Tre condanne e un'assoluzione nel processo di primo grado davanti al collegio del Tribunale di Bologna, presieduto dal giudice Fabio Cosentino, che vedeva tra gli imputati l'imprenditore calabrese (ma da anni residente nel Bolognese) Saverio Giampà, 61 anni, pregiudicato e ritenuto dagli investigatori contiguo alla ’Ndrangheta. I giudici hanno in sostanza dimezzato le pene richieste dalla Procura, accogliendo solo in parte le richieste della pm della Dda di Bologna, Beatrice Ronchi. Giampà è stato condannato a 7 anni di reclusione, contro i 14 chiesti dall’accusa. Una donna accusata di avergli fatto da prestanome è stata condannata a 2 anni e 3 mesi (a fronte dei 4 anni e 2 mesi richiesti), mentre un terzo imputato ha ricevuto una pena di 2 anni e 6 mesi (contro i 4 anni e 6 mesi chiesti dalla Procura). Il quarto imputato, anch’egli ritenuto un prestanome, è stato invece assolto, mentre l’accusa aveva chiesto una condanna a 3 anni e 2 mesi. I quattro erano accusati, a vario titolo, di intestazione fittizia di società, detenzione e porto abusivo di armi e tentata estorsione. Secondo l’accusa, Giampà intestava le attività economiche a una prestanome, in particolare due gelaterie su Bologna, per eludere una misura di prevenzione patrimoniale, continuando però a gestirle in maniera occulta. Nel 2023, inoltre, secondo gli inquirenti, l’imprenditore avrebbe minacciato di morte il titolare di un’altra gelateria per convincerlo a cedergli l’attività, ma l’uomo lo denunciò. Il 61enne è stato condannato per alcune ipotesi di intestazione fittizia (mentre è stato assolto da altre), per tentata estorsione e per reati minori.