Indagini in corso

Cadavere carbonizzato, la vittima era finita già nel mirino della ‘ndrangheta: dagli agguati falliti all’omicidio

Le indagini della Procura di Vibo Valentia e dei carabinieri sulla fine dell’uomo ritrovato morto a Calimera. Dalle indagini della Dda di Reggio Calabria emerge come in passato Giuseppe Salvatore Tutino fosse finito nel mirino dei clan della Piana (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pietro Comito
16 febbraio 2022
13:30
L’auto carbonizzata e nel riquadro la vittima Giuseppe Tutino
L’auto carbonizzata e nel riquadro la vittima Giuseppe Tutino

La feroce criminalità organizzata rosarnese lo voleva morto già in passato, correva l’anno 2013: gli attentati progettati, però, fallirono. Fino alla sera del 15 dicembre scorso, quando Giuseppe Salvatore Tutino scomparve senza lasciare traccia. Un mese dopo, il 17 gennaio, il ritrovamento del corpo carbonizzato all’interno dell’auto presa a colpi di fucile e interrata tra le campagne di Calimera, a San Calogero, nel Vibonese.

Gli agguati falliti

È un giallo che la Procura di Vibo Valentia, di concerto con la Procura di Palmi e la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, potrebbe chiarire presto. Il contesto di partenza, per gli inquirenti, è quello tracciato dalle indagini Lupus in fabula e Faust, che condussero, rispettivamente nel 2013 e nel 2021, a due delicate operazioni dei carabinieri: la prima portò all’arresto di tre presunti uomini d’azione del clan Pesce, poi processati e assolti, custodi di una santabarbara destinata a consumare missioni omicidiarie; la seconda aveva disarticolato il clan Pisano, collegato ai Pesce. Nell’inchiesta Faust venne contestato a Giuseppe Pace, presunta longa manus del presunto boss Salvatore Pisano nella gestione del traffico degli stupefacenti, di aver fatto parte del commando che il 7 ed il 26 giugno del 2013 fu inviato per assassinare Tutino, che non sopraggiunse sui luoghi dell’agguato ed ebbe salva la vita. I presunti complici di Pace (per il quale la contestazione di tentato omicidio è stata annullata dalla Corte di Cassazione con rinvio ad un nuovo riesame) sarebbero stati gli stessi coinvolti, e poi assolti in via definitiva, nell’indagine di nove anni prima: Biagio Arena, indicato come il mandante, e Vincenzo Cannatà, l’altro esecutore materiale.


Tirintino e il passato

A svelare dettagli inediti di quei piani omicidiari fu, l’11 marzo del 2018, il collaboratore di giustizia Giuseppe Tirintino, già inserito nei gangli dell’organizzazione dedita al traffico internazionale di narcotici, le cui rivelazioni, correlate alle intercettazioni effettuate dai carabinieri su Giuseppe Pace in epoca più recente, «costituiscono – secondo i pm di Reggio Calabria – emergenze del tutto nuove rispetto al panorama cognitivo del tempo». D’altro canto, pronunciandosi sul ruolo di Giuseppe Pace nei tentativi di omicidio di Giuseppe Salvatore Tutino risalenti al 2013, la Cassazione ha stabilito che «una cosa è che gli imputati (Arena e Cannatà, ndr) siano stati assolti perché non risulta provata la loro partecipazione al reato, altra cosa è che sia stato ritenuto oggettivamente insussistente il fatto e per quali ragioni. È necessario, quindi, che il Tribunale del riesame si confronti anche con l'effettivo contenuto della sentenza irrevocabile di assoluzione per giustificare, in modo specifico, la eventuale conciliabilità con essa del diverso esito qui ipotizzato».

Le indagini

Questo, dunque, il passato, che – malgrado non sia chiaro il movente degli agguati progettati ai suoi danni – proietta la vittima in un pericoloso contesto di criminalità organizzata. Nei nove anni successivi cosa è accaduto? E cosa è accaduto soprattutto la sera della scomparsa, quando – dopo una telefonata di saluto alla figlia, prima di andare a dormire – scomparve senza lasciare traccia? Le indagini balistiche e l’esame medico legale forniranno dettagli utili per ricostruire la dinamica dell’omicidio, anche se il rogo che ha devastato l’auto ed il corpo della vittima potrebbero aver cancellato indizi preziosi. Altro diranno i tabulati telefonici: i suoi ultimi contatti, anche nelle ore precedenti la scomparsa, i suoi spostamenti di quella sera. C’è, poi, l’interrogativo che grava sul luogo del ritrovamento: Calimera, frazione di San Calogero, a circa 20 chilometri da Rosarno, un’altra provincia, un altro distretto giudiziario. Perché tentare di nascondere l’auto proprio qui?

La scomparsa di Ascone

Il giallo non sarebbe correlato con la scomparsa di Agostino Ascone, il 36enne bracciante e allevatore scomparso da Amato, frazione di Taurianova, lo scorso 27 dicembre, per il quale le ricerche si erano concentrate nelle campagne alla periferia di Rosarno, a ridosso del Mesima. Estraneo a contesti malavitosi e dedito al lavoro, nel suo caso le indagini si concentrano su un movente di natura privata.

Giornalista
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