Dall’incontro con le detenute di San Pietro nasce «Origami di spazio-tempo», l’opera in rame ideata dall’astrofisica Ersilia Vaudo Scarpetta. Un abbraccio rivolto al cielo che mette in relazione carcere e comunità, attraverso un percorso di ascolto, formazione e lavoro. Il sindaco annuncia l’installazione in quaranta giorni e chiede di consentire ai detenuti di partecipare all’inaugurazione
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Una torta di mele, una pizza preparata per accogliere un’ospite, il profilo di un Cristo ricamato con cura. Ersilia Vaudo Scarpetta porta nel racconto questi gesti, piccoli soltanto per chi li guarda distrattamente. Li ha incontrati nel carcere di San Pietro, tra le donne della sezione femminile Nausicaa, dove il tempo passa anche attraverso le mani: un filo che segue un disegno, qualcosa da cucinare e condividere, una pianta da far crescere. Dentro quei gesti ci sono la capacità di prendersi cura, il bisogno di una relazione, il desiderio di offrire qualcosa di sé.
Da questo incontro nasce la Porta della Speranza di Reggio Calabria, concepita dall’astrofisica come un abbraccio di rame proteso verso il cielo. Si chiama «Origami di spazio-tempo» e porterà nello spazio della città una domanda maturata dentro il carcere: quanto siamo disposti ad accompagnare una persona nel suo tentativo di ricominciare? La presentazione di questa mattina, nella sala monsignor Ferro di palazzo Alvaro, ha raccontato un percorso che tiene insieme arte, ascolto e responsabilità collettiva.
Le opere metteranno in relazione San Pietro e un luogo della città ancora da scegliere, rendendo visibile un legame che esiste già, anche quando la vita quotidiana porta a dimenticarlo.
Chi sconta una pena continua ad appartenere alla comunità. Il ritorno alla libertà riguarda anche chi quella persona dovrà accoglierla, riconoscendone il cammino e offrendo occasioni concrete per proseguirlo. È su questa responsabilità che il progetto invita a soffermarsi, portando fuori dalle mura le voci, le attese e le possibilità di chi vive dentro.
Un abbraccio nato dall’ascolto
«Questo incontro per me è stato una porta personale, un’esperienza straordinaria». Ersilia Vaudo Scarpetta si è emozionata rivedendo nel video presentato durante la conferenza una parte del percorso vissuto a Reggio. Prima della materia e del disegno sono arrivate le conversazioni con le detenute, il tempo trascorso insieme, la possibilità di avvicinarsi a un mondo attraverso le persone che lo abitano.
Un ascolto che ha coinvolto anche agenti di polizia penitenziaria, sacerdoti e personale medico, raccogliendo prospettive differenti sul significato della speranza dentro un istituto penitenziario. Dell’incontro con le donne, l’astrofisica ha ricordato la dolcezza, la presenza degli affetti e lo sguardo rivolto agli altri che emergeva nei dialoghi. Al centro del suo racconto ci sono le relazioni, ciò che quelle donne custodiscono e ciò verso cui desiderano tendere.
«Abbiamo parlato molto della parola speranza, che può essere passiva e che si attiva se diventa desiderio», ha spiegato. Desiderare significa allora dare una direzione all’attesa, riconoscere qualcosa per cui impegnarsi, immaginare un futuro al quale provare ad avvicinarsi.
L’opera nasce da qui. Due forme che si cercano, uno slancio leggero, le pieghe di un origami che suggeriscono il movimento di un abbraccio. «In fondo il ponte sono due sponde che si cercano e che riescono a incontrarsi», ha osservato Vaudo Scarpetta. Un’immagine che restituisce anche il senso della relazione tra carcere e città: l’incontro richiede un movimento da entrambe le parti.
«Origami di spazio-tempo», il rame e la luce
La scelta del rame è stata immediata. «Il rame è polvere di stelle, come noi siamo polvere di stelle», ha raccontato l’astrofisica, riconoscendo nel materiale la memoria di un viaggio lontano, la capacità di cambiare con il tempo e di restituire la luce.
E la luce, a Reggio, è entrata naturalmente nel progetto. «Reggio Calabria è luce, basta vedere questa mattinata di ottobre», ha detto, immaginando il dialogo tra il blu del cielo e la superficie luminosa dell’opera.
Il rame prende il posto della carta dell’origami, si piega e conserva le tracce del tempo. Le due forme portano lo stesso disegno inciso: guardando verso l’alto da un punto preciso, le trame si ricongiungono, la luce filtra e appare il cielo.
«Ho desiderato dare forma a quest’opera attraverso tre elementi chiave: la scelta del rame, polvere di stelle venuta da lontano, che trattiene memoria del tempo e gioca con la luce; lo slancio di due lastre che si cercano nell’anelito di un abbraccio; e la trama leggera di un rosone inciso sulla sommità, un richiamo a guardare in alto», spiega Vaudo Scarpetta nella descrizione del progetto.
A tradurre la sua visione nei disegni mostrati durante la presentazione è stato Michele Tranquillini, attraverso un confronto che l’astrofisica ha descritto come un vero dialogo. La riproduzione prevista nel carcere manterrà una corrispondenza con l’opera all’esterno, permettendo a quel segno di appartenere a entrambi gli spazi.
Fermarsi e guardare il cielo
Il gesto che la porta chiederà a chi le si avvicina sarà quello di fermarsi. «La porta non è attraversare le lastre, la porta è fermarsi sotto le lastre e guardare in alto». Alzare gli occhi, respirare, sentire di appartenere a qualcosa che supera il proprio spazio e il proprio momento.
Il cielo era tornato spesso nelle conversazioni con le detenute, come possibilità di respiro e relazione con il fuori. Nella concezione dell’opera diventa un riferimento condiviso, qualcosa verso cui rivolgersi da entrambi i lati delle mura.
A quella dimensione si affianca la concretezza delle mani. «Il rapporto con il tempo si costruisce attraverso le mani», ha sottolineato Vaudo Scarpetta. Ricamare, disegnare, cucinare, coltivare sono modi per dare consistenza al presente. Sono anche i gesti attraverso i quali si è sentita accolta: «Sono stata accolta con torte di mele, con pizze, con gesti meravigliosi di accoglienza».
È un passaggio che dà profondità al suo racconto. Le donne incontrate hanno partecipato alla nascita dell’opera attraverso le parole e attraverso ciò che hanno saputo offrire. La porta porterà fuori una traccia di quell’incontro, insieme alla possibilità di riconoscere una persona nella sua capacità di creare, condividere e costruire una relazione.
Tortorella: «La comunità civile deve farsene carico»
Il progetto internazionale «Porte della Speranza», ispirato all’apertura della Porta Santa nel carcere di Rebibbia da parte di papa Francesco, è promosso dalla Fondazione Gravissimum Educationis, con il patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, in collaborazione con il Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. È realizzato dal Comitato Giubileo Cultura Educazione e da Rampello & Partners, con il contributo della Fondazione Cariplo.
A Reggio coinvolge gli Istituti penitenziari Giuseppe Panzera e, in particolare, le donne della sezione Nausicaa. Il significato del percorso si comprende nelle parole del direttore Rosario Tortorella, che ai nostri microfoni ha richiamato la responsabilità del territorio: «Il carcere non può essere una realtà isolata dal contesto territoriale e dalla società in generale».
Le due opere dovranno ricordare ai cittadini questo legame. La rieducazione e il reinserimento hanno bisogno di una comunità disponibile a partecipare, di relazioni che continuino oltre il tempo della detenzione.
«Tutte le iniziative trattamentali di reinserimento sociale possono avere un’effettiva concretezza nella misura in cui la comunità civile se ne fa carico», ha spiegato Tortorella. «L’amministrazione da sola non può realizzare un obiettivo così grande, multidisciplinare e complesso come quello della rieducazione delle persone detenute».
Le mani, il lavoro, le possibilità
La speranza assume così il peso di un impegno. Richiede occasioni di lavoro, fiducia da costruire, competenze da riconoscere. Dentro San Pietro questo percorso passa anche dalla sartoria, una realtà che il direttore descrive come «una vera e propria azienda», impegnata nella produzione di biancheria per gli istituti penitenziari e in collaborazioni con il territorio.
«Abbiamo realizzato per diversi enti dei gadget e adesso ci stiamo occupando di realizzare le toghe per gli avvocati», ha raccontato Tortorella. È stato inoltre approvato dal Dipartimento un progetto per l’ampliamento della sartoria.
Attraverso il lavoro, il rapporto con la città trova già una forma concreta: ciò che viene realizzato dentro raggiunge il fuori, portando con sé capacità, impegno e possibilità da sviluppare.
Nel progetto internazionale, a questo dialogo si affiancano attività educative, laboratoriali e pastorali, insieme a percorsi di formazione professionale sviluppati con realtà come l’Accademia di Belle Arti di Brera e ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Sono previsti anche borse lavoro, programmi professionalizzanti e strumenti di orientamento dopo la pena, pensati per collegare le competenze acquisite alle opportunità offerte dalle imprese e dai territori coinvolti. È il passaggio che dà alla speranza una prospettiva concreta: poter mettere a frutto ciò che si è imparato, trovare un lavoro, costruire nuove relazioni.
Rampello: «Guai se agli uomini togliamo il progetto»
Il curatore Davide Rampello ha riportato l’attenzione sul significato del monumento come memoria, qualcosa che rimane e invita a ricordare. Al centro c’è la speranza, un sentimento essenziale per chi vive il tempo della pena e deve poter conservare una prospettiva.
«Tutto il progetto ruota attorno a questo sentimento», ha spiegato ai nostri microfoni. Alla realizzazione dell’opera si accompagnano attività pensate per sostenere il reinserimento, perché le persone detenute possano trovare «una società accogliente, una comunità accogliente».
È in questa disponibilità che il messaggio artistico incontra la vita. «L’atteggiamento deve essere sempre quello di dare possibilità, di dare opportunità alla speranza», ha affermato Rampello. Tendere verso una meta significa poter immaginare un percorso: «Vuol dire avere un progetto e guai se agli uomini togliamo il progetto».
Parole che chiamano in causa anche lo sguardo di chi sta fuori, la facilità con cui una storia può essere ridotta al suo errore, la fatica necessaria per riconoscere il cambiamento. Accogliere quel cammino significa lasciare spazio alla persona che prova a costruirlo.
Cannizzaro: «Una città che li attende a braccia aperte»
Il sindaco Francesco Cannizzaro ha legato la partecipazione di Reggio al progetto al diritto delle persone detenute di avere nuove possibilità. «Uomini e donne che hanno assolutamente il diritto di poter avere una seconda, una terza possibilità», ha detto ai nostri microfoni.
L’amministrazione ha individuato quattro possibili aree per il monumento cittadino. La scelta, secondo quanto annunciato dal primo cittadino, sarà compiuta questa settimana, con la comunicazione della sede prevista da lunedì e l’obiettivo di arrivare all’installazione in quaranta giorni.
Cannizzaro ha inoltre chiesto al direttore di avviare le procedure autorizzative per consentire a una rappresentanza dei detenuti di partecipare all’inaugurazione. La loro presenza darebbe continuità al percorso da cui l’opera nasce, rendendo quel momento un’occasione di incontro con la città. «Fuori da quelle mura c’è una speranza, c’è una voglia di riscatto, una città che vuole ripartire e magari lo fa anche grazie al loro contributo», ha dichiarato. «Una volta finita la pena, devono sapere che c’è una città e un’istituzione che li attende, perché no, anche a braccia aperte».
Accompagnare il ritorno
A dare sostanza a questa prospettiva è stata anche Giovanna Russo, garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. «La speranza non è qualcosa di statico o di astratto, è un accompagnamento alle persone, malgrado i loro errori, malgrado il loro tempo della pena», ha spiegato ai nostri microfoni.
Accompagnare richiede presenza e continuità, la capacità di assumersi una parte di responsabilità nel percorso dell’altro. Russo ha richiamato la convergenza istituzionale emersa durante la presentazione: «Fare ciascuno la nostra parte, perché non lasciamo indietro nessuno. È questa la cristallizzazione della giustizia».
Anche Paolo Bilardi ha invitato a rivolgere l’attenzione alle persone detenute, «una categoria spesso dimenticata», riconoscendo nella porta un passaggio verso una seconda possibilità. Ha poi evocato il verso di Nazım Hikmet sul più bello dei mari ancora da navigare, legandolo al cammino che attende la comunità: «Dobbiamo navigare tanto e questo è un progetto che si pone al centro di questa nuova rotta».
Le storie che attraverseranno la porta
Il percorso degli incontri nei penitenziari e della realizzazione delle opere sarà raccontato in un film diretto da Giuseppe Carrieri e in una pubblicazione collettiva, che raccoglierà testimonianze artistiche, contributi degli autori e interventi delle persone detenute. Le loro voci continueranno così a viaggiare, raggiungendo anche chi a quelle esperienze non ha mai avuto occasione di avvicinarsi.
Quando le porte saranno realizzate, chi passerà potrà fermarsi sotto quelle lastre e guardare in alto, come ha immaginato Ersilia Vaudo Scarpetta. Nel rame resterà la traccia di un incontro cominciato con parole, ricami e una torta offerta a un’ospite. Alla città spetterà continuarlo, dando a quell’abbraccio la consistenza di un’opportunità, di un lavoro, di una relazione capace di durare anche dopo il ritorno alla libertà.


