L’ex deputato torna a DiMartedì, racconta la malattia e riconosce la correttezza mostrata nei suoi confronti dalla presidente del Consiglio. Poi riparte dalla politica: «Di quale problema concreto risolto può vantarsi oggi il governo?». E sulla candidatura frena: «Dovrò iniziare presto le terapie, ora devo pensare ad altro»
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La politica può attendere quando improvvisamente entra nella vita qualcosa capace di cambiare la scala delle priorità, e Alessandro Di Battista lo racconta senza cercare immagini eroiche, senza trasformare la malattia in una battaglia da combattere a colpi di slogan e soprattutto senza nascondere che, almeno per il momento, il suo futuro immediato non passa da una candidatura alle prossime elezioni ma dalle terapie che dovrà cominciare presto.
Poi, però, nello studio di DiMartedì, davanti a Giovanni Floris, la politica torna inevitabilmente a occupare spazio e l’ex deputato del Movimento 5 Stelle non evita nessuno dei temi destinati ad accompagnare i prossimi mesi: il governo Meloni, il costo della vita, Roberto Vannacci, Gaza, Netanyahu, Donald Trump, la guerra con l’Iran, il futuro del campo largo, le difficoltà del Partito democratico e infine quella domanda che ormai lo accompagna da tempo, cioè se l’associazione Schierarsi possa rappresentare un giorno qualcosa di più di un movimento civico.
Il ritorno in studio arriva dopo il malore accusato a Cuba e l’intervento chirurgico al quale Di Battista è stato sottoposto mentre si trovava sull’isola per realizzare alcuni reportage per Il Fatto Quotidiano e TvLoft, e proprio dal racconto di quelle settimane Floris ha deciso di cominciare. «Mi sono iniziato a sentire male essenzialmente in virtù di un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore che mi è stato riscontrato a Cuba», ha raccontato Di Battista, spiegando che i medici cubani avrebbero individuato rapidamente la causa dei sintomi, impostando una terapia che avrebbe consentito di ridurre l’edema e di procedere successivamente all’operazione. «Mi hanno asportato quasi tutto il tumore e adesso farò le cure, sperando che funzionino», ha aggiunto l’ex parlamentare, scegliendo però immediatamente di prendere le distanze da quella retorica del malato trasformato necessariamente in guerriero che, ha spiegato, non sente affatto propria.
«Io non sono uno di quelli che dice “ce la farò perché combatterò”; anzi la retorica del “forza guerriero, non mollare” neanche mi piace così tanto», ha dichiarato Di Battista, spiegando di non considerare la guarigione una questione di forza di volontà personale: «Io che devo fare? Devo fare le cure, devo condurre una vita il più sana possibile, devo avere un atteggiamento positivo, ma questo fa parte del mio carattere da sempre. Quelli che non devono mollare sono i dottori più che il sottoscritto», ha aggiunto, precisando di sentirsi seguito molto bene.
Il racconto si è quindi spostato su Cuba e sull’ospedale nel quale è stato operato, con Di Battista che ha descritto una struttura nella quale, secondo la sua testimonianza, alla qualità dei medici facevano da contraltare carenze materiali enormi, fino alla mancanza di acqua e alle difficoltà provocate dalle interruzioni dell’energia elettrica. «Mi hanno fatto a Cuba un’operazione raffinatissima», ha detto l’ex deputato, ricordando il neurochirurgo Marlon Ortiz e aggiungendo: «Mi hanno operato con tecnologie che qui si utilizzavano trent’anni fa eppure questo neurochirurgo mi ha salvato la vita».
Di Battista ha raccontato anche di aver ricevuto nelle ultime ore un messaggio dallo stesso medico sulle difficoltà nel garantire alcune attività della sala operatoria per la mancanza di corrente, descrivendo poi la situazione vissuta durante il ricovero: «Io sono stato operato in un ospedale senza acqua», ha dichiarato, ricordando i cittadini che, dopo che la sua presenza nella struttura era diventata nota, avrebbero portato secchi d’acqua fino al piano nel quale era ricoverato. Un’esperienza dalla quale l’ex parlamentare ha tratto anche un giudizio politico molto netto sulla situazione dell’isola e sulle sanzioni statunitensi, definendo quanto sta accadendo «un assedio medievale nel silenzio generale» e attribuendo alla strategia dell’amministrazione Trump l’obiettivo di aumentare la pressione economica sulla popolazione cubana per favorire una reazione contro il governo.
È stato però il racconto del rientro in Italia ad aprire uno dei passaggi politicamente più interessanti dell’intervista, perché Di Battista ha scelto di distinguere nettamente il giudizio sull’azione del governo dalla condotta tenuta nei suoi confronti da Giorgia Meloni durante quelle giornate. L’ex deputato ha definito «indegna» la polemica nata sulla possibilità di un volo di Stato, precisando di essere rientrato con un volo sanitario pagato attraverso la propria assicurazione e ricordando le ricostruzioni giornalistiche che, a suo dire, avrebbero diffuso notizie false sulle sue condizioni di salute.
«Io sul letto di ospedale a L’Avana ho scoperto di essere uscito da un coma nel quale non sapevo di essere mai entrato», ha raccontato Di Battista, criticando i giornali che, secondo la sua ricostruzione, avrebbero pubblicato bollettini sanitari non corrispondenti alla realtà. Nei confronti della presidente del Consiglio, invece, il giudizio personale è stato completamente diverso: Di Battista ha detto che Meloni e il governo si sono comportati correttamente con lui e ha raccontato di essere stato contattato direttamente dalla premier mentre si trovava ancora a Cuba. «La Meloni mi ha chiamato, che ero a L’Avana, dicendo: “Lascia perdere le polemiche veramente oscene su quel volo di Stato”», ha riferito l’ex parlamentare, aggiungendo che a suo giudizio un Paese dovrebbe essere in grado di garantire un servizio di trasporto sanitario ai propri cittadini quando si trovano all’estero in condizioni di particolare gravità.
Un riconoscimento personale che non ha prodotto, tuttavia, alcuno sconto sul terreno politico. Quando Floris gli ha chiesto come Giorgia Meloni stia affrontando quella che appare ormai come una lunga vigilia della prossima campagna elettorale, Di Battista ha immediatamente separato la durata dell’esecutivo dalla qualità dei risultati ottenuti, mettendo al centro una domanda che ha poi accompagnato tutto il suo ragionamento: «Un governo lungo non è per forza sinonimo di buon governo. Però di cosa si può vantare oggi il governo Meloni? Di quale problema concreto risolto? Qual è stato un decreto, una legge fatta da questo governo che ci ha concretamente migliorato la vita?», ha chiesto Di Battista.
L’ex deputato ha quindi passato in rassegna immigrazione, classe media, natalità e sicurezza, formulando su ciascuno di questi terreni un giudizio negativo sull’operato dell’esecutivo e sostenendo che la presidente del Consiglio cerchi di compensare la difficoltà nel rivendicare risultati concreti scegliendo temi capaci di spostare rapidamente il dibattito pubblico. «Può vantare risultati sul fronte dell’immigrazione? No. Sul fronte del sostegno alla classe media? No», ha dichiarato Di Battista, richiamando poi il tema della natalità e ricordando come Meloni abbia costruito una parte importante della propria proposta politica sulla famiglia e sul sostegno alle coppie.
Lo stesso ragionamento è stato applicato alla sicurezza e soprattutto alla scuola, dove Di Battista ha contestato la centralità assunta nel dibattito dai limiti alla presenza di studenti stranieri nelle classi e dalla questione del burqa. «Non potendo vantare alcun risultato, ogni giorno cerca di distrarre col tema del burqa», ha sostenuto l’ex parlamentare, aggiungendo che, a suo giudizio, «il primo problema della scuola pubblica italiana non è la presenza di studentesse che indossano il burqa». La tesi di Di Battista è che Meloni riesca a selezionare temi capaci di imprimersi nella memoria dell’elettorato, spostando il confronto dai risultati dell’azione amministrativa a questioni identitarie molto più immediate.
Un meccanismo non troppo distante, nella sua lettura, da quello che avrebbe favorito la crescita mediatica di Roberto Vannacci, sul quale Di Battista ha ripreso un’espressione utilizzata in passato da Beppe Grillo: «Più lo sputi e più si appiccica», ha detto, sostenendo che «la demonizzazione costante non fa altro che favorirlo» e arrivando a definire l’ex generale «un fenomeno mediatico e non politico, creato anche da grandi giornali».
Di Battista ha spiegato il proprio ragionamento immaginando lo stesso Vannacci consapevole del meccanismo che si attiva intorno a ogni sua dichiarazione: «Vannacci si alza la mattina, parla con i propri collaboratori e sa che qualsiasi cosa, qualsiasi concetto strampalato, addirittura soprattutto strampalato, lui pronunci, ci saranno direttori di giornali che invieranno i propri cronisti a intervistare tutti i politici italiani, compresi gli esponenti governativi, chiedendo un commento alle parole di Vannacci», ha osservato Di Battista, arrivando quindi alla propria conclusione: «È così che cresce per forza».
La parte più dura dell’intervista è arrivata però quando Floris ha portato il confronto sulla politica internazionale e sull’intervento di Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite. Di Battista ha contestato radicalmente il comportamento dell’Unione europea nel conflitto mediorientale, mettendolo a confronto con quello tenuto nei confronti della Russia e richiamando i 21 pacchetti di sanzioni adottati contro Mosca. «La verità è che ha sempre avuto la comunità internazionale dalla sua parte: 21 pacchetti di sanzioni alla Russia, zero confronti di Israele», ha dichiarato Di Battista, richiamando quindi il procedimento aperto davanti alla Corte internazionale di giustizia e il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del premier israeliano.
Su Gaza l’ex deputato ha utilizzato parole durissime, arrivando a definire l’Unione europea «un ectoplasma ignobile» e sostenendo che «fondamentalmente la comunità internazionale ha sostenuto il genocidio in atto». Si tratta di una valutazione politica di Di Battista: davanti alla Corte internazionale di giustizia è pendente il procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio, ma non è stata ancora pronunciata una sentenza definitiva nel merito; Netanyahu è invece destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale, che lo indica come at large, sulla base di accuse relative a presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
«Netanyahu fa il bulletto perché sa di avere dalla sua parte Trump, ma anche l’Unione Europea», ha affermato Di Battista, sostenendo che Bruxelles abbia mantenuto sul Medio Oriente una linea sostanzialmente sovrapponibile a quella americana e collegando immediatamente il dossier israeliano alla guerra tra Stati Uniti e Iran, che da mesi condiziona gli equilibri regionali e i mercati energetici. Il conflitto è effettivamente ancora in corso e, proprio nelle ultime ore, Stati Uniti e Iran stanno discutendo indirettamente attraverso mediatori di una possibile soluzione che comprenda anche la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Di Battista ha però fornito una propria lettura dell’andamento della guerra, sostenendo che Washington si sia infilata «in un vicolo cieco» e che, dal punto di vista strategico, l’Iran abbia prevalso: «Questa guerra l’hanno vinta i Pasdaran con i barchini e qualche bazooka. Questa è la verità, dal punto di vista strategico l’ha vinta l’Iran», ha dichiarato l’ex parlamentare, attribuendo inoltre a Netanyahu una forte influenza sulla decisione americana di entrare nel conflitto e sostenendo che Trump abbia agito contro gli stessi interessi degli Stati Uniti.
È proprio dalla politica estera che Di Battista è quindi tornato all’Italia e a Giorgia Meloni, contestandole di avere privilegiato, a suo giudizio, il rapporto con i propri riferimenti internazionali rispetto all’interesse nazionale. «Ha sbagliato tutto, dal mio punto di vista, perché contrariamente a quello che ha sempre dichiarato si è sempre mossa più pensando a se stessa, al modo di tenere insieme i pezzi, a non deludere i suoi punti di riferimento politici, piuttosto che all’interesse generale in Italia», ha sostenuto, collegando direttamente la crisi internazionale all’aumento dei costi energetici e dei carburanti.
Il tema è particolarmente sensibile in queste settimane, con il rialzo del petrolio provocato dalle tensioni mediorientali e con diverse compagnie che stanno introducendo in Italia tetti volontari ai prezzi dei carburanti: Eni e Socar hanno fissato, tra l’altro, un massimo di 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il diesel, mentre anche Q8 ha annunciato un proprio intervento dal primo ottobre. Di Battista ha riconosciuto esplicitamente che eventuali misure capaci di contenere i prezzi andrebbero valutate positivamente, rifiutando l’idea di un’opposizione pregiudiziale alla premier: «Io non vado contro la Meloni per forza sempre. Se riesce a calmierare un po’ i prezzi va bene», ha dichiarato, prima di tornare sulla situazione quotidiana delle famiglie: «La gente non ce la fa a fare il pieno, Giovanni, non ce la fa».
Se l’attacco al governo è stato duro, quello rivolto al campo largo non è stato meno netto. Floris gli ha chiesto direttamente se possa diventare una sorta di «Vannacci del centrosinistra» in vista delle prossime elezioni, ma Di Battista ha respinto immediatamente entrambe le definizioni: «Non c’entro niente con Vannacci e non è centrosinistra», ha risposto, utilizzando proprio la domanda per mettere in discussione la consistenza politica della coalizione alternativa al centrodestra.
«È debole il campo largo», ha dichiarato Di Battista, individuando soprattutto nel Partito democratico il punto più problematico dell’alleanza e scegliendo ancora una volta la politica estera come terreno sul quale misurare la distanza tra l’opposizione che immagina e quella oggi esistente. «Come pretende il principale partito di questa coalizione, il Partito Democratico, di vincere le elezioni se sulla questione dirimente, cioè l’Ucraina, che ha a che fare con politica estera, politica energetica, costo della vita, ha di fatto la stessa identica posizione della Meloni? Come può pretendere di vincere le elezioni?», ha chiesto l’ex deputato.
Non è dunque Giuseppe Conte il bersaglio principale della sua critica e neppure il tema della leadership, sul quale poco prima Gentiloni e Bersani avevano discusso nello stesso studio, ma l’identità politica di una coalizione che, secondo Di Battista, non può proporsi come alternativa al governo se su alcuni dossier fondamentali mantiene posizioni che egli considera sostanzialmente coincidenti con quelle della maggioranza. «In questo momento il campo largo non lo vedo molto bene, ma soprattutto perché non vedo molto bene il Partito Democratico», ha affermato, lasciando emergere una distanza politica che rende difficile collocarlo automaticamente dentro l’attuale perimetro del centrosinistra.
Rimane infine la questione della possibile candidatura e del futuro di Schierarsi, l’associazione costruita da Di Battista negli ultimi anni e che dispone ormai, secondo quanto riferito dallo stesso fondatore, di migliaia di iscritti. Alla domanda diretta di Floris, l’ex parlamentare non ha negato che il lavoro svolto avesse anche l’obiettivo di arrivare a un eventuale appuntamento elettorale nella condizione di poter scegliere liberamente quale strada percorrere, ma ha spiegato che la malattia ha inevitabilmente modificato tempi e priorità.
«Noi con l’associazione Schierarsi abbiamo fatto tutti dei passi, peraltro da anni, giusti per arrivare a questo appuntamento quantomeno con la possibilità di decidere, cioè avere a disposizione la possibilità di decidere strumenti che ti permettono di dire: okay, possiamo prendere questa strada o quest’altra. Avevamo fatto tutto bene», ha raccontato Di Battista, prima di fermarsi davanti a ciò che nessun progetto politico avrebbe potuto prevedere: «Poi la vita è imponderabile, capitano delle cose che uno non si aspetta e quindi è evidente che la priorità per me ora è curarmi fondamentalmente».
Non una rinuncia definitiva alla politica, dunque, e neppure lo scioglimento del percorso costruito con Schierarsi, perché Di Battista ha indicato esplicitamente l’obiettivo di continuare a far crescere l’associazione «non precludendo nessuna strada» e di arrivare preparati ad altre eventuali tornate elettorali future, ma certamente uno stop alla prospettiva di trasformare immediatamente il suo ritorno televisivo nell’annuncio di una candidatura.
Floris ha insistito ancora una volta: dunque non ti candiderai? Ed è arrivata probabilmente la risposta più semplice dell’intera intervista, quella nella quale per qualche secondo sono scomparsi governo, campo largo, Trump, Netanyahu e persino le elezioni: «Dovrò iniziare presto le terapie, Giovanni. Insomma, ora giustamente devo pensare ad altro», ha concluso Alessandro Di Battista.
Ed è forse proprio questa la fotografia che resta del suo ritorno a DiMartedì: nessun annuncio di rientro immediato nell’arena elettorale e nessuna adesione al campo largo, ma neppure un addio alla politica, mentre Schierarsi continuerà il proprio percorso e Di Battista, quando guarda più avanti, continua a lasciare aperte possibilità che oggi non può e non vuole trasformare in decisioni. Prima, come ha detto lui stesso, vengono le cure.

