Parlano albergatori, ristoratori e commercianti dopo l’editoriale su LaC News24. Il confronto con il 2019 ridimensiona il boom: circa 200mila arrivi in più in sei anni, mentre le notti restano sotto i livelli pre-pandemia. E la stagione continua a durare troppo poco
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Circa duecentomila lettori per un editoriale sul turismo calabrese sono già una notizia. Ma forse la notizia più interessante è un'altra. Dopo la pubblicazione dell'articolo del direttore di LaC News24 sulla crisi dell'estate, alla redazione hanno cominciato a scrivere decine di imprenditori turistici: albergatori, ristoratori, commercianti, operatori che dal turismo dovrebbero ricavare il proprio reddito. Il messaggio, con sfumature diverse, è quasi sempre lo stesso: il turista arriva, ma resta meno; guarda di più e compra di meno; accorcia la vacanza, taglia il ristorante, concentra tutto intorno a Ferragosto.
La domanda allora diventa inevitabile: com'è possibile che questa Calabria vera e reale conviva con quella dei record turistici raccontati dai comunicati della politica? La risposta comincia da una regola elementare dell'economia: prima delle percentuali bisogna guardare i livelli. Se passo da due clienti a tre ho fatto +50%; il supermercato che passa da mille a millecento ha fatto solo +10%. Eppure, dovendo scegliere, converrebbe possedere il supermercato.
L'anteprima dello studio TEHA presentata dalla Regione sottolinea che tra il 2021 e il 2025 gli arrivi turistici sono cresciuti del 75,2%. Un numero magnifico. Solo che il 2021 era ancora l'anno della pandemia: si partiva da appena 1,2 milioni di arrivi. Nel 2019 gli arrivi erano già 1,9 milioni e nel 2025 sono diventati 2,1 milioni. Il confronto davvero utile è dunque 2019-2025: circa 200mila arrivi in più, poco più del 10% in sei anni. Crescita, certo. Ma non rivoluzione.
C'è un altro livello che meriterebbe di stare accanto a ogni percentuale celebrativa. Nel 2025 l'Italia registra, nello stesso prospetto TEHA, 160,8 milioni di arrivi; la Calabria 2,1 milioni: circa l'1,3% del totale nazionale. Gli stranieri raggiungono il massimo storico regionale, ma restano il 23% degli arrivi calabresi, mentre in Italia pesano il 45%. Si può essere secondi per crescita percentuale degli stranieri e continuare ad avere una quota piccola del mercato turistico nazionale. Le percentuali fanno rumore; i livelli spiegano dove siamo davvero.
La fotografia della Banca d'Italia è ancora più istruttiva. Tra il 2014 e il 2024 gli arrivi nelle strutture ricettive calabresi sono cresciuti di circa un quarto, arrivando a 1,8 milioni. Le presenze, cioè le notti effettivamente trascorse, sono aumentate appena del 4,9%, poco sopra gli otto milioni. Perché? Perché la permanenza media è scesa da 5,5 a 4,7 giorni. Inoltre, nel 2024 le presenze erano ancora inferiori del 14,4% ai livelli del 2019. Ecco perché gli imprenditori insistono sul fatto che “la gente c'è, i soldi meno”.
Un arrivo statistico vale sempre uno. Ma economicamente non è affatto la stessa cosa se quel turista rimane dieci giorni o tre. Le statistiche degli arrivi fanno felice il comunicato stampa; sono le notti, i pasti, le escursioni, gli acquisti, gli stabilimenti, i taxi, le guide e i servizi acquistati a fare felice l'impresa. Se aumentano gli arrivi ma si accorciano i soggiorni, il motore gira più veloce ma produce meno trazione.
Poi c'è la madre di tutte le anomalie calabresi: la stagionalità. Nel 2024 oltre il 90% delle presenze si concentra nei comuni a vocazione marittima; l'85% delle presenze annuali cade fra giugno e settembre e addirittura il 58,8% nei soli luglio e agosto. Banca d'Italia definisce quello calabrese il più elevato indice di stagionalità tra le regioni italiane. Abbiamo parchi nazionali, archeologia, borghi, castelli, montagne, minoranze linguistiche, cultura bizantina e gastronomia. Poi arriva ottobre e una parte dell'economia turistica entra praticamente in letargo.
Il paradosso diventa ancora più evidente guardando all'offerta. La Calabria dispone di quasi 200mila posti letto e ha una dotazione per abitante superiore alla media italiana. Eppure, il tasso lordo di utilizzazione degli alberghi è appena il 17,6%, contro il 35,6% nazionale. Anche limitandosi ai giorni di effettiva apertura, l'utilizzo è del 43,2% contro il 55,2% italiano e raggiunge la media nazionale soltanto in luglio e agosto. Nei mesi invernali i posti letto disponibili crollano di oltre l'80%. Non è esattamente il profilo di una macchina turistica che lavora a pieno regime.
E arriviamo ora al mirabolante studio TEHA. Il comunicato stampa consultabile sul sito della Regione Calabria calcola per il 2025 circa 1,024 miliardi di euro di spesa turistica diretta. Attraverso un modello input-output questa spesa attiverebbe 1,168 miliardi di impatto indiretto e 225 milioni di effetto indotto. Totale: 2,417 miliardi di giro d'affari, con un moltiplicatore di 2,35. Fin qui si può discutere delle ipotesi del modello, ma il procedimento è riconoscibile. Il problema nasce quando le grandezze iniziano a mescolarsi.
Un miliardo è la spesa diretta dei turisti. 2,4 miliardi sono il giro d'affari complessivamente attivato. Nessuno dei due è automaticamente PIL. Il fatturato somma le transazioni lungo le filiere: il ristorante compra il vino, il grossista lo compra dalla cantina, la cantina acquista servizi e forniture. Il PIL misura invece il valore aggiunto, proprio per evitare che lo stesso valore venga contato più volte. Confondere fatturato attivato e PIL significa produrre un numero più grande, ma meno preciso.
E invece la slide TEHA affianca ai 2,4 miliardi di giro d'affari l'indicazione “6% del PIL calabrese”. Il rapporto aritmetico si può calcolare, naturalmente. Ma non significa che il turismo produca il 6% del PIL regionale. Per dirlo servirebbe stimare il valore aggiunto diretto, indiretto e indotto, non il fatturato lordo delle transazioni attivate. Altrimenti potremmo sommare le vendite lungo tutte le filiere e scoprire, con una certa sorpresa, di aver inventato parecchi numeri di PIL. Errori di questo genere portano a una bocciatura all'esame di economia politica del primo anno di università!
Il passaggio più problematico riguarda però i 47 milioni di destination marketing. Il comunicato stampa afferma che questi investimenti hanno generato 5,8 miliardi di impatto economico nel triennio 2023-2025. Quei 5,8 miliardi derivano dalla somma del giro d'affari turistico stimato nei tre anni: 1,6 miliardi nel 2023, 1,8 nel 2024 e 2,4 nel 2025. Ma per sostenere che 47 milioni hanno generato 5,8 miliardi bisogna sapere cosa sarebbe successo senza quei 47 milioni. È il controfattuale elementare di qualsiasi valutazione d'impatto seria.
Quanti turisti sarebbero arrivati comunque? Quanto dipende dalla ripresa post-Covid? Quanto dall'aumento generale dei flussi turistici italiani? Quanto dai nuovi collegamenti aerei? Quanto dalle decisioni delle compagnie low-cost e quanto dal destination marketing regionale? Nell'anteprima pubblicata non compare una strategia econometrica visibile capace di attribuire causalmente l'intero risultato alla spesa regionale. Sulla base del documento oggi pubblico, il salto da “nel triennio sono stati spesi 47 milioni” a “i 47 milioni hanno generato 5,8 miliardi” non è dimostrato.
C'è infine un dettaglio quasi surreale. I 5,8 miliardi sono giro d'affari cumulato di tre anni e vengono presentati come “14,1% del PIL calabrese”. Si confronta quindi un flusso lordo cumulato su tre esercizi con una grandezza di valore aggiunto. Sono grandezze diverse e temporalmente non omogenee. L'effetto comunicativo è enorme; quello informativo molto meno.
Il turismo calabrese non ha bisogno di statistiche acrobatiche e di dubbia scientificità per dimostrare di essere importante. Ha bisogno di qualcosa di più difficile: trasformare visitatori in reddito, presenze in valore aggiunto e due mesi di folla in dodici mesi di economia. La vera classifica da scalare non è quella del maggiore incremento percentuale, ma quella della permanenza media, della spesa giornaliera, dell'occupazione delle camere, dei salari, del valore aggiunto per turista e della capacità di portare visitatori anche lontano dalle spiagge e da Ferragosto. Perché le percentuali possono essere straordinarie. Ma gli scontrini degli imprenditori, purtroppo, non si pagano con le percentuali sparate dai comunicati stampa della politica!
*Professore Università Mediterranea



