L’arresto a Lamezia

Buzzi in Calabria per curare una dipendenza, l’avvocato: «Non può andare in prigione, è accanimento»

L'incredulità del penalista Alessandro Diddi: «Sono curioso di capire chi è il magistrato che alle 2 di notte aspettava in ufficio la notifica della sentenza di Cassazione per firmare l’ordinanza di arresto»

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di Vincenzo Imperitura
30 settembre 2022
09:10
Salvatore Buzzi
Salvatore Buzzi

«Buzzi si stava facendo curare, ha un problema di dipendenza. Per questo si trovava in Calabria. Non può andare in prigione, ci sono montagne di certificati medici che attestano le sue condizioni di salute. E poi l’arresto alle due del mattino. In tanti anni che faccio l’avvocato non mi era mai capitato di vedere un simile accanimento. Siamo davanti a un chiaro caso di “efficientismo ad personam”».

Quasi non ci crede Alessandro Diddi, che di Buzzi è lo storico difensore, che la condanna sia stata eseguita così celermente. «Sono curioso di capire chi è il magistrato che alle 2 di notte aspettava in ufficio la notifica della sentenza di Cassazione per firmare l’ordinanza di arresto nei suoi confronti. Un’iniziativa, e non è l’unica – rincara Diddi – davvero spropositata visto che si parla di un uomo che si trovava in libertà. Ora metteremo in opera tutte le iniziative per portare il mio assistito fuori dal carcere. Sta male, si sta curando e il carcere non è il luogo adatto».


I carabinieri del Ros lo hanno raggiunto nei locali dell’associazione “Malgrado Tutto” di Lamezia Terme: Salvatore Buzzi – in Calabria da tempo, ricoverato per risolvere un problema di alcol dipendenza – deve scontare una pena residua di poco più di sette anni, a fronte di una condanna, divenuta definitiva giovedì in serata, a 12 anni e 10 mesi di reclusione per i reati di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Considerato, assieme all’ex terrorista nero Massimo Carminati, come una delle due teste del Mondo di mezzo capitolino, Salvatore Buzzi aveva iniziato la sua scalata al mondo delle cooperative proprio dal carcere.

Detenuto negli anni ’80 in seguito ad una condanna per la morte del suo ex socio in affari, Buzzi aveva iniziato a tessere la sua rete di contatti ed amicizie importanti proprio durante la sua detenzione: fu in carcere infatti che Buzzi, da sempre schierato a sinistra, si avvicinò a Carminati, il “ciecato” protagonista di alcune delle più amare pagine dell’eversione fascista degli anni di piombo.

Un connubio andato avanti per anni, fino al dicembre del 2014, quando la distrettuale antimafia di Roma strinse il cerchio su una settantina di indagati accusati di essere il cuore di “mafia capitale”. Un “sistema”, in grado di accumulare ricchezza e potere grazie a corruzione, amicizie “influenti” e violenza mafiosa che portò i magistrati romani a ipotizzare la presenza di una cosca autoctona che riproduceva, almeno in parte, le tipiche dinamiche del crimine organizzato.

Cadute in primo grado e ripristinate a seguito del primo Appello le accuse di associazione mafiosa, fu la Cassazione a derubricare le accuse in associazione a delinquere semplice. Poi l’Appello bis e la definitiva sentenza della Suprema corte, storia di giovedì, che ha aperto, nuovamente, le porte del carcere all’ex Ras delle cooperative sociali.

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