Emergenza Covid-19 e sicurezza in carcere: «Un problema non più rimandabile»

Le considerazioni dell'avvocato Antonio Lomonaco anche sulle esternazioni del segretario della Commissione parlamentare antimafia: «Inaccettabile strumentalizzare una scarcerazione»

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di L. C.
14 aprile 2020
07:29

«Il problema sicurezza all'interno della comunità carceraria è un tema non più differibile e che deve stare a cuore non solo agli addetti ai lavori ma anche e soprattutto al legislatore». Così scrive in una nota l'avvocato del foro di Catanzaro, Antonio Lomonaco, e componente della Camera Penale di Catanzaro.

 

«Apprezzo molto - si legge nella nota - quanto recentemente deliberato dall’onorevole Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Catanzaro, che nel denunciare l’assoluta carenza di misure idonee di contenimento e di prevenzione del Covid-19 negli istituti penitenziari, ha invitato le autorità competenti ad intervenire tempestivamente in aderenza a quanto prescritto dal ministero della Salute. Questo deliberato, evidentemente, stride con il contenuto di una recente uscita pubblica di un autorevole rappresentante del parlamento italiano, che nella sua qualità di segretario della Commissione parlamentare antimafia (Wanda Ferro), stigmatizza la decisione dell’Autorità Giudiziaria che recentemente ha posto ai domiciliari un soggetto ritenuto ”mafioso”».

 

E ancora: «Strumentalizzare una “scarcerazione” di un essere umano è inaccettabile, qualunque sia il fine perseguito. L’illustre onorevole evidentemente non sa, o fa finta di non sapere, che tali decisioni dovrebbero essere incentivate, giacché occorre scongiurare il serio e concreto rischio di un contagio da Covid-19, che avrebbe senz’altro un impatto letale in soggetti “deboli”. Come segnalato da stimati esperti del settore, le malattie infettive sono infatti un problema rilevante in tutte le comunità chiuse, soprattutto nelle comunità penitenziarie in cui si verificano situazioni abitative, alimentari e comportamentali che ne facilitano la diffusione e l’acquisizione».

 

Lomonaco fa poi presente: «L’analisi delle patologie infettive più frequentemente segnalate in carcere, indicano che queste sono prevalentemente acquisite per trasmissione persona-persona a seguito dell’ingresso nel sistema di un soggetto infetto. Inoltre, le probabilità di trasmissione di microrganismi potenzialmente patogeni aumentano con l’affollamento, con i ritardi nella valutazione medica e del trattamento, con l’accesso razionato al sapone, all’acqua e alla biancheria pulita, con l’insufficiente competenza del controllo delle infezioni. Il trasferimento brusco di detenuti da un luogo all’altro complica ulteriormente la diagnosi di un’infezione, l’interruzione della trasmissione, il riconoscimento di un focolaio e l’eradicazione della malattia».

 

«A titolo di esempio - continua la nota -  si segnala come la maggior parte della preparazione dei cibi viene eseguita dai detenuti, così come i detenuti comunemente lavano i propri vestiti con acqua e sapone in un lavandino, in un secchiello o in un sacchetto di plastica e sono sempre i detenuti a svolgere la maggior parte dei tagli di capelli nelle carceri. È dato di fatto che molte sopracitate azioni avvengano in condizioni igieniche quanto meno “discutibili”. Dopo tutto questo, si può, quindi, affermare che il carcere è un rischio per la salute del detenuto e della comunità, giacché la salute di quest’ultimi è meno buona rispetto a quella della popolazione generale».

 

«Ed allora - conclude -  attendiamo fiduciosi la decisione che verrà presto assunta dalla Corte Europea di Strasburgo, sollecitata, sul punto, dai difensori di un detenuto che si è visto inspiegabilmente negare la concessione degli arresti domiciliari. Nel frattempo, si metta da parte ogni sterile polemica dall’amaro sapore propagandistico, e si impegni il legislatore ad individuare soluzioni efficaci e tempestive, per il bene delle comunità carcerarie, magari riflettendo sull’opportunità di concedere, in questo periodo emergenziale, ed entro rigorosi parametri connessi allo stato di salute del richiedente, una misura meno afflittiva in via temporanea, senza preclusioni vincolate dal titolo di reato. Alla luce di quanto recentemente accaduto in un istituto di pena, dove un cittadino ristretto da pochi mesi ha perso la vita a causa del contagio da Covid-19, l’auspicata soluzione non è più procrastinabile».

Giornalista
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