Mi è stato chiesto un articolo sulla Resistenza con una scadenza temporale draconiana e non ho esitato un minuto ad accettare. Sì è vero, impegni di lavoro e familiari si sono accumulati pericolosamente, ma “che sarà mai’?”, ho pensato.

È una vita intera che mi abbevero alla Resistenza e la Costituzione, sua figlia prediletta e nostro breviario civile, oltre che amata sin dall’età della ragione, è oramai il primo dei miei ferri del mestiere da quasi trentacinque anni. È in fondo di essa che scrivo e ragiono, come ogni altro magistrato, come ogni altro giurista di questo paese, quando scrivo e ragiono di dignità delle persone, di libertà di pensiero, di uguaglianza, di diritto a un’equa retribuzione e divieto di discriminazioni. E non è per essa che ho preso parte, con decine di migliaia d’altri, a quell’entusiasmante campagna referendaria che ha coinvolto donne e ragazzi, studenti e pensionati, chierici e laici per dire no a chi voleva privare tutti quei diritti della fondamentale garanzia di giudici indipendenti dal potere politico ed economico, in grado di difenderli senza né timore né speme?

Ho un’intera vita passata a sostenere le parole che mi è stato chiesto di mettere in fila e che sarà mai dunque, ho pensato. Mi metto un paio d’ore al PC e gliele mando, poi finisco di studiare l’udienza, che problema c’è?

Avrei dovuto saperlo che non sarebbe stato così semplice, che non lo è mai stato ed ancora meno lo è adesso che ognuno dei nobili ideali che la Resistenza ci ha regalato sembra essere cancellato, che ognuna delle promesse solenni pronunciate sembra definitivamente infranta.

Oggi che il Lavoro, fondamenta della Repubblica, si sbriciola nelle miriadi di lavori in vendita a basso costo al “mercato” del profitto e della concorrenza internazionale, al punto da rivestire sotto uno strato sottile di forma contrattuale (e spesso neppure quella) il prepotente ritorno dello schiavismo.

Oggi che l’inderogabile solidarietà a difesa della propria ed altrui dignità e della stessa vita è addirittura sanzionata come reato e che, ancor prima che il perseguimento dell’uguaglianza sostanziale, sono il riconoscimento e la difesa dell’uguaglianza formale ad essere negati.

Con le stesse, volgari, idee dei fascismi che la resistenza sconfisse e con quelle parole prive di contenuto, ma “gonfie di sangue e di lacrime”, che denunciava Simone Weil a nazismo imperante. Parole come razza, come sostituzione etnica, identità dei popoli, che si affermano o periscono sotto la pressione della vitalità demografica d’altri popoli invasori. Parole come Nazione, pronunciata con la maiuscola, le stesse, identiche parole che annunciarono l’ecatombe, che oggi sarebbe definitiva.

Oggi che nelle scuole e nelle università vengono militari, gonfi di medaglie, a spiegare la gloria fulgente del servire in armi, appunto, la nazione. Oggi che di nuovo si negano soldi alla cura ed alla cultura per investirli massicciamente in carri armati, bombe e missili.

Oggi che di una bandiera sbagliata o d’una parola sbagliata si può di nuovo essere chiamati a rispondere, che questori, di nuovo, possono emanare fogli di via e interdire l’accesso a intere parti del territorio e questurini controllarne il rispetto, nell’implacabile catena burocratico repressiva della persecuzione del pensiero dissenziente e delle esistenze dissonanti.

Oggi che, di nuovo, ribelli e teste calde possono essere presi in consegna e messi al gabbio per il tempo necessario ad impedire loro di turbare i pensieri dei governanti e della gente per bene. Come accadeva al prozio del prof. Pallante ogni volta che i monarchi sabaudi decidevano per una capatina in città: “Giuanin a l’è ura”, dicevano le guardie, ed il barbiere anarchico finiva in galera per il tempo necessario al re per sbrigare le sue pubbliche faccende (Il Manifesto, 6\2\2026).

Oggi che di nuovo un genocidio ha deturpato e continua a deturpare il mondo, un genocidio commesso con armi che noi forniamo e da un esercito e governanti che noi sosteniamo e difendiamo, al punto di rifiutare di perseguirne i responsabili, da un lato e sbattere in galera chi ha l’ardire di protestare contro questo orrore, dall’altro. Un genocidio del quale, a differenza di quanto accadde ai nostri padri, non potremo mai dire di non averne saputo nulla, osservandolo ogni giorno su TV e cellulari, inframezzato da jingles pubblicitari e frames di cartoni animati.

Quando mi è stato chiesto questo articolo, ho addirittura chiesto se c’erano limiti di spazio, certo com’ero che il solo problema sarebbe stato quello di arginare il flusso certamente inarrestabile di parole che sarebbero accorse alla tastiera e invece adesso mi accorgo di non averne abbastanza, di non averne giuste, forse di non averne più.

Oggi che tutti i solenni “mai più” che i nostri padri pronunciarono sul mare di sangue versato sembrano esser stati traditi. Meglio farsele prestare, allora le parole da uno di quei ragazzi a 15 anni saliti sui monti per difendere la libertà, la giustizia e la dignità di un popolo.

Il partigiano “Enzo”, all’anagrafe Ezio Vallerio di 96 anni, in un’intervista al secolo XIX di ieri l’altro, ricordava l’università che furono per lui gli insegnamenti del suo comandante, metallurgico “virgola”, ammonendo per il pericolo di un imminente ritorno del fascismo. “Noi abbiamo combattuto per tutti” – diceva Enzo - “per chi c’era e per chi non c’era e anche per chi era dall’altra parte”.

Ecco, forse erano solo queste le parole che cercavo inutilmente e tutte le altre che ho scritte potrebbero ben essere stracciate. Questi ragazzi indomiti ed infiniti hanno combattuto per tutti, è l’ora di contraccambiare. E spetta soprattutto a chi oggi ha la gioventù che loro avevano allora farlo e farlo imbracciando le sole armi in grado di sconfiggere i padroni del mondo: le parole.

*Emilio Sirianni, già Presidente della Sezione Lavoro della Corte d'Appello di Catanzaro