Rinascita Scott

Bartolomeo Arena e i tradimenti nei clan: «Così mio padre venne ucciso dai Mancuso»

Nel racconto del collaboratore di giustizia la sparatoria al 501 hotel, l’omicidio di Servello, il ruolo dei familiari e la sua affiliazione alla ‘Ndrangheta avvenuta nel 2013

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di Giuseppe Baglivo
20 luglio 2021
22:44

Oltre tre ore di esame da parte del pubblico ministero della Dda, Antonio De Bernardo, per la prima deposizione pubblica del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena nel maxiprocesso Rinascita Scott. Dal ruolo del padre e del nonno all’interno della criminalità organizzata nella città di Vibo Valentia, sino alla sua formale affiliazione alla ‘ndrangheta avvenuta nel 2013. In mezzo a tutto ciò, agguati, sparizioni, attentati e tradimenti ma soprattutto avvenimenti che hanno segnato la vita della famiglia Arena. “Il primo omicidio di peso che ha sconvolto la mia famiglia – ha riferito il collaboratore – è stata la sparizione di Nicola Purita nei primi anni ’80. Era un caro amico della mia famiglia ed è stato eliminato ed il corpo mai ritrovato. Nel 1984, invece, mi trovavo in macchina con mio padre e mia madre quando in una salita siamo stati bloccati e qualcuno versò del latte sul parabrezza dell’auto per prepararsi poi a sparare. L’agguato fallì solo perché mio padre è stato abile a tornare indietro con l’auto”.

La sparatoria al 501 hotel e i contrasti con i Mancuso

Siamo invece sul finire degli anni ’70 quando nella discoteca dell’hotel 501 a Vibo Valentia “un certo Servello di Ionadi – ha raccontato Arena – dopo aver litigato con alcuni vibonesi tirò fuori la pistola ferendo alcuni personaggi della criminalità di Vibo: Enzo Di Renzo, Antonio Fortuna fratello di Francesco Fortuna detto Ciccio Pomodoro, Niuccio Franzè, cognato di Andrea Mantella, e Lello Pardea. Rimasero uccisi Vincenzo Fortuna ed un tale Fiorillo. Compiuta la sparatoria, questo Servello, all’epoca un ragazzo di 19 anni, cercò di nascondersi dai Tripodi di Portosalvo, che però non gli diedero ospitalità. Finì così a Maropati, nel reggino, dove però le famiglie Napoli e Varone avvertirono immediatamente Francesco Fortuna, detto Ciccio Pomodoro, il quale partì insieme a mio padre per andare a Maropati dove hanno ucciso questo Servello. Questo omicidio mandò su tutte le furie Peppe Mancuso di Limbadi, in quanto – ha raccontato ancora Bartolomeo Arena – seppur giovanissimo questo Servello era un suo fidato killer. Peppe Mancuso voleva restituito il corpo di Servello, cosa che non ottenne mai. Da qui i primi diverbi fra Francesco Fortuna e mio padre con Peppe Mancuso”.


 

I contrasti di Antonio Arena con Giuseppe Mancuso

Mio padre a Vibo chiedeva l’estorsione a tutti, mentre Peppe Mancuso pretendeva di essere avvisato preventivamente, cosa che mio padre non gli concesse mai. A metà anni ’80 mezza provincia di Vibo stava con Giuseppe Mancuso il quale era arrivato pure a puntare una pistola in bocca ad Enzo Barba facendogli firmare un assegno di dieci milioni di lire dell’epoca. A portare Enzo Barba al cospetto di Giuseppe Mancuso – ha riferito il collaboratore – fu Mario Fiorillo, detto Pelle, di Piscopio, poi ucciso negli anni ’80. Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni (in foto), nel frattempo aveva stretto alleanza con Antonio Mancuso. A sparare le serrande dei negozi mio padre mandava i D’Andrea, detti Coscia d’Agneju, ovvero Carmelo, Pino e Giovanni D’Andrea, ed a volte li accompagnava mio padre stesso. Successe che una volta spararono le serrande al commerciante Bongiovanni che – ha raccontato ancora Bartolomeo Arena – non so per quali motivi erano legati a personaggi della Piana. Per tale vicenda, infatti, si misero nel mezzo gli Albanese di Cittanova e nella zona dello Zomaro per discutere della faccenda si recarono Paolino Lo Bianco, Carmelo D’Andrea e mio padre. In quella zona c’erano diversi latitanti in quel periodo fra cui Giuseppe Mancuso che voleva ucciderli. Siamo nel 1984 e solo per rispetto agli Albanese i vibonese non vennero uccisi”.

L’eliminazione di Antonio Arena

Siamo al 3 gennaio 1985 e, secondo il racconto che a Bartolomeo Arena venne fatto dal nonno materno Vincenzo Pugliese Carchedi e poi da altri soggetti, Antonio Arena si trovava al mercato coperto di Vibo e poi nel vicino bar all’epoca gestito da Giovanni Franzè di Stefanaconi. “Nicola Fiarè e Gregorio Giofrè, detto Nasone, entrambi di San Gregorio d’Ippona, andarono al bar a riferire a mio padre che lo stava cercando Peppe Mancuso. Una settimana prima mio padre, presente anche Cecè Mammoliti di Castellace, con Giuseppe Mancuso si erano riappacificati bevendo champagne. Mio padre scese disarmato all’appuntamento e venne ucciso da Peppe Mancuso e lì erano presenti pure i Fiarè. Giovanni Franzè, oggi consuocero di Filippo Fiarè, fu l’unico a dire a mio nonno con chi si era allontanato mio padre. Lo stesso Giovanni Franzè nei primi anni 2000 mi raccontò che Peppe Mancuso era stato latitante dai Patania di Stefanaconi e lo stesso Peppe Mancuso gli riferì che a mio padre l’aveva sparato in testa e poi gettato nel fiume Mesima”.

La mancata reazione dei vibonesi allo strapotere dei Mancuso

Secondo Bartolomeo Arena, in quel periodo Peppe Mancuso ascoltava solamente gli zii Antonio e Luigi Mancuso (in foto), non vedendo di buon occhio neppure il capo storico e fondatore del clan Francesco Mancuso, detto Ciccio. “Dopo l’omicidio di mio padre – ha raccontato ancora Bartolomeo Arena – gli unici ad accennare una reazione per vendicarlo sono stati Domenico Piromalli e Francesco Fortuna, detto Ciccio Pomodoro. Ricordo che Francesco Pomodoro venne a casa mia dopo la sparizione di mio padre e mi abbracciò dicendo che a me ci avrebbe pensato lui. Uomini come Francesco Fortuna non ne escono più – ha dichiarato Bartolomeo Arena nel corso della deposizione – e nessuno sarà più ai suoi livelli a Vibo Valentia. Anche Cecè Mammoliti di Castellace offrì appoggio alla mia famiglia tramite Carmelo Lo Bianco, detto Sicarro, per vendicare mio padre. Ma la mia famiglia rifiutò l’offerta pensando si trattasse dell’ennesimo doppio-gioco. Fra mio padre e Francesco Fortuna c’era un’amicizia vera, mentre Carmelo Lo Bianco Piccinni, invece, si è venduto ad Antonio Mancuso perché Peppe Mancuso voleva uccidere pure lui e non lo fece solo per rispetto a suo zio Antonio”.

Giornalista
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