Ho visto questa serie televisiva tutta d’un fiato. O meglio: ogni volta che uscivano nuovi episodi, li guardavo uno dopo l’altro, convincendomi inutilmente che “ancora uno e poi smetto”.

L’ultima stagione mi ha colpita più delle altre, e non tanto per Jamie Campbell Bower nei panni di Vecna, quanto per la sua interpretazione “umana” di Henry. Il suo sguardo – malvagio, freddo, penetrante, a tratti intriso di paura – è stato per me più disturbante di qualsiasi creatura del Sottosopra. Perché lì non c’era il soprannaturale, ma qualcosa di più vicino e spaventoso: l’idea che il male non nasca, ma si costruisca. Un evento, un trauma infantile, una paura mai elaborata possono cambiare il corso di una vita. È in quel punto che il confine tra bene e male smette di essere netto e diventa fragile.

Stranger Things, sotto la superficie fatta di mostri e dimensioni parallele, parla proprio di questo: di quanto sia sottile la linea che separa ciò che siamo da ciò che potremmo diventare. E ci ricorda, con forza, quanto l’essere umano sia vulnerabile.

Sono nata nel 1988 e, guardando questa serie, mi sono sentita una custode di un’epoca. La musica ascoltata in cuffia con il lettore cassette, il telefono fisso, le mappe cartacee, i walkie-talkie: frammenti di un passato che non tornano, ma che continuano a vibrare.

E in questo universo così oscuro, Undici rappresenta per me l’innocenza. Non una debolezza, ma una forza fragile capace di grandi cose, che, nonostante un passato doloroso e difficile, sa costruire legami autentici e lottare per chi ama.

Un plauso ai fratelli Duffer, ideatori della serie, che in tanti di noi ci auguriamo possano sorprenderci in futuro con un nuovo capitolo. Stranger Things ci ha insegnato che anche nel buio più profondo esiste sempre una crepa da cui può filtrare la luce. Basta saperla aspettare.

Questa è la mia lettura della serie, ma ogni spettatore può viverla diversamente. Questo universo straordinario è abbastanza grande da accogliere ogni tipo di esperienza.