Gianni Aricò, con la moglie Anneliese Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, e Luigi Lo Celso erano diretti a Roma. Un impatto “misterioso” li fermò per sempre. La sorella di Gianni: «Ho presentato un esposto alla Procura. Dopo due anni ancora tutto tace ma io non mi arrendo»
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«Anche quel 27 settembre 1970 era, come quest'anno, una domenica. I momenti che seguirono al suono di quel campanello, parte integrante della storia della mia vita e della mia famiglia, adesso non mi spaventano più. Mi addolorano, oggi come allora, ma sono parte di me che finalmente non nascondo più a me stessa e che intendo raccontare per tenere viva l’attenzione su cosa sia accaduto dentro la mia casa, e dentro al casa di tutti gli altri giovani che erano con mio fratello, su quella macchina quella sera di sabato 26 settembre 1970. Perchè quella storia non è solo parte di unn Grande storia che si vuole tenere taciuta e sottotraccia ma anche una vicenda che ha distrutto famiglia e straziato il cuore di mamme, padri, sorelle e fratelli». Ricorda quelle ore così difficili Antonella Aricò, sorella di Gianni, uno dei cinque anarchici della Baracca di Reggio Calabria, non sopravvissuti all’impatto mortale tra un'auto e un camion con rimorchio, sulla Napoli-Roma il 26 settembre 1970. Ore rimaste a lungo sepolte sotto il peso di un dolore soltanto cresciuto che negli anni successivi.
«Al campanello erano i carabinieri alla porta e la nostra partenza immediata piena di angoscia mia e di mia madre verso Roma. Quelle condizioni gravi in cui versava mio fratello Gianni quando fummo informate erano precipitate. Quando arrivammo a Frosinone dove, il loro viaggio in macchina per Roma si era interrotto, Gianni ci aveva già lasciato. Anneliese era ancora viva ma in gravi condizioni. Non avrebbe mai lasciato l'ospedale dove sarebbe morta il 17 ottobre successivo». Antonella aveva soltanto 17 anni ma quella domenica cambiò la sua vita per sempre. Ma la consapevolezza di ciò arrivò decenni dopo.
«Troppo dolore e ricordi che si rincorrono e si sovrappongono, il cui peso è stato per decenni per me davvero insostenibile. Da alcuni anni dopo un percorso difficile e doloroso, ho scavato per fare riaffiorare tutto. Ha fatto forse ancora più male ma oggi so che quella memoria così piena di ombre è oggi per me anche piena di luci che illuminano il mio cammino. L'ardore di quegli ideali che animavano con forza mio fratello Gianni, la moglie Anneliese, l’amico Angelo, i giovani Franco e Luigi, devono avere una voce che sopravviva al dolore e alla solitudine e allo strazio che tutte le nostre famiglie hanno attraversato. So che è passato tanto tempo ma adesso che ho la forza per farlo voglio andare fino in fondo», racconta Antonella Aricò.
Un "incidente misterioso"
Angelo Casile, 20 anni, Franco Scordo, 18 anni, Gianni Aricò, 22 anni, la moglie tedesca neppure diciottenne Anneliese Borth, e il cosentino Luigi Lo Celso, 26 anni. Ecco i cinque anarchici della Baracca, morti in un impatto violento, velocemente archiviato come incidente stradale e che tuttavia ha lasciato molti interrogativi senza risposte. Risposte che dopo oltre cinquant’anni Antonella Aricò intende ancora cercare. Due anni fa ha presentato un corposo esposto alla Procura di Reggio Calabria, rappresentando fatti e circostanze da approfondire e indagare con apposite attività investigative, evidentemente non espletate all'indomani di quell'impatto che resta ancora pieno di ombre e lascia interrogativi senza risposta.
Andavano a Roma, dove quel 27 settembre 1970 era in programma la prima della due giorni della visita del presidente americano Richiard Nixon al Quirinale. Erano partiti dopo un incontro svoltosi a Vibo nel pomeriggio di quel sabato, dove Gianni, AnneLiese, Angelo e Franco erano arrivati da Reggio. Poi la decisione di partire per Roma invece di rientrare come annunciato al momento dell partenza da casa a noi tutti familiari.
L’episodio ancora rivendica, a distanza di oltre 50 anni, la dignità di fatto storico tutt’altro che minore, di fatto che avrebbe meritato indagini più approfondite. Ad oggi molti sono i vuoti, numerosi i dubbi rimasti da chiarire. Quei documenti che avrebbero dovuto consegnare c'erano? E se c'erano chi li ha sottratti e perchè? Perchè la polizia politica di Roma sul posto e perchè noi familiari non abbiamo mai ricevuto i documenti di riconoscimento dei nostri cari?
Molte le perplessità, fortemente stridenti con la conclusione alla quale frettolosamente si pervenne dell'incidente stradale e potenziali varchi per ipotesi diverse. Non da escludere quella di un agguato mortale. Interrogativi che pone nel suo esposto Antonella Aricò, che non demorde: «Non capisco come possa passare del tempo senza sapere nulla. Siano notizie negative che positive. Vorrei poter essere ascoltata dal magistrato e vorrei sapere se degli approfondimenti sono in corso oppure no. Io in ogni caso non mollo».
«Solo tempo dopo ho saputo da mia madre cosa mio fratello Gianni le avesse detto all'orecchio prima di partire, salutandola, quel sabato. Aveva detto solo a lei di conoscere informazioni che avrebbero fatto tremare l’Italia. Poi il silenzio. Un silenzio assordante di chi non abbiamo visto più tornare, dopo averlo salutato un sabato di 56 anni fa. Solo dopo moltissimo tempo sono riuscita ad affrontare la verità dolorosissima, ammettendo quanto tragicamente e irreversibilmente quanto sapemmo dai carabinieri la mattina dopo, avrebbe mandato in frantumi la nostra famiglia e nostra vita. Ho finalmente capito, non solo di non voler dimenticare il mio adorato fratello Gianni con la moglie AnneLiese, la sorella che avevo avuto in dono e che avavo senza sapere sempre desiderato, ma anche di voler sapere, di voler capire. La loro morte merita verità e giustizia e la loro vita, il loro impegno scomodo e pericoloso di svelare trame oscure che pure a Reggio venivano tessute in quegli anni roventi merita di essere parte integrante della memoria collettiva e soprattutto in quella delle giovani generazioni». Lo sottolinea Antonella Aricò.
Dopo piazza Fontana
«Ricordo che mio fratello era molto pensieroso negli ultimi tempi. Specie dopo l’esperienza dell’interrogatorio per i fatti di piazza Fontana. Era a Roma ed era stato fermato dalla polizia in quanto anarchico. Lui era molto protettivo nei miei confronti. Non mi avrebbe mai caricata dei “suoi segreti” ma certamente aveva dei pensieri che pesavano».
1970
Erano gli caldi anni che preparavano il cruciale 1970, l’anno del deragliamento del treno a Gioia Tauro ancora senza mandanti, dei Moti di Reggio e del fallito Golpe Borghese. Tutti loro credevano che fosse necessario un cambiamento da perseguire innanzitutto svelando le trame oscure di un Paese che con la strage di piazza Fontana già entrava nei suoi terribili anni di piombo.
Frequentavano la Baracca (come veniva denominato il loro luogo di ritrovo a Reggio Calabria negli anni Sessanta, nell'attuale zona del cineteatro Odeon). Erano tutti giovani, anarchici, appassionati e convinti promotori di un cambiamento volto a realizzare condizioni di giustizia sociale e a ristabilire la verità. Arguti animatori di una controinformazione, documentale e fotografica, su quanto stava avvenendo nel Reggino ed in Calabria in quegli anni e in quei mesi così caldi. Una lungimiranza nata dallo studio e dall'osservazione attenta della realtà che potrebbe averli resi scomodi.
Cosa sapevano? Avevano prove dell'attentato dinamitardo di matrice nera a Gioia Tauro? Quelle delle connessioni tra la Strategia della Tensione e la destra eversiva? Quelle del Golpe Borghese in preparazione per il dicembre di quello stesso anno? La loro morte ancora interroga e invoca risposte che è necessario continuare a cercare. E ancora una volta sono i familiari, in questo caso la sorella di Gianni, Antonella Aricò a ricordare e tenere vivo questo dovere.

