La Calabria più aspra e quella più umana stanno entrambe nel racconto che Cesare Casella affida al Corriere della Sera, nell’intervista firmata da Alessandra Coppola. Rapito a Pavia il 18 gennaio 1988, quando aveva 18 anni, Casella trascorse in prigionia 743 giorni, gran parte dei quali in Aspromonte. E proprio dell’Aspromonte di allora parla come di un mondo separato: «Non dico che fosse come tornare al Medioevo, ma non mi sentivo in Italia».

A fargli capire quanto fosse distante dal suo mondo fu anche un episodio minimo, quasi surreale: «Lo yogurt, per esempio. L’ho chiesto da mangiare», racconta, «mi hanno risposto: "E che cos’è?". Lì ho capito dove ero finito». Non solo in una prigione, ma in una «porzione di Paese sperduto e dimenticato», come ricostruisce il Corriere: la montagna calabrese dei sequestri, delle latitanze, dei rifugi scavati nella terra.

La buca nella montagna e le catene

Dopo una prima fase in un garage di Buccinasco, definita nell’intervista la «Platì del Nord», Casella venne trasferito in Aspromonte nascosto in un camion. «Ho capito che andavamo verso Sud dalla direzione del sole all’alba. Ma io non sapevo nulla di Aspromonte», dove mi trovavo l’ho capito poi da alcuni scontrini della spesa».

L’arrivo fu durissimo: «Percepivo dall’aria che eravamo dentro un bosco, in alta montagna, perché la salita era pesante». Avevano costruito «un buco nella terra, coperto con delle lamiere, tutto camuffato sopra con dei rovi e del legname». Da quel momento cominciò una prigionia fatta di isolamento e immobilità: «Mi avevano messo una catena alla caviglia e una catena al collo», impedendogli anche di sedersi.

Nel rifugio, racconta ancora Casella, «ho convissuto anche con topi e serpenti». Eppure, aggiunge, «il corpo umano si adatta a tutto. L’importante è che la mente resti lucida, perché poi è quella che riesce a comandare il corpo». Per sopravvivere si impose una routine: ginnastica, stretching, lettura, pulizia personale. «Lo spirito di sopravvivenza ti fa trovare delle soluzioni che io mai avrei immaginato di poter trovare».

La madre Angelina e il peso sulle coscienze

Una svolta emotiva arrivò quando i carcerieri gli consegnarono alcune riviste, convinti che non contenessero notizie sul sequestro. Casella lesse invece un articolo su sua madre Angelina, la «madre coraggio» scesa nella Locride per chiedere aiuto. «Caspita, allora non mi hanno dimenticato», allora vuol dire che stanno facendo in modo che io torni a casa. La cosa mi ha rallegrato parecchio».

Quella presenza, secondo Casella, incrinò anche il silenzio attorno ai rapitori. «Mia mamma scendendo in Calabria, parlando, indirizzando le proprie richieste dava fastidio non tanto a loro ma alle mogli, alle madri. Anche questi delinquenti avevano una moglie, avevano delle figlie, avevano delle fidanzate». E ancora: «È come se mia madre avesse aperto il tappo di una bottiglia» e lì fosse uscito tutto quello che prima non poteva uscire».

La liberazione e l’abbraccio di Natile

Il 30 gennaio 1990 arrivò la fine dell’incubo. I carcerieri gli dissero: «Guarda, ti lasciamo libero, vai a casa». Ma Casella non riuscì subito a crederci: «Nell’inconscio avevo il timore che potesse essere la fine, che mi volessero uccidere». Venne lasciato sul greto di un torrente, legato a un oleandro. Si liberò, cercò aiuto, poi raggiunse Natile di Careri.

Lì trovò l’altra Calabria. «Mi dirigo verso la prima casa illuminata, suono, mi aprono e si mettono a piangere», mi fanno entrare, mi danno da bere, chiamano i Carabinieri, il sindaco, arriva quasi tutto il paese». È uno dei passaggi centrali dell’intervista, perché Casella distingue la violenza di pochi dall’umanità di una comunità: «È così che ho scoperto che la grossa maggioranza di quel territorio ha una grande umanità e purtroppo subisce le violenze di una piccola minoranza».

Un sentimento che, dice, incontra ancora oggi: «Quando incontro qualcuno che proviene da quelle zone, è come se si sentisse un po’ colpevole», come se si volessero scusare a nome di tutti». Per Casella resta «questa grossa differenza tra la parte buona, sana, e la parte violenta e cattiva».

Dopo la liberazione arrivarono televisioni, inviti, riflettori. Ma anche un crollo: «Ero passato dallo stare in silenzio, da solo, in solitudine per due anni, a un’attenzione enorme». Da lì la scelta di ritirarsi dal clamore e tornare a una vita normale.