VIDEO - All’iniziativa de “La tazzina della legalità” anche la toccante testimonianza di Martino Ceravolo mentre l’imprenditore Tiberio Bentivoglio denuncia lo sfratto dal bene confiscato e la revoca della scorta. Gaglianese attacca sul caso Cascasi: «Il sindaco si alzi dalla poltrona e chieda conto dei ritardi»
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Una mattinata incentrata sui temi della legalità quella che, nell’aula consiliare della Provincia di Vibo Valentia, l’associazione “La tazzina della legalità” ha promosso al grido di “Vibo non si divide”, per accendere un faro sulla risposta civile alla logica prevaricatrice del racket e delle intimidazioni ai danni di imprese e amministratori pubblici.
Non tantissimi hanno risposto all’appello del presidente dell’associazione Sergio Gaglianese. C’erano il sindaco e il presidente del Consiglio comunale della città, Enzo Romeo e Antonio Iannello, i primi cittadini di alcuni centri del Vibonese, quello di Gioia Tauro Simona Scarcella, il presidente della Provincia Corrado L’Andolina, testimoni di giustizia e familiari di vittime di mafia e, ancora, imprenditori che si sono ribellati al racket come il reggino Tiberio Bentivoglio, il vibonese Salvatore Barbagallo, l’imprenditrice agricola della Piana di Gioia Tauro, Patrizia Rodi Morabito. Presente anche Martino Ceravolo, papà di Filippo, vittima innocente di mafia. Mancava completamente, come rilevato dallo stesso Gaglianese, la rete delle associazioni. «È come se ci facessimo ombra tra noi» ha commentato.
Dalle testimonianze agli interventi istituzionali, non sono mancate proposte concrete come la creazione di un osservatorio in ogni comune per monitorare i fenomeni intimidatori (l’idea della consigliera comunale vibonese Laura Pugliese) o l’utilizzo dei beni confiscati come ristoro delle perdite economiche subite dagli imprenditori vittime di attentati.
Per Gaglianese, il problema maggiore resta lo stato di bisogno. «La ‘ndrangheta - dice - è solo il sintomo della malattia, ma la vera malattia è il bisogno in cui la politica ci ha lasciato, perché non abbiamo infrastrutture, non abbiamo trasporti, servizi e sanità. Si parla tanto di restanza e ritornanza, ma questi sono concetti utopistici, bisognerebbe piuttosto parlare di “ridestanza”: ci dobbiamo svegliare tutti e pretendere i nostri diritti».
Una stoccata alle istituzioni, Gaglianese, la riserva sul caso Cascasi. «È una vicenda che mi sta molto a cuore: non è possibile che un imprenditore che ancora ha il coraggio di investire in questo territorio nonostante tutto, sia ostacolato prima dalla ‘ndrangheta e poi anche dallo Stato e dalla burocrazia. Il suo progetto da milioni di euro, che creerebbe decine di posti di lavoro, a due anni dalla Conferenza dei servizi non è ancora partito. E allora qui ci sono anche responsabilità politiche e il sindaco della città dovrebbe alzarsi dalla poltrona e andare all’Autorità portuale e alla Capitaneria di porto e chiedere conto di questi ritardi» ha affermato.
Imprenditori nelle maglie della burocrazia. Anche Tiberio Bentivoglio non ha mancato di additare le responsabilità dello Stato. «Mi hanno chiesto il pizzo, non ho pagato. Mi hanno chiesto il mio negozio, con un fatturato altissimo a quei tempi, non ho accettato. Mi hanno chiesto posti di lavoro, non ho accettato. Hanno distrutto più volte i miei negozi, il mio deposito, i miei mezzi di lavoro. Ci hanno tempestato di telefonate anonime, minacciose. Abbiamo resistito. Mi hanno sparato sei colpi di pistola alle spalle. Grazie a Dio sono qui a raccontarlo. Ho incontrato un pezzo di Stato che ha funzionato, ma un altro pezzo no. Ora sto rischiando di perdere l’attività, perché sono stato sfrattato dal Comune di Reggio Calabria dall’unico bene confiscato in Italia al cui interno ci sono vittime di mafia: mia moglie ed io. Il 14 ottobre ci sarà l’udienza per vedere come andrà a finire. Un altro pezzo di Stato, ancora più grosso, mi vuole togliere la scorta: da quasi tre anni lotto tra Tar e Consiglio di Stato per poterla mantenere. Nessuno ha scoperto chi mi ha sparato, non c’è un colpevole, non ci sono esecutori né mandanti. Eppure stiamo soffrendo tanto, tantissimo».
Toccante anche la testimonianza di Martino Ceravolo. «Dopo quasi 14 mio figlio ha avuto giustizia e ci sono stati gli arresti per il suo omicidio». Ma a che prezzo? «Mia moglie ha tentato il suicidio, mia figlia soffre di una forte depressione, la nostra famiglia è uscita devastata da una perdita che nessuna giustizia potrà mai colmare» ha detto.
All’iniziativa anche personalità legate a figure simbolo dell’antimafia, come il capo scorta di Paolo Borsellino, Nicola Catanese, e la staffetta della scorta di Giovanni Falcone, Mimmo Scordino.


