza valore economico.
Per altri – sempre di più in questi giorni – rappresentano il cuore stesso di una comunità. A Niscemi, mentre la frana che ha colpito il quartiere Sante Croci continua a segnare in modo drammatico il volto della città, non è solo la memoria privata dei cittadini a rischiare di andare in frantumi insieme alle loro abitazioni. È anche la memoria collettiva, quella che racconta la storia, le radici e l’identità di un intero territorio.
Al centro dell’emergenza c’è la biblioteca «Angelo Marsiano», un piccolo ma prezioso scrigno culturale che custodisce oltre quattromila volumi, mappe, documenti e appunti dedicati alla storia di Niscemi. L’edificio si trova in via Roma 67, proprio sul ciglio della frana: per metà sospeso nel vuoto, con l’ingresso che affaccia su un marciapiede ormai instabile e sotto un dislivello impressionante.
Una situazione che ha acceso la mobilitazione del mondo culturale siciliano. Tra le voci più autorevoli c’è quella della scrittrice Stefania Auci, che ha sottolineato come il rischio non riguardi soltanto la distruzione materiale delle case. «Potremmo perdere due forme di memoria – ha spiegato – quella individuale, fatta di vite spezzate e abitazioni sventrate, e quella collettiva custodita nella biblioteca, frutto dell’impegno di chi ha voluto preservare la storia della propria città».
Un contrasto che colpisce nel profondo: da un lato la memoria privata, legata agli affetti e agli spazi quotidiani; dall’altro una memoria che può apparire astratta, fatta di libri e documenti, ma che in realtà rappresenta la coscienza storica di una comunità.
Anche Giusy Sciacca, autrice sensibile ai temi sociali, ha parlato di una ferita che va oltre i danni materiali. «Stiamo assistendo allo sgretolamento di un territorio – ha affermato – che non può essere ridotto a numeri o stime immobiliari. Qui ci sono vite, sacrifici, ricordi e futuro. Mettere in salvo la biblioteca Marsiano è un gesto di responsabilità verso Niscemi e verso tutta la Sicilia».
A colpire l’immaginario è soprattutto l’immagine di una biblioteca sospesa nel vuoto, diventata metafora di una memoria in attesa di essere salvata. Lo scrittore palermitano Ugo Barbara ha invitato a spostare l’attenzione dal simbolo dell’auto rimasta in bilico dopo la frana a quello, ancora più potente, della biblioteca sul precipizio: «È l’emblema di una comunità che rischia di perdere la propria storia».
Come se non fosse solo un edificio a essere in pericolo, ma l’intero patrimonio identitario di un paese.
Sul piano operativo, però, la situazione resta estremamente delicata. Il sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti, ha spiegato che al momento intervenire per recuperare i volumi è altamente rischioso. «La struttura è in una posizione pericolosa – ha dichiarato – e i libri si trovano in parte in uno scantinato che è praticamente sul bordo della frana. Qualsiasi operazione di recupero deve essere valutata con la massima cautela».
Eppure, mentre si contano i danni e si cercano soluzioni per mettere in sicurezza le abitazioni, il destino della biblioteca pone una questione più ampia: cosa resta di una comunità se perde la propria memoria storica?
Perdere quei quattromila volumi non significherebbe soltanto smarrire oggetti materiali, ma cancellare tracce di passato, testimonianze, storie locali, il racconto di generazioni. Sarebbe come recidere le radici culturali di un territorio già troppo spesso marginalizzato e ricordato solo nelle emergenze.
La frana di Niscemi ha portato alla luce non solo la fragilità del suolo, ma anche quella della memoria. Una memoria oggi sospesa, come la biblioteca stessa, in attesa di essere salvata prima che il silenzio prenda il posto delle parole e delle storie.

