Ammazzato nel Vibonese davanti al figlio di 6 anni, 34enne condannato all'ergastolo

L’omicidio di Carmelo Polito è stato eseguito a San Gregorio d'Ippona in pieno centro abitato l’1 marzo 2011. Il processo si è svolto con rito abbreviato davanti al gup di Catanzaro

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di Giuseppe Baglivo
14 aprile 2021
18:25
La scena del delitto; nel riquadro a sinistra Pannace e nel secondo Polito
La scena del delitto; nel riquadro a sinistra Pannace e nel secondo Polito

Ergastolo. Questa la pena inflitta dal gip distrettuale di Catanzaro, Filippo Aragona, nel processo con rito abbreviato che vedeva imputato Francesco Pannace, 34 anni, di San Gregorio, accusato dell’omicidio di Carmelo Polito, di 48 anni, freddato l’1 marzo 2011 in pieno centro abitato a San Gregorio d’Ippona con cinque colpi di pistola calibro 7,65 davanti agli occhi del figlio, miracolosamente scampato all’agguato. Il giudice ha così accolto la richiesta del pm della Dda di Catanzaro, Andrea Mancuso, e del pm della Procura di Vibo Ciro Luca Lotoro.

Il delitto è stato immortalato dalle telecamere di videosorveglianza installate in una vicina officina meccanica. E’ da qui che i militari del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Vibo e quelli del Reparto Operativo  sono partiti per ricostruire l’agguato compiuto da due soggetti travisati da passamontagna che hanno colpito la vittima alle spalle mentre stava passeggiando con il figlio di soli sei anni su corso Italia. Secondo l’accusa, a sparare è stato Francesco Pannace, detenuto anche per un altro efferato omicidio: quello del boss di San Giovanni di Mileto Giuseppe Prostamo, ucciso il 3 giugno 2011 a San Costantino Calabro.

Ad incastrarlo per l’omicidio Polito è stata in particolare un’intercettazione ambientale captata dai militari dell’Arma nell’auto intestata al boss di San Gregorio Rosario FiarèFrancesco Pannace sarebbe stato l’autista del boss e l’effettivo utilizzatore dell’auto. Qualche mese dopo l’omicidio di Carmelo Polito, conversando in auto con un giovane del posto si sarebbe fatto sfuggire una frase emblematica per le indagini: Ma hai saputo che mi hanno inculato no?… perché ho ammazzato questo figlio di puttana”. All’affermazione di Pannace, il suo interlocutore chiedeva: Chi Polito ? e lui rispondeva: Era pazzo! E così via… per te, per me e per gli altri”. Un’altra conversazione ritenuta fondamentale dagli inquirenti per la ricostruzione del caso è avvenuta in carcere a Vibo dove Francesco Pannace si trovava ristretto in seguito all’arresto in flagranza dell’omicidio di Giuseppe Prostamo per il quale è stato condannato in via definitiva. In quell’occasione avrebbe indicato al cugino il luogo in cui aveva nascosto il passamontagna. L’attività di riscontro dei carabinieri ha permesso di recuperarlo proprio nel luogo indicato dallo stesso Pannace. Era nascosto all’ingresso della stradina d’accesso della proprietà del nonno. Allo stesso tempo Pannace chiedeva al cugino se anche l’arma era ancora nascosta invitandolo a non rimuoverla dal posto designato e di prestare attenzione: “Stai attento se arrestano te cosa faccio qua dentro?”.


Carmelo Polito sarebbe stato ucciso poiché considerata persona aggressiva e solita andare in giro per chiedere soldi o prendersi le cose senza pagare il prezzo”. Annoverava diversi precedenti penali per furto, rapina, omicidio e tentato omicidio. Un atteggiamento che avrebbe creato malcontento tra gli abitanti del paese che vivevano con il terrore. Tra l’altro Polito era appena uscito dal carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto dove era stato detenuto. Sarebbe stato quindi “giustiziato” in pieno giorno per uno schiaffo inflitto due anni prima allo zio del presunto killer e anche per dei “buffetti sulla guancia”, a mo’ di richiamo dati a Rosario Fiorillo (elemento di spicco del clan dei Piscopisani) in carcere, come riferito agli inquirenti dal collaboratore di giustizia Raffaele Moscato. Francesco Pannace era difeso dall’avvocato Gianni Puteri.

Giornalista
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