All’Auditorium della Conciliazione il deputato calabrese sancisce l’adesione a Futuro Nazionale. Tra slogan identitari e polemiche sui diritti, prende forma un’offerta politica ridotta ad armamentario retorico novecentesco
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Roma, Auditorium della Conciliazione, metà giugno duemilaventisei. Sotto i soffitti a due passi dal Vaticano, la politica meridionale celebra l’ennesimo, traumatico cambio d’abito, ma stavolta lo strappo ha il sapore della regressione ideologica. Al centro esatto della scena non c’è solo Roberto Vannacci con il battesimo ufficiale del suo nuovo partito, Futuro Nazionale. C’è soprattutto Domenico Furgiuele, il deputato calabrese che ha deciso di intestarsi la vandea meridionale del Generale. Per la Calabria, terra storicamente abituata alle transumanze dei suoi viceré romani, questo non è un passaggio come gli altri. È la plastica dimostrazione di come una rappresentanza parlamentare, nata sulle ceneri del sovranismo padano di matrice salviniana, scelga oggi di rifugiarsi in una trincea ancora più radicale, scambiando la proposta politica con la disciplina della caserma e il negazionismo dei diritti.
Il post con cui Furgiuele ha sancito quello che definisce un «ritorno a casa» è una sentenza senza appello per via Bellerio, ma è sul palco romano che la sceneggiatura si è fatta carne viva. Sentire un parlamentare eletto in Calabria rivolgersi alla platea chiamandola apertamente «camerati», vederlo scandire il trittico «Dio, patria e famiglia» con una foga d'altri tempi, e infine guardarlo mentre volta le spalle al pubblico per tributare un rigido saluto militare al Generale seduto in prima fila, direi che squarcia un velo di ipocrisia. Siamo di fronte a un codice geometrico. Il saluto militare di un rappresentante del popolo a un leader politico in un contesto civile declassa l’azione democratica a obbedienza gerarchica, riducendo il mandato parlamentare a una rassegna di truppa. Per una regione come la Calabria, che avrebbe un disperato bisogno di istituzioni forti, emancipazione sociale e investimenti strutturali, l'offerta politica di Furgiuele si riduce così a un armamentario retorico novecentesco, un feticcio identitario buono per solleticare la pancia di un elettorato smarrito ma incapace di generare futuro.
Questa grammatica dell’assalto trova la sua sponda naturale nelle parole dello stesso Vannacci, che Furgiuele ha sposato senza riserve. Il Generale ha arringato la folla compiendo un’operazione comunicativa feroce. Ha preso lo stigma dei suoi detrattori e lo ha trasformato in un blasone, proclamando che la sala rappresenta «lo scarto e la feccia» e che il gruppo di parlamentari fuoriusciti dalla Lega - la dote che Furgiuele gli ha portato in dote insieme a Bergamini, Pierro e Bof - è una «sporca dozzina» fiera di essere figlia di nessuno. È il manuale del populismo reazionario applicato al Meridione. Non si offre riscatto, ma si santifica la marginalità, trasformando l’isolamento politico in un’epopea eroica da combattere in trincea. Questa estetica del conflitto permanente è culminata nella lettura di una preghiera laica che esalta la crudeltà e il tormento della lotta. Elementi che, se analizzati con sguardo critico, rivelano tutta la loro tossicità, ovvero la politica che rinuncia al compromesso democratico per farsi scontro di civiltà.
Le note più dolenti e pericolose di questa saldatura emergono però quando il Generale tocca i nervi scoperti della società civile, calpestando decenni di conquiste e di sofferenze con una spocchia disarmante. Liquidare il femminicidio come un’invenzione ideologica, sostenendo a margine dei lavori che si tratti di un omicidio come gli altri, svela il volto profondo di Futuro Nazionale. A questo si aggiunge l'affondo brutale contro la comunità omosessuale, liquidata da Vannacci con un'argomentazione di raggelante banalità burocratica. Secondo il Generale, i gay non avrebbero nulla da rivendicare dal punto di vista dei diritti civili per il semplice fatto che «hanno la patente, possono andare in ospedale e godono degli stessi diritti degli altri». Una riduzione della dignità umana e dell'uguaglianza a un mero elenco di concessioni statali, come se l'esistenza, la discriminazione e la tutela di una persona si misurassero sul possesso di una tessera di plastica della Motorizzazione. In una terra come la Calabria, dove le dinamiche patriarcali e i pregiudizi sono ferite ancora aperte e sanguinose, la spallata negazionista di Vannacci, avallata dal silenzio assordante dei suoi colonnelli locali come Furgiuele, è un insulto alla complessità e alla sofferenza di chi lotta ogni giorno per non nascondersi.
Ed è proprio qui, sul finale, che l'intera impalcatura ideologica della kermesse frana in un corto circuito grottesco, quasi uno sberleffo alla memoria collettiva. Per chiudere i lavori dell'adunata e sigillare il manifesto di questa destra barricadera, è stata scelta come sigla ufficiale “Futura” di Lucio Dalla. L'ipocrisia tocca il suo apice. La poesia di un artista straordinario che per milioni di italiani è diventato, anche e soprattutto dopo la sua morte, un simbolo totale di libertà sessuale, di fluidità, di non conformismo e di amore universale oltre gli steccati di genere, viene arruolata coattivamente per fare da colonna sonora a chi quella stessa libertà la nega o la ridicolizza. Una canzone nata per invocare il superamento dei muri, l'apertura al diverso e la speranza del domani, usata come paravento per un'adunata che guarda ostinatamente all’indietro, ai rancori del passato e alle divisioni di trincea. Furgiuele scrive che il viaggio è appena iniziato. Ma la sensazione, guardando da questa latitudine meridionale, è che la Calabria sia stata imbarcata per l'ennesima volta su un treno che viaggia contromano, verso una notte ideologica dove la complessità dei problemi viene sacrificata sull'altare di un saluto militare e la bellezza di un'utopia libertaria come quella di Dalla viene piegata alle esigenze della propaganda più reazionaria.
*Documentarista Unical

