La giovane, che ha regolare permesso di soggiorno, per due mesi ha lavorato nell’attività commerciale sette giorni su sette, ma quando ha avuto un incidente e ha chiesto le tutele Inal, i responsabili l’hanno licenziata in tronco, oralmente, così come l’avevano assunta. Ora la donna dovrà essere risarcita
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Assunta in nero, senza contratto né garanzie, e poi licenziata perché vittima di un incidente. Ora l’azienda dovrà risarcire i danni alla vittima, come ha stabilito una recente sentenza del tribunale di Paola. Protagonisti di questa vicenda sono una donna straniera, assistita dall’avvocato Fiona Esposito, e i titolari di una società che gestisce un esercizio commerciale della Riviera dei Cedri.
La sentenza, secondo il legale, è importante perché accende i riflettori sulla possibile esistenza di un sistema radicato di sfruttamento del lavoro, che fa leva sul bisogno e sulla necessità di tutti quegli uomini e quelle donne di nazionalità straniera che arrivano nella nostra regione con la speranza di un futuro migliore.
La vicenda
La ragazza è arrivata in Italia con l’intenzione di costruirsi un futuro dignitoso, fatto di duro lavoro e di rispetto delle regole, e per realizzare i suoi sogni ha scelto di trasferirsi in uno dei paesi della Riviera dei Cedri. Qui ha trovato lavoro in un esercizio commerciale, ma è stata “assunta” solo oralmente, con la promessa di sottoscrivere un contratto solo in un secondo momento.
Il ritardo, secondo quanto riferisce il legale Fiona Esposito, era dovuto «a presunte questioni burocratiche, che facevano leva sulla sua condizione personale, nonostante ciò non impedisse affatto l’instaurazione di un rapporto di lavoro regolare». Anche perché la ragazza, che ha lavorato nell’esercizio commerciale sette giorni su sette, dal lunedì alla domenica, per circa due mesi, aveva anche il regolare permesso di soggiorno.
La storia ha preso un’altra piega quando la giovane ha avuto un incidente stradale durante il rientro a casa e lo ha comunicato all’azienda, chiedendo di attivare le tutele antifortunistiche Inail. «A seguito di tale episodio – spiega ancora l’avvocato -, anziché ricevere tutela e assistenza, le veniva comunicato in modo esclusivamente verbale di non presentarsi più al lavoro». In altre parole, i responsabili l’hanno licenziata in tronco, ovviamente a parole, così come era stata assunta. Ed è a questo punto che la giovane ha deciso di rivolgersi al tribunale per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
La sentenza e il profilo giuridico
«Il Giudice del Lavoro ha chiarito che non può esistere un valido periodo di prova – come si erano giustificati in aula i responsabili dell’attività commerciale - in assenza di un patto scritto, senza il quale la prova è giuridicamente nulla e il rapporto di lavoro deve considerarsi a tempo indeterminato sin dall’inizio.
È stato inoltre precisato – prosegue il legale - che, una volta accertato lo svolgimento di un’attività lavorativa concreta, l’ordine di non presentarsi più equivale a tutti gli effetti a un licenziamento. Se tale licenziamento avviene in forma verbale, come nel caso esaminato, è da considerarsi inefficace.
La sentenza ha quindi applicato la tutela prevista dall’articolo 2 del decreto legislativo n. 23 del 2015, riconoscendo alla lavoratrice un’indennità risarcitoria complessiva pari a venti mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento».
Ed ancora: «Il Tribunale ha inoltre chiarito che eventuali profili amministrativi o burocratici non possono essere utilizzati dal datore di lavoro per sottrarsi agli obblighi di legge. Il lavoro effettivamente svolto, così come gli eventi che si verificano durante il rapporto, generano diritti che non possono essere ignorati o elusi».
Il risarcimento
Gli importi dovuti in favore della lavoratrice, così come risultanti dal titolo esecutivo e dall’atto di precetto notificato, ammontano complessivamente a oltre 42.000 euro, comprensivi delle indennità risarcitorie riconosciute dal tribunale, delle spese legali e degli accessori di legge.
L’avvocato: «Un meccanismo che si ripete spesso»
«Questa sentenza – dichiara l’avvocato Fiona Esposito – non riguarda soltanto una singola vicenda, ma un meccanismo che si ripete spesso. Ci sono persone che lavorano per necessità, per il proprio sostentamento, non per scelta o per convenienza. È proprio su questo bisogno reale che, in molti casi, si innestano pratiche scorrette.
Il fatto che l’interruzione del rapporto sia avvenuta dopo un incidente sul lavoro rende ancora più evidente la fragilità di certe posizioni e l’importanza delle tutele previste dall’ordinamento. Il Tribunale ha ribadito che quando il lavoro esiste, i diritti non possono essere cancellati con comunicazioni informali o con il silenzio.
Negli ultimi anni sto dedicando una parte sempre più significativa della mia attività professionale al diritto del lavoro, perché queste vicende non sono isolate, ma rappresentano una realtà diffusa. Dare voce a queste storie – conclude – significa ricordare che il lavoro è dignità e che il bisogno di lavorare non può mai trasformarsi in uno strumento di ricatto».

