'Ndrangheta, così il boss Muto ha comandato la costa tirrenica cosentina per 40 anni

Affiliati ovunque, rapporti con la politica e consolidamento del consenso popolare. Così il "re del pesce" ha controllato il territorio per quasi mezzo secolo

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di Francesca  Lagatta
16 marzo 2021
09:57

Una volta la magistratura lo aveva inserito tra i boss di 'ndrangheta più pericolosi della Calabria e sulla costa tirrenica cosentina, dove ha comandato incontrastato per quasi 40 anni, il suo nome non si pronunciava mai ad alta voce. Oggi Franco Muto, alias il "re del pesce", fa un po' meno paura e i cittadini di Cetraro, la cittadina considerata la roccaforte del clan, scendono persino in piazza a manifestare contro la criminalità. È accaduto dopo la vile intimidazione ai danni del maresciallo dei carabinieri Orlando D'Ambrosio, la cui auto sabato sera è stata crivellata di colpi di arma da fuoco. L'atto intimidatorio, ora sotto la lente degli investigatori, arriva a quattro giorni dall'ennesima inchiesta giudiziaria, stavolta denominata Katarion, che metterebbe in ginocchio gli affari dello storico clan e dei suoi presunti affiliati.

Dalla povertà al potere incontrastato

Ma chi è davvero il boss Franco Muto? E perché la sua egemonia dura ancora oggi? La storia di Francesco Muto, detto Franco, nato a Cosenza nel 1940, ha origini remote e attraversa trasversalmente tutti i settori della società, dalle piazze di spaccio al controllo asfissiante sul mercato ittico, passando anche per la magistratura, e arriva, inevitabilmente fino alla politica. Dapprima imbianchino, calzolaio e fruttivendolo, la leggenda narra che la sua scalata al potere criminale risalga alla fine degli anni '70, distinguendosi nello schieramento della cosca dei Pino-Sena, quando questa era in guerra contro le famiglie Perna-Pranno-Vitelli, una faida che si concluse solo molti anni e 27 morti dopo.


L'omicidio Losardo

Nel 1980 viene indagato per l'omicidio di Giannino Losardo, consigliere comunale di Cetraro e segretario capo della procura di Paola, trucidato da una scarica di proiettili mentre si trova a bordo della sua auto. Il caso vuole che i killer agissero proprio a pochi metri dal palazzo in cui risiede il clan. L'uomo aveva denunciato pubblicamente le presunte malefatte di quella che, solo quindici anni più tardi, sarebbe stata riconosciuta come una cosca mafiosa. In particolare, Losardo aveva contestato una pescheria abusiva, aperta dalla famiglia Muto grazie alla presunta collusione di alcuni amministratori comunali. La sera del 21 giugno due sconosciuti in sella a una moto sparano diversi colpi di pistola all'indirizzo di Losardo, che sta tornando a casa dopo un consiglio comunale. L'attivista antimafia muore il giorno seguente mentre si trova ricoverato all'ospedale di Paola. Il suo omicidio, ancora oggi, resta un caso irrisolto. Muto, inizialmente indicato come mandante, viene assolto dai giudici sia in primo che in secondo grado.

La prima storica sentenza

I giudici del processo, che si celebra a Bari a causa dello scalpore suscitato, lo assolvono dall'accusa di omicidio, sentenza confermata anche in Appello, ma nella sentenza del 19 marzo 1987 parlano chiaramente dell'esistenza di una associazione a delinquere, non ancora connotata da mafiosità, guidata proprio da Franco Muto. Il quadro che ne viene fuori è inquietante. «Secondo la prospettiva accusatoria - si legge negli atti dell'inchiesta Katarion, che ricostruisce passo passo la storia della cosca -, Muto godeva di collusioni in ogni ambito: magistratuale, fra le forze dell'ordine e gli amministratori comunali. Tutti lo temevano e con lui colludevano». In quegli anni, oltre all'omicidio Losardo, finiscono sotto la lente di ingrandimento anche gli efferati delitti che mettono fine all'esistenza di Lucio Firrami, Brusco Pompeo e Catello De Iudicibus. I tre forse neppure si conoscono, ma sono accomunati da un fatto: in quegli anni contrastano a forza di denunce l'egemonia degli appartenenti al "gruppo" dei Muto, non ancora identificata come cosca mafiosa. I giudici di primo grado, però, ridimensionano drasticamente le accuse e cadono tutte quelle mosse agli appartenenti alle forze dell'ordine. I giudici della corte di Appello, con sentenza confermata in Cassazione, assolvono definitivamente Muto e i suoi uomini dalle accuse di omicidio e, anzi, scrivono che l'ex fruttivendolo ha raggiunto la solidità economica «imponendo agli altri, nella sua attività di commercio, le condizioni di mercato, anche per effetto dell'Autorità e del rispetto acquisiti con l'appoggio dei malavitosi della zona e quindi con la forza intimidatoria derivante dalla costituzione del clan». Per di più, i giudici scrivono che l'associazione promossa e diretta da Muto ha cessato le sue attività prima dell'82, «cioè prima della Legge Rognoni-Latorre che positivizzava l'art. 416bis».

L'altra consorteria

Gli stessi giudici, riconoscono però l'esistenza di un'altra consorteria, anche questa non connotata da mafiosità, che agisce avvalendosi di numerose armi da fuoco e si procura denaro con furti e rapine. Ne fanno parte un suo fedelissimo e persino il figlio Luigi, ma per i giudici la fazione non ha nulla a che fare col padre Franco, che in quegli anni guadagna l'appellativo di "re del pesce" grazie al totale controllo del pescato in tutta la costa tirrenica, circostanza che emerge chiara e netta nel processo. «A seguito di questa sentenza - scrivono ancora gli inquirenti negli atti riportati nell'inchiesta Katarion -, la carica di intimidazione dei Muto ed i suoi più stretti collaboratori si moltiplicò. Lo Stato aveva reagito solo apparentemente in modo efficace, il processo lasciava impuniti gli omicidi e non aveva avversato una cosca che continuava a controllare 'ndranghetisticamente il territorio». La cosca Muto e i suoi affiliati per anni agiscono indisturbati. Per uno che va in carcere, altri dieci agiscono per conto dell'associaizione, mantenendo il pieno controllo del territorio, dentro e fuori i palazzi.  

La sentenza del '94

Si deve attendere la fine del 1994 per parlare apertamente di cosca mafiosa e riconoscerne il capo in Franco Muto. Lo stabilisce una sentenza del tribunale di Paola, con la quale si porta alla luce un sistema di monopolizzazione dell'offerta del pescato che, di fatto, rende schiavi e sottomessi i pescatori della costa. Il potere del boss è consolidato grazie alla presenza capillare sul territorio da parte degli affiliati, che, oltre al mercato ittico, si occupano di traffico di armi, droga, usura ed estorsioni. L'esistenza della cosca viene ribadita al culmine del processo Azimut del 2006.

L'escalation criminale

Tra il 2004 e lo scorso 10 marzo, sono oltre una decina le operazioni giudiziarie con cui la magistratura prova a decimare il clan, ma nonostante gli arresti e i sequestri la cosca puntualmente risorge dalle proprie ceneri. È merito della fitta rete di affiliati sul territorio, è merito, soprattutto, del consenso popolare, che si consolida ogni qualvolta la mafia nel Tirreno cosentino riesce a diventare apparentemente più credibile dello Stato (creando occupazione, mediante la difesa del territorio e il mantenimento dell'ordine sociale, ecc) e delle entrature in politica che aprono tutte le porte. A Cetraro Muto ancora oggi trova difensori. In una inchiesta del Corriere della Sera, alcuni pescatori dissero: «Finché c'è lui, si sta tutti bene».

Il risarcimento dell'inchiesta God Father

Nel 2004, la magistratura prova a infliggere un nuovo colpo. Per una volta il boss non è tra gli arrestati, perché già detenuto. Finiscono agli arresti numerosi congiunti, tra cui tre dei cinque figli, i generi e la moglie, ma alla fine alcuni parenti vengono risarciti per ingiusta detenzione.

Il legame con la politica

A un certo punto della storia, la mafia cambia pelle. Capisce che omicidi e intimidazioni fanno troppo rumore e comincia a esercitare il proprio potere piazzando le proprie pedine negli enti pubblici, da dove comandano ogni cosa. Anche il clan Muto si adatta ai tempi e la cronaca racconta spesso di legami ambigui. Se ne parla, ad esempio, nell'inchiesta Plinius del 2013, che evidenziò l'influenza del clan all'interno del Comune di Scalea. Ma i riferimenti ai rapporti tra politica e clan sono decine. Molti di questi sono ancora chiusi a chiave nei cassetti e aspettano di essere rivelati.

L'operazione Frontiera

All'alba del 19 luglio 2016, quando ricorreva il 24esimo anniversario delle stragi di via D'Amelio, Franco Muto, da un anno tornato in libertà, viene arrestato nell'operazione Frontiera con l'accusa di essere ancora a capo della consorteria mafiosa, oggi più che mai dedita allo spaccio di droga. Ma gli inquirenti specificano che la cosca controlla e gestisce ogni cosa, togliendo l'ossigeno a tutto il territorio. Tra gli arrestati, c'è anche il figlio Luigi Muto, considerato dagli inquirenti il nuovo reggente della cosca. L'anziano padre viene trasferito al carcere di Opera, in regime di 41bis, dove rimane fino alla sentenza di primo grado di luglio 2019 emessa al tribunale di Paola alla presenza dei pm antimafia della procura di Catanzaro. Il giudice dice che l'associazione mafiosa non c'è e se c'è l'imputato Franco Muto, 81 anni a maggio prossimo, non è più il capo. Lo condanna però a 7 anni e 10 mesi di reclusione per elusione della confisca, perpetrata comunque con metodo mafioso. Muto passa quindi al carcere ordinario, ma i suoi legali riescono a dimostrare che le sue condizioni di salute non sono più compatibili con il regime carcerario. Qualche mese più tardi, a dicembre 2019, torna nella sua casa di Cetraro, dove finirà di scontare gli arresti domiciliari. Il figlio Luigi Muto, che sceglie di essere processato con rito abbreviato, viene condannato in primo e secondo grado a 15 anni e 4 mesi di carcere.

Il mercato ittico

Dopo "Frontiera", le istituzioni locali provano a liberare i pescatori dalla cappa mafiosa del clan e riconsegnare loro la struttura in cemento al porto di Cetraro, che dovrà ospitare il mercato ittico. Lo fa attraverso un bando pubblico, che dovrebbe decretare il nuovo o i nuovi affidatari. Al bando partecipa una sola cooperativa, ma al controllo dell'antimafia non passa. Tra i richiedenti, c'è qualcuno ancora troppo vicino al clan. Il Comune ci riprova, ripubblica un secondo bando, ma stavolta va deserto. I pescatori del posto dicono che la struttura comporta troppa spese. L'impressione, invece, è che l'ombra del boss incuta ancora timore. Durante le udienze del processo Frontiera, alcuni ristoratori, chiamati a testimoniare le minacce e le intimidazioni subite dal clan, negano tutto: «Nessuna pressione per l'acquisto del pesce».

L'inchiesta Katarion

Tra i 44 indagati dell'operazione Katarion, messa a segno lo scorso 10 marzo, c'è l'altro figlio, Junior Muto, indicato come promotore e finanziatore dell'associazione criminale che riorganizza gli assetti dopo l'inchiesta Frontiera. L'inchiesta non contempla l'associazione mafiosa, ma l'associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di droga ed estorsioni, attività finalizzate anche al sostentamento dei carcerati e delle loro famiglie. Junior Muto, che rivestirebbe posizione di vertice, è indagato a piede libero.

Gli spari all'auto del maresciallo

Ciò che accade nelle ultime ore è già tristemente passato alla storia. Dopo appena quattro giorni dall'operazione Katarion, ignoti malviventi sparano diversi colpi d'arma da fuoco all'auto privata del maresciallo Orlando D'Ambrosio, in servizio alla caserma dei carabinieri di Cetraro. I responsabili non sono ancora noti, ma l'episodio potrebbe essere in qualche modo essere collegato all'inchiesta che ha messo in ginocchio vecchie e nuove leve del clan Muto. Stavolta, si spera, una volta per tutte.

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