L’incontro è stato promosso dal Dipartimento di Culture, Educazione e Società insieme alla Dia di Catanzaro, con la presenza dei procuratori Curcio e Guarascio. L’impegno reale di LaC e la pedagogia dell’antimafia
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All’Università della Calabria, nell’Aula Solano, si è svolto l’incontro dal titolo “Il contrasto culturale alle mafie. Per un patto educativo contro la ‘ndrangheta”, un momento di riflessione alta e necessaria che ha intrecciato magistratura, accademia, istituzioni e mondo dell’informazione in un dialogo serrato sul ruolo della cultura nella lotta alla criminalità organizzata.
L’iniziativa, inserita nel solco della pedagogia dell’antimafia, ha posto al centro una convinzione condivisa: il contrasto alle mafie non può essere soltanto repressivo, ma deve diventare progetto educativo, responsabilità collettiva, impegno quotidiano.
Ad aprire i lavori è stato il procuratore capo di Crotone, Domenico Guarascio, che ha immaginato parole nette e inequivocabili: «La repressione è fondamentale, ma da sola non basta. Ogni indagine che conduciamo trova senso pieno solo se la società civile, la scuola, l’università raccolgono il testimone. Il contrasto alla mafia è prima di tutto una scelta culturale».
Accanto a lui, la direttrice del DiCES, Maria Mirabelli, ha sottolineato il ruolo dell’università come presidio critico del territorio: «L’università non è una torre d’avorio. È un luogo in cui si formano coscienze. Se vogliamo spezzare la continuità generazionale della mentalità mafiosa, dobbiamo lavorare sulle giovani generazioni, sul pensiero critico, sul coraggio della parola».
Il questore di Cosenza, Antonio Borelli, ha ribadito la necessità di una sinergia costante tra forze dell’ordine e comunità educante. Presente anche la coordinatrice del Corso di Studi in Scienze dell’Educazione, Rossana Adele Rossi, Raffaella Buccieri, il capo Centro Operativo DIA di Catanzaro, Beniamino Fazio.
La relazione centrale è stata affidata al procuratore capo della DDA di Catanzaro, Salvatore Curcio, che ha rimarcato il valore dell’impegno quotidiano. A concludere i lavori, il magnifico rettore dell’Unical, Gianluigi Greco, ha rilanciato l’idea di un’università come laboratorio etico: «La conoscenza è uno strumento di liberazione. Se l’università non si assume la responsabilità di formare cittadini consapevoli, abdica alla sua missione più profonda».
Un momento particolarmente intenso è stato l’invito alla riflessione sulle parole di Paolo Borsellino. La memoria del magistrato assassinato nel 1992 ha attraversato l’aula come una presenza viva, non retorica.
Nel suo intervento, il professor Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’Antimafia, ha voluto ricordare esplicitamente Giovanni Falcone e Borsellino, sottolineando che senza il loro sacrificio «probabilmente oggi non potremmo neppure pronunciare l’espressione “pedagogia dell’antimafia”».
Costabile ha evidenziato come la stagione delle stragi abbia generato una nuova consapevolezza civile, trasformando il dolore in responsabilità educativa: «Falcone e Borsellino non sono soltanto simboli. Sono radici. Hanno aperto una breccia nella coscienza collettiva del Paese. La pedagogia dell’antimafia nasce da quella ferita, dalla necessità di trasformare la memoria in progetto».
Il professore ha ribadito che l’antimafia non può essere slogan, ma pratica quotidiana, rigore scientifico, ricerca, formazione continua.
L’impegno reale di LaC e la pedagogia dell’antimafia
Particolarmente significativa è stata la sottolineatura da parte del prof. Costabile, dell’impegno di LaC TV, network che negli anni ha dimostrato una presenza costante e coraggiosa nel racconto e nella dura condanna dei fenomeni mafiosi.
Come ricordato nel corso dell’incontro, LaC non si limita alla cronaca giudiziaria, ma costruisce narrazione, approfondimento, memoria. È vicina alla pedagogia dell’antimafia perché sceglie di informare senza sensazionalismo, di dare spazio alle voci istituzionali e accademiche, di raccontare il territorio nella sua complessità.
Nel solco indicato da Costabile, l’informazione diventa così strumento educativo: non solo denuncia, ma formazione di coscienze. La vicinanza di LaC, e del suo editore in primis, alla pedagogia dell’antimafia si misura nella continuità dell’impegno, nella scelta di seguire processi, iniziative culturali, percorsi scolastici, senza accendere riflettori effimeri ma mantenendo una linea coerente.
Un patto educativo contro la ’ndrangheta
L’incontro all’Università della Calabria ha restituito un’immagine chiara: il contrasto alla ’ndrangheta non è delegabile. È un compito condiviso, che unisce magistratura, forze dell’ordine, università, scuola e informazione.
Se la repressione colpisce i vertici delle organizzazioni criminali, la cultura ne mina le fondamenta simboliche. Ed è proprio qui che la pedagogia dell’antimafia trova la sua ragion d’essere: trasformare la memoria di Falcone e Borsellino in un progetto educativo permanente.
Solo così il contrasto alle mafie può diventare, davvero, un fatto culturale prima ancora che giudiziario.


