Basso profilo, società e fatture false per incassare rimborsi fiscali: ecco l’oro della ‘ndrangheta

Un sistema costruito su operazioni commerciali inesistenti che fruttava decine di milioni di euro. Coinvolte centinaia di aziende fasulle che esistevano solo nei documenti contabili

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di Redazione
21 gennaio 2021
15:35

Ciò che colpisce dall’operazione Basso profilo, che nel corso della notte ha visto impegnati 200 uomini della Dia provenienti da tutti i centri e sezioni operative d’Italia, non sono solo i nomi eclatanti dei personaggi coinvolti, ma anche i numeri impressionati del giro d’affari e dei sequestri effettuati. Tra i reati contestati ad alcuni indagati, ci sono quelli di natura squisitamente finanziaria.

«Il sodalizio – si legge nella nota stampa diramata dalla Procura di Catanzaro - era particolarmente strutturato alla sistematica evasione delle imposte perpetrata attraverso la costituzione di società fittizie che avevano l’unico scopo di emettere fatture per operazioni inesistenti, ottenerne il pagamento e retrocedere il denaro alle imprese beneficiarie della frode dietro la corresponsione del 11% dell’imponibile indicato nella fattura, affinché queste ultime potessero ottenere indebiti risparmi d’imposta milionari».


«Il nuovo ‘oro’ delle organizzazioni criminali – continua la nota - sono le fatture per operazioni inesistenti, merce che oggi è assai ricercata e “trafficata” dalle organizzazioni criminali per i benefici che può determinare per gli imprenditori disonesti e per le aziende a gestione o funzionali della ‘ndrangheta. L’attività di indagine ha consentito di accertare la somma di € 22.000.000 prelevata per contanti, attraverso l’arruolamento da parte dell’organizzazione mafiosa di un folto numero di soggetti prelevatori, vere e proprie “scuderie” in un network complessivo di nr. 159 società fruitrici di f.o.i. e ben 86 società “cartiere” emittenti i documenti falsi. Sono state analizzate e interfacciate alle indagini in corso anche nr. 276 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette trasmesse dagli operatori finanziari».

E ancora: «Il settore prediletto era quello dei servizi e fornitura di dispositivi di protezione individuale, mascherine, caschi, guanti ecc, a copertura del sistema fraudolento, costituendo, parallelamente, diverse aziende cartiere e “filtro” che si sono dedicate, stabilmente, alla fraudolenta attività di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Al contempo, i membri dell’organizzazione coordinavano un drappello di individui incaricati, con costanza e senza soluzione di continuità, di recuperare il denaro corrisposto dalle società beneficiarie della frode, prelevandolo in contanti presso i vari uffici postali dove erano stati accesi specifici conti correnti, retrocedere le somme decurtate del compenso illecito, redigere documentazione fiscale ed amministrativa fittizia nonché di “arruolare” nuove “teste di legno”. Durante il passaggio delle somme, da cartiera in cartiera, in taluni casi l’indicazione dell’iva spariva perché veniva utilizzato l’espediente normativo».

Il sistema, dunque, prevedeva fittizie operazioni di commercializzazione mai realmente avvenute. «Si pensi – spiegano gli inquirenti - ad aziende prive di sostanza economica, a magazzini affittati ma sprovvisti di merce, a mezzi di trasporto che ivi permanevano per simulare operazioni di scarico/carico, alle migliaia di documenti fiscali ed amministrativi falsi emessi ed annotati nelle scritture contabili, ai pagamenti realmente eseguiti, tranne, poi, prelevare il denaro e retrocederlo, decurtato del 11% dell’imponibile quale compenso per la costruzione e la gestione del sistema fraudolento».
Un meccanismo che si reggeva sul tornaconto economico delle aziende che si prestavano a questo giro, con “sconti” sulla percentuale per le imprese vicine alla criminalità organizzata.

«La percentuale riconosciuta – continua la Procura - variava a seconda del cliente che richiedeva le fatture per operazioni inesistenti, infatti quando l’impresa era una di quelle riconducibile a soggetti della criminalità organizzata la percentuale scendeva dall’11% al 7% per acquisire la “captatio benevolentiae” del boss e continuare ad operare indisturbati verso altri imprenditori-clienti di f.o.i, alcuni dei quali acquisiti proprio grazie all’indicazione del boss all’ombra del quale si era operato. Le aziende “apri e chiudi”, tutte gestite da soggetti italiani nullatenenti o soggetti di etnia albanese, artatamente individuati dai capi dell’organizzazione, erano create al solo scopo di far figurare un apparente giro d’affari, in realtà inesistente, e consentire ad altre aziende gestite da imprenditori “reali”, sul mercato, di evadere il Fisco. Il breve ciclo vitale giocava a favore dell’organizzazione, perché i controlli e l’attività di accertamento dell’Amministrazione Finanziaria non possono andare di pari passo con il dinamismo che deve avere una economia globale».

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