Due testimoni sentiti dalla commissione parlamentare indicano un possibile intreccio tra l’aggressione al manager Mps, Giuseppe Mussari, Gabriele Ceccherelli e i presunti interessi della ’ndrangheta nelle sponsorizzazioni sportive. Accuse da verificare, non ci sono indagati e le carte andranno alle Procure
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Due testimonianze, alcuni dettagli che si sovrappongono e un’ipotesi investigativa che riporta al centro della vicenda la morte di David Rossi, l’ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. È lo scenario emerso dai verbali raccolti dai consulenti della commissione parlamentare d’inchiesta, che delineano una possibile spedizione intimidatoria finita tragicamente, con presunti collegamenti tra gli ambienti del calcio fiorentino, Giuseppe Mussari e interessi economici riconducibili alla ’ndrangheta.
Si tratta, tuttavia, di accuse ancora tutte da verificare, affidate ai racconti di due testimoni che, secondo il presidente della commissione Gianluca Vinci, non si conoscerebbero tra loro. Uno è un imprenditore detenuto a Bologna, ritenuto vicino alla criminalità organizzata calabrese; l’altro è un detenuto sentito da un consulente della commissione. Le loro dichiarazioni sono state illustrate nel corso di una conferenza stampa alla presenza di diversi commissari, tra cui Ilaria Cavo e Simonetta Matone, e dei consulenti Alessandro Fagnani e Adolfo Gregori, dei Ris.
La commissione ha annunciato l’intenzione di trasmettere gli atti alle Procure interessate, affinché siano valutati dagli uffici giudiziari competenti. Né Giuseppe Mussari né Gabriele Ceccherelli risultano indagati per i fatti descritti nelle testimonianze. L’ex presidente di Mps ha respinto con durezza le ricostruzioni circolate in questi giorni, definendole «una follia» e minacciando iniziative legali contro chi diffonderà le contestazioni.
L’ipotesi della spedizione punitiva e il ruolo attribuito a Mussari
Il primo testimone colloca all’origine della presunta intimidazione un conflitto legato ai finanziamenti destinati a una società sportiva. Secondo il suo racconto, il boss Nicolino Grande Aracri avrebbe avuto interesse a intervenire dopo che Mps avrebbe bloccato l’erogazione di denaro a una società sportiva. David Rossi sarebbe così finito nel mirino per una vicenda nella quale, sempre secondo il testimone, si sarebbero intrecciati rapporti finanziari e interessi riconducibili alla cosca.
L’imprenditore sostiene inoltre che il manager avesse rapporti d’affari con Grande Aracri e con persone a lui vicine, tra cui un soggetto identificato con il cognome Muto. Nella sua versione, Rossi avrebbe gestito conti correnti per conto di queste persone, trasferendo denaro tra diversi rapporti bancari e convertendolo in criptovalute, prima di riconvertire i bitcoin in contanti, con l’obiettivo di ostacolare la tracciabilità dei flussi finanziari. Si tratta di circostanze riferite dal testimone, che dovranno essere riscontrate.
È in questo contesto che viene chiamato in causa Mussari. Stando alla ricostruzione, l’ex presidente di Mps avrebbe voluto fare pressione su Rossi per convincerlo a intervenire sulla situazione, cercando al tempo stesso di proteggerlo dalle conseguenze di un eventuale scontro con la criminalità organizzata. L’obiettivo sarebbe stato quello di spaventare il manager e impedirgli di proseguire nei suoi propositi.
La vicenda viene collegata anche alla volontà di Rossi di parlare con i magistrati. Il 4 marzo 2013, secondo quanto ricostruito, il manager avrebbe voluto confrontarsi con gli inquirenti, come aveva anticipato all’allora amministratore delegato di Mps Fabrizio Viola. Resta da chiarire se questa intenzione abbia avuto un ruolo nell’ipotetico tentativo di intimidazione e se la vicenda sia effettivamente legata al sistema delle sponsorizzazioni sportive della banca.
Ceccherelli e i due calcianti: le accuse del testimone
Il nome di Gabriele Ceccherelli, ex atleta del calcio storico fiorentino, compare nella testimonianza come quello del presunto organizzatore dell’azione. L’uomo, conosciuto con il soprannome di Lo Zena e descritto nel racconto anche per un passato da buttafuori e per presunti legami con lo spaccio di cocaina, non avrebbe partecipato direttamente all’aggressione, ma sarebbe rimasto nel vicolo mentre altri due uomini entravano nell’edificio.
La ricostruzione più esplicita è contenuta nel verbale di uno dei testimoni: «Ceccherelli e due calcianti che hanno giocato con lui sarebbero saliti nell’ufficio di David Rossi, lo hanno malmenato e minacciato di buttarlo giù se non avesse fatto quello che gli veniva chiesto».
Secondo questa versione, il piano sarebbe stato concepito come un’operazione rapida, destinata a intimidire Rossi senza lasciare conseguenze. Il testimone riassume così le aspettative degli autori: «Doveva essere un gioco da ragazzi», ma «Rossi non si piegò».
Il secondo testimone avrebbe fornito ulteriori elementi sulla presunta spedizione, riferendo che i protagonisti sarebbero appartenuti all’ambiente del calcio fiorentino e che sarebbero arrivati nei pressi della banca a bordo di un van. Il veicolo, secondo il racconto, sarebbe stato utilizzato per raggiungere il vicolo e agevolare l’azione. Ceccherelli sarebbe rimasto a bordo, mentre gli altri uomini avrebbero raggiunto l’ufficio del manager.
Il racconto comprende anche un riferimento alla capacità di Rossi di movimentare somme ingenti e alla presenza di informazioni riservate sui suoi dispositivi informatici. Nel verbale si legge, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano: «Aggiungeva poi spontaneamente che Rossi era in grado di spostare 50 milioni con un click ed erano coinvolti ingenti flussi di denaro della ’ndrangheta».
I 50 milioni, le chiavette Usb e gli interessi della ’ndrangheta
Il denaro e i presunti segreti custoditi da Rossi costituiscono uno degli elementi centrali delle dichiarazioni. Secondo il primo testimone, il manager avrebbe avuto accesso a informazioni sensibili conservate su un computer e su alcune chiavette Usb. Il loro contenuto e l’identità delle persone che avrebbero dovuto riceverle non risultano chiariti sulla base degli elementi illustrati pubblicamente dalla commissione.
L’imprenditore avrebbe riferito anche che Rossi sarebbe arrivato nei pressi della banca con altre tre persone, per poi salire in ufficio con l’intenzione di consegnare le chiavette. Anche questo passaggio appartiene alla ricostruzione testimoniale e necessita di riscontri investigativi.
Il quadro delineato richiama il sistema delle sponsorizzazioni sportive erogate da Mps, che secondo il materiale esaminato dalla commissione potrebbe costituire uno dei punti di contatto tra la banca e gli interessi economici evocati dai testimoni. Una delle ipotesi riguarda finanziamenti destinati a società sportive nelle quali, secondo il racconto dell’imprenditore, avrebbero avuto interessi esponenti della cosca Grande Aracri.
Resta da stabilire se la presunta intimidazione sia realmente collegata a questi flussi di denaro, se le sponsorizzazioni costituiscano il movente dell’azione descritta e se esistano elementi indipendenti in grado di confermare le dichiarazioni. La commissione non ha ovviamente presentato le testimonianze come una ricostruzione giudiziariamente accertata.
Il nodo delle indagini e gli atti alle Procure
Uno dei problemi ancora aperti riguarda la competenza territoriale e investigativa. Nel corso della conferenza stampa è stato annunciato l’invio della documentazione agli uffici giudiziari potenzialmente interessati, comprese le Direzioni distrettuali antimafia. Tra le sedi citate figurano Brescia, Bologna e Firenze, oltre agli uffici competenti per i territori nei quali sarebbero emersi elementi relativi ai rapporti finanziari descritti dai testimoni.
La questione era stata sollevata anche perché, secondo quanto riferito, in passato altre Procure avrebbero già chiesto atti alla commissione. La proposta di trasmettere il materiale a tutti gli uffici potenzialmente competenti è stata sostenuta dalla commissaria Simonetta Matone. Saranno i magistrati a dover valutare l’attendibilità delle dichiarazioni, verificare eventuali riscontri e stabilire se esistano gli estremi per ulteriori approfondimenti.
Vinci ha richiamato l’attenzione sulla necessità di non trasformare le testimonianze in conclusioni definitive. «Noi oggi non possiamo dire chi, cosa, quando», è il senso della posizione espressa dal presidente, che ha sottolineato come gli accertamenti avrebbero dovuto essere svolti dalla magistratura anche attraverso l’acquisizione tempestiva delle immagini delle telecamere.
La scelta di rendere pubblici alcuni elementi delle deposizioni è stata motivata dalla commissione anche con l’esigenza di consentire alle persone chiamate in causa di tutelarsi legalmente. L’identità dei testimoni, invece, resta riservata per ragioni di sicurezza.
Le nuove dichiarazioni aggiungono dunque un ulteriore capitolo a una vicenda che, a oltre tredici anni dalla morte di David Rossi, continua a essere oggetto di interrogativi e approfondimenti. La pista che ipotizza una spedizione intimidatoria legata agli affari di Mps e a interessi della ’ndrangheta dovrà ora confrontarsi con verifiche documentali e riscontri investigativi. Le accuse raccolte dalla commissione restano, allo stato, dichiarazioni testimoniali e non dimostrano responsabilità penali a carico delle persone citate.



