Cosa ci fanno con l’acido borico nel cuore dell’Aspromonte? È la domanda che ha portato la Direzione distrettuale antimafia di Roma fino a una raffineria della cocaina nascosta tra le campagne della Locride. Una location buona per la serie tv Narcos, una “cucina” di droga in provincia di Reggio Calabria legata a una rete di trafficanti romani e sudamericani. Il glocal nella sua essenza più pura applicato alle organizzazioni criminali. Non un semplice deposito, ma un laboratorio clandestino pienamente operativo, attrezzato per trasformare la pasta di coca in panetti pronti per il mercato italiano ed europeo.

Il blitz è scattato all’alba del 14 febbraio 2026 nelle campagne di Sant’Agata di Bianco, nel Reggino, al termine di un’indagine che ha ricostruito l’esistenza di un’organizzazione criminale transnazionale specializzata nel narcotraffico e capace di collegare broker internazionali operativi a Roma con strutture logistiche e operative radicate in Calabria.

A tradire il gruppo è stata una mossa apparentemente secondaria, ma ritenuta decisiva dagli investigatori: la ricerca frenetica di 200 chili di acido borico. A muoversi personalmente per procurarselo sarebbe stato Nunez Camacho Jefferson Luis, indicato come uno dei vertici del sodalizio criminale. Dopo una serie di contatti e ricerche, il quantitativo venne acquistato a Pescara e trasportato direttamente nella base calabrese.

È stato proprio il monitoraggio degli spostamenti di Nunez a condurre gli investigatori fino alla raffineria nascosta tra le montagne della Locride.

Blitz all’alba: scacco al “chimico” dell’organizzazione

Quando gli uomini delle forze dell’ordine hanno fatto irruzione nella struttura, intorno alle 5.30 del mattino, si sono trovati davanti una scena che, secondo gli atti dell’inchiesta, confermava l’esistenza di un laboratorio pienamente attivo. All’interno c’erano Nunez e Felix Toribio Frank Richard Junior, cittadino sudamericano ritenuto il “chimico” dell’organizzazione.

I due sono stati sorpresi, secondo gli inquirenti, mentre lavoravano grandi quantitativi di sostanza stupefacente e materiale da taglio. Secondo la ricostruzione investigativa, Toribio dirigeva materialmente le operazioni di cottura e filtraggio della cocaina, mentre Nunez svolgeva un ruolo di supporto logistico e coordinamento.

Le telecamere installate dagli investigatori avrebbero documentato per giorni l’attività frenetica all’interno del laboratorio: pentole sui fornelli, recipienti da filtrare, sostanze chimiche maneggiate anche nel cuore della notte, continue operazioni di essiccazione e preparazione dei panetti.

Come funzionava il laboratorio della cocaina nel Reggino

La struttura scoperta a Sant’Agata di Bianco era attrezzata come una vera officina industriale della droga. Dentro l’abitazione isolata nelle campagne aspromontane sono state trovate presse idrauliche e stampi per comprimere la sostanza nei classici panetti destinati al traffico internazionale.

C’erano poi fornelli a gas, piastre elettriche, pentole, mestoli e grandi catini utilizzati per la lavorazione della pasta di cocaina. Per accelerare l’asciugatura della sostanza venivano usati forni a microonde, lampade e persino forni industriali. Il laboratorio disponeva inoltre di bilance professionali e materiale per il confezionamento finale della droga.

Maxi sequestro: in gran parte era acido borico

Fondamentale il ruolo delle sostanze chimiche sequestrate. Oltre all’acido citrico, gli investigatori hanno trovato i 200 chili di acido borico acquistati pochi giorni prima del blitz. Una sostanza utilizzata per aumentare peso e volume della cocaina ma anche per conferirle quell’aspetto cristallino che sul mercato viene associato alla droga di qualità superiore.

In totale sono stati sequestrati oltre 518 chili di sostanza. Le analisi successive effettuate dai Ris di Messina hanno accertato che gran parte della massa era composta proprio da acido borico. Ma le tracce di principio attivo della cocaina rinvenute sulle bilance, nei contenitori e negli strumenti di lavorazione hanno confermato, secondo gli inquirenti, che il sito fosse una raffineria attiva e non un semplice punto di stoccaggio.

Il collegamento tra i broker della Capitale e i clan calabresi

Per la Dda romana la scoperta rappresenta un passaggio cruciale nell’indagine sul narcotraffico internazionale. Il laboratorio della Locride avrebbe infatti certificato l’esistenza di un collegamento stabile tra i broker operativi nella Capitale e i gruppi criminali calabresi incaricati della lavorazione e distribuzione della droga.

Una filiera perfettamente organizzata, capace di importare sostanze, trasformarle e reimmetterle sul mercato attraverso una rete logistica che univa Roma, l’Abruzzo e la Calabria.

E proprio quella raffineria nascosta tra le montagne dell’Aspromonte, secondo gli investigatori, sarebbe stata uno degli snodi più delicati dell’intera organizzazione criminale.