L'imprenditore calabrese, che ha perso la sua azienda per aver detto "no" alla 'ndrangheta, promuove una riforma per il riconoscimento dei contributi figurativi ai resistenti.
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Un atto di civiltà per sanare un paradosso normativo che oggi punisce chi sceglie la legalità. C’è un’ingiustizia silenziosa che si consuma tra le pieghe della burocrazia e i fascicoli della cronaca giudiziaria: è quella che colpisce chi, per non aver mai piegato la testa davanti al pizzo, si ritrova oggi senza un futuro previdenziale. Una "pena accessoria" non scritta, che l'imprenditore Giuseppe La Riccia, fondatore del pastificio "Pasta dell’Imperatore" a Bisignano, ha deciso di combattere portando la sua voce fino alle aule del Parlamento.
La storia di La Riccia è quella di un uomo che ha visto il suo sogno industriale, un opificio costruito come un castello medievale, trasformarsi in un bersaglio per gli emissari del racket. Trenta milioni di lire: questo il prezzo della "tranquillità" richiesto nel 2000, quando la fabbrica era ancora in costruzione. La risposta di Giuseppe è stata immediata: denuncia e resistenza.
Una scelta che ha pagato a caro prezzo: auto bruciate, minacce di morte, un’esistenza passata per quindici anni con il porto d’armi per difesa personale e, infine, la chiusura forzata dell’attività per l’isolamento economico e sociale indotto dai clan. Oggi, quella battaglia personale è diventata una proposta di legge coraggiosa, già licenziata all'unanimità dalla Prima Commissione del Consiglio Regionale della Calabria e ora all'attenzione delle Camere. Il cuore della riforma è l’estensione dei contributi figurativi agli imprenditori e ai lavoratori autonomi che hanno resistito alla criminalità organizzata.
L'obiettivo è coprire quei vuoti contributivi (fino a un massimo di cinque anni) accumulati nei periodi di inattività forzata causata dalle persecuzioni mafiose. «Il racket potrebbe aver generato anche la "pensione di 'ndrangheta"», denuncia con amarezza La Riccia nelle sue memorie, evidenziando come spesso i boss si garantiscano contributi attraverso assunzioni fittizie, mentre le vittime rimangono al verde.
La proposta punta a ribaltare questo schema, chiedendo anche l’istituzione di un "Fondo Pensioni" alimentato dai capitali sequestrati e confiscati alla criminalità. Ma Giuseppe La Riccia non è solo un imprenditore vessato.
La sua è la figura di un uomo profondamente impegnato nel sociale che ha vestito i panni dello stakeholder attivo per la legalità, collaborando con l’associazionismo antiracket (ALA e FAI) e contribuendo con proposte concrete alla stesura della Legge Regionale 9/2018 contro la 'ndrangheta.
Un uomo che, nonostante il "boicottaggio lavorativo" e la fuga forzata in Germania per sopravvivere, non ha mai smesso di promuovere l'immagine di una Calabria che può e deve ripudiare le mafie. Per La Riccia, chi denuncia non è un soggetto da marginalizzare ma una risorsa collettiva. La sua proposta è un grido di dignità per quelli che lui definisce i "Testimoni di Legge", cittadini che, a differenza dei testimoni di giustizia istituzionalizzati, non hanno mai avuto contatti o "patti" con i clan, rifiutando sin dal primo istante ogni trattativa con l’antistato.
Ora la palla passa a Roma: lo Stato deve dimostrare che scegliere la legalità non è un errore che si paga con la povertà, ma un atto di eroismo civile da tutelare fino alla fine.

