Il governo spagnolo ha approvato una strategia nazionale contro le solitudini. Non basta vivere soli per sentirsi soli, ma povertà, isolamento e spopolamento rendono il fenomeno sempre più concreto
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In alcuni municipi spagnoli c'è un'automobile che si ferma davanti a un portone, suona, aspetta. Carica una persona che cammina male, che da mesi non esce se non per la spesa e il medico, e la porta a teatro. Oppure al cinema. Poi la riaccompagna a casa. Il viaggio lo paga il Comune.
Si chiama "taxi sociale", e da febbraio è citato in un documento del governo di Madrid come strumento di politica pubblica. Non un'opera pia. Non una gentilezza. Uno strumento, come una corsia preferenziale o un bonus fiscale.
Fermiamoci un secondo su questa immagine, perché contiene tutto. Una società arrivata al punto in cui lo Stato deve pagare la benzina per portarti dove c'è altra gente.
Il 24 febbraio 2026 il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato il primo Marco Estratégico Estatal de las Soledades 2026-2030, su proposta del ministro dei Diritti sociali Pablo Bustinduy. Quattro assi d'intervento, undici ministeri coinvolti nella stesura, un Tavolo interistituzionale che mette insieme amministrazione centrale, comunità autonome, enti locali e terzo settore.
La parola chiave è al plurale: le solitudini. Non una condizione sola, ma molte, distribuite lungo l'età, il reddito, il genere, la disabilità, il territorio, la migrazione. Il documento parte da un'affermazione che vale più di tutto il resto: la solitudine non è un problema individuale, ma una realtà attraversata da condizioni sociali, territoriali e relazionali.
Tradotto: non sei solo perché sei fatto male. Sei solo anche per come è fatto il posto in cui vivi.
I numeri spagnoli spiegano perché il governo se ne sia occupato. Secondo il barometro dell'Osservatorio statale sulla solitudine non desiderata, un quinto degli adulti che vivono in Spagna si sente solo; il 13,5% lo è da due anni o più. Ma il dato che ribalta ogni luogo comune è generazionale: fra i 18 e i 24 anni la quota sale al 34,6 per cento, contro il 20 per cento degli over 70. I nonni stanno meglio dei nipoti. E le donne peggio degli uomini, con un divario che fra i più giovani si allarga: 31,1 contro 20,2 per cento.
Poi c'è la frattura che nessuno si aspetta in un discorso sulla solitudine, e che invece è la più brutale di tutte. Fra chi arriva a fine mese con molta difficoltà, la solitudine non desiderata riguarda il 47,4 per cento delle persone. Fra chi ci arriva con molta facilità, il 10,9.
Quasi cinque volte tanto.
Vale la pena rileggerlo con calma, perché smonta secoli di letteratura. La solitudine, che abbiamo sempre raccontato come una faccenda dell'anima, ha una contabilità. Costa uscire. Costa il biglietto dell'autobus, la birra al tavolo, la quota dell'associazione, il regalo di compleanno, il caffè offerto, la benzina per arrivare dove si trovano gli altri. Chi non ha soldi, lentamente, smette di essere invitato. E chi smette di essere invitato, a un certo punto, smette di aspettarselo.
Da qui nasce la parte più radicale della strategia spagnola. Se la solitudine è prodotta anche dalle strutture, allora si combatte muovendo le strutture: urbanistica, trasporti, casa, lavoro, scuola, sanità, cultura, accessibilità. Il documento parla di urbanismo sociale, di modelli abitativi collaborativi, di servizi di prossimità, di individuazione precoce dentro scuole e ospedali attraverso figure professionali già esistenti.
E arriva alla frontiera vera: la prescrizione sociale. Il modello britannico, che la Spagna guarda da vicino, prevede che un medico di base possa indirizzare il paziente non soltanto verso un farmaco, ma verso un corso, un'associazione, un gruppo, un'attività comunitaria.
Siamo arrivati al punto in cui la compagnia si prescrive. Non è una battuta: è una ricetta. Fra cent'anni la studieranno come noi studiamo le sanguisughe, e non sapranno decidere se fosse la cura o il sintomo.
La Spagna, comunque, non è la prima. Il Regno Unito ha una strategia nazionale dal 2018, nata dal lavoro della commissione intitolata a Jo Cox, la deputata assassinata nel 2016. Il Giappone ha istituito un ministro della solitudine nel 2021 e ha legiferato contro l'isolamento sociale. Nel 2025 l'Organizzazione mondiale della sanità ha chiuso il cerchio con un rapporto che ha tolto al tema ogni residuo di sentimentalismo: una persona su sei nel mondo ne soffre, e alla disconnessione sociale sono attribuibili 871 mila morti premature all'anno. Cento ogni ora. Chi vive cronicamente isolato ha il trenta per cento in più di rischio di infarto e ictus, il venticinque per cento in più di morire prima. Un effetto paragonabile, secondo le stime più citate, a quello di fumare quindici sigarette al giorno.
Non stiamo parlando di malinconia. Stiamo parlando di mortalità.
Detto questo, arriva però la parte non si può tacere. La strategia spagnola non ha una dotazione finanziaria propria. Non fissa obiettivi quantitativi di riduzione, non ha un cronoprogramma vincolante, non impone nulla alle comunità autonome: definisce un quadro, e lascia che ciascuna amministrazione lo riempia con le proprie risorse. In Parlamento gliel'hanno contestato con durezza, e la contestazione è fondata.
La Spagna non ha risolto niente. Ha fatto qualcosa di più modesto e di più grande insieme: ha dato un nome pubblico a una cosa che fino a ieri stava nel silenzio delle case.
Resta la domanda che mi porto dietro da quando ho letto quel documento, e che giro a chi legge.
Può uno Stato produrre appartenenza?
Può un ministero fabbricare la cosa che i nostri nonni avevano gratis, e che consisteva nell'affacciarsi dalla finestra e trovare qualcuno? Oppure ogni politica pubblica sulla solitudine è destinata a trasformare una condizione umana in una pratica amministrativa, con moduli, referenti, sportelli, e persone che diventano "utenti del servizio di accompagnamento relazionale"?
Non ho una risposta. Ho un sospetto: che il vero scandalo non sia lo Stato che entra nelle nostre vite private, ma il fatto che sia rimasto vuoto abbastanza spazio perché possa entrarci.
E una domanda più scomoda, che vi invito a farvi mentre leggete e a non rispondere ad alta voce. Quante persone potreste chiamare, adesso, alle tre di notte? Non quante ne conoscete. Non quante ve ne compaiono nella rubrica o fra i contatti. Quante potreste svegliare senza vergognarvi il mattino dopo.
Se il numero vi ha sorpresi, avete appena capito di che cosa parla il documento spagnolo.
In Italia, intanto, non esiste nulla di simile. Nessuna strategia nazionale, nessun osservatorio, nessun tavolo. Esiste però la stessa realtà, e in proporzioni che dovrebbero occupare il Parlamento invece delle pagine di costume: oggi vive da solo un quinto della popolazione adulta, circa dieci milioni di persone, più del doppio rispetto a trent'anni fa. Dopo i sessantacinque anni vive da solo un italiano su tre, in grandissima maggioranza donne; dopo i settantaquattro, la metà. Nel 2050 saremo undici milioni e mezzo, quattro famiglie su dieci.
Attenzione, però, a non confondere i piani, perché sarebbe disonesto. Vivere soli non significa essere soli. Le statistiche italiane raccontano anche che la soddisfazione di vita delle persone sole, anziani compresi, negli ultimi quindici anni è cresciuta. C'è una solitudine scelta che è libertà, ed è una conquista che nessuno deve permettersi di compatire. Il problema è l'altra: quella che non si sceglie e che non si dichiara, perché ammetterla somiglia troppo a una sconfitta personale.
È questa che non compare nelle statistiche finché non è troppo tardi. Ed è questa che, in certe parti del Paese, sta diventando la forma normale dell'esistenza.
Prendete la Calabria, dove i numeri vanno letti tutti insieme per capire che cosa stiano dicendo. Il settanta per cento dei quattrocentoquattro comuni ricade in area interna: due terzi del territorio, quasi metà della popolazione, e un accesso difficile a trasporti, scuole e ospedali. Il saldo migratorio interno è il peggiore d'Italia, meno 3,8 per mille: quasi otto residenti ogni mille se ne vanno verso il Centro-Nord, e in sei anni sono partiti circa diciannovemilacinquecento giovani laureati.
Oggi le famiglie composte da una sola persona sopra i settantacinque anni sono il nove per cento del totale, e nelle aree urbane del Sud il 4,6 per cento degli anziani soli non ha nessuno su cui contare: né parenti, né amici, né vicini. Nel 2050, dicono le previsioni, il 42 per cento delle famiglie calabresi sarà di una persona sola: i single saliranno da trecentocinquemila a trecentotrentaduemila mentre la popolazione complessiva crolla, con duecentoquattromila anziani soli e oltre sessantunomila ultraottantacinquenni senza nessuno in casa.
Sono più persone sole in una regione che si svuota. Non è un paradosso statistico: è il ritratto di una terra dove restano le case e se ne vanno le relazioni.
E qui c'è un'immagine che le cronache calabresi hanno raccontato meglio di qualunque rapporto. A Natale, nelle stazioni e negli aeroporti, si vedono i genitori che fanno la valigia al contrario: non sono i figli a tornare, sono i padri e le madri a partire per andare a stare un po' con i figli emigrati. Poi rientrano dopo qualche giorno, e le case restano di nuovo vuote.
A Madrid lo Stato paga il taxi per portarti dove c'è altra gente. In Calabria il biglietto se lo pagano gli anziani, e il viaggio dura due ore d'aereo.
Torniamo per un attimo dall'altra parte del mondo, in un Paese che su questa strada ci ha preceduti di vent'anni e che dovrebbe servirci da specchio, non da curiosità esotica.
In Giappone la polizia nazionale conta i morti trovati in casa da soli. Nel solo primo semestre del 2025 sono stati 40.913. E c'è un dettaglio dentro quel numero che vale tutti i convegni sul tema: almeno il ventotto per cento di loro, 11.669 persone, è stato scoperto dopo otto giorni o più.
Otto giorni. Pensate a che cosa significa una settimana e un giorno. La posta che si accumula, la luce del pianerottolo che si accende e si spegne per altri, la spesa che nessuno va a fare, il telefono che non squilla perché non era rimasto nessuno che avesse motivo di chiamare. Otto giorni sono il tempo esatto che misura la distanza fra una vita e la comunità che avrebbe dovuto accorgersene.
La Spagna, con un documento imperfetto e senza soldi, ha provato a dire una cosa semplice: che quel tempo si può accorciare. Che è una questione politica, non caratteriale.
Noi, nei nostri paesi che d'estate si riempiono e per undici mesi no, non abbiamo ancora cominciato a contare i giorni.

