«Ho elargito, ho elargito». La mattina del 3 febbraio 2022 un imprenditore telefona alla moglie e la rassicura dopo aver incontrato Domenico Catalano. Sono parole che, secondo la ricostruzione accolta dal gip, segnano il pagamento di una richiesta estorsiva: tremila euro da consegnare agli “amici di Rossano”, dopo due incendi al cancello dell’abitazione dell’imprenditore.

La vicenda è al centro del capo 3 dell’ordinanza cautelare del blitz antimafia nella Sibaritide. Catalano è indagato per estorsione aggravata dal metodo mafioso, in concorso con persone rimaste ignote. Il giudice ritiene sussistenti gravi indizi nei suoi confronti, sulla base delle confidenze iniziali della vittima a un carabiniere, delle intercettazioni, delle immagini di videosorveglianza e degli accertamenti svolti.

Il racconto restituisce anche la paura di un imprenditore che, secondo quanto emerge dalle conversazioni, teme di esporre la propria famiglia a nuove intimidazioni e considera il pagamento una via per fermarle. Una condizione che il provvedimento legge nel quadro dell’assoggettamento alla forza del gruppo criminale.

Il primo incendio e le richieste dopo l’asta

Il primo episodio risale alla sera del 18 ottobre 2021. Due persone non identificate, arrivate su un motociclo, incendiano il cancello dell’abitazione dell’imprenditore, in località Gammicella. L’uomo denuncia il danneggiamento nei giorni successivi, ma riferisce di non aver ricevuto minacce o richieste di denaro e di non avere sospetti.

La ricostruzione cambia nel gennaio 2022, quando contatta un carabiniere e gli chiede un incontro. Durante il colloquio confidenziale racconta di aver effettivamente ricevuto richieste estorsive, precisando però di non volerle formalizzare in una denuncia. Il militare redige una relazione di servizio e trasmette quanto appreso agli investigatori.

Secondo quel racconto, all’origine delle pressioni ci sarebbe l’acquisto all’asta di un immobile confinante con l’attività familiare, operante nel settore degli imballaggi. La persona offesa riferisce di esserselo aggiudicato per quattrocentomila euro, dopo una competizione al rialzo partita da una base di trecentomila.

Pochi giorni dopo, alcune persone si sarebbero presentate in azienda attribuendosi il merito dell’aggiudicazione e pretendendo che si “sdebitasse”. L’imprenditore avrebbe respinto la richiesta, osservando sarcasticamente che il presunto aiuto gli era costato centomila euro in più.

Il ruolo attribuito a Catalano

Successivamente, secondo le confidenze riportate dal carabiniere, sarebbe arrivato Domenico Catalano, conosciuto come Mimmo, un vecchio cliente dell’imprenditore. Avrebbe riferito che alcuni “amici” pretendevano tremila euro l’anno, proponendosi di accompagnarlo da un interlocutore indicato con il soprannome “u Cain”.

Gli investigatori riconducono quel riferimento a Francesco Sommario. La contestazione del capo 3, nell’estratto, riguarda però Catalano in concorso con soggetti ignoti: il richiamo al soprannome viene utilizzato nella ricostruzione della richiesta e della forza intimidatoria evocata.

L’imprenditore avrebbe inizialmente rifiutato. Catalano, secondo il suo racconto, gli avrebbe poi ricordato la somma attraverso gesti ogni volta che lo incontrava.

Il timore dell’imprenditore non riguardava soltanto il patrimonio. Nelle confidenze al militare emerge la preoccupazione che un attentato all’azienda potesse compromettere il lavoro di circa venti dipendenti. Avrebbe anche tentato, attraverso conoscenze indirette, di far arrivare a Salvatore Galluzzi una richiesta di essere lasciato in pace, senza ottenere l’esito sperato.

Il secondo incendio e la decisione di cedere

La sera del 27 gennaio 2022 il cancello dell’abitazione viene nuovamente incendiato. Le immagini mostrano due persone con il volto coperto che versano liquido infiammabile e appiccano il fuoco. Gli autori non vengono identificati.

Prima di chiamare il numero di emergenza, la persona offesa contatta il carabiniere con il quale si era confidato. Il giorno successivo il militare lo raggiunge e gli propone di denunciare gli autori delle richieste, rassicurandolo sull’intervento dell’Arma.

Secondo la relazione di servizio, l’imprenditore manifesta invece l’intenzione di pagare. «Mi hanno toccato a casa», spiega, collegando la decisione alla paura per i figli. Anche la moglie esprime il timore che una denuncia possa costringere la famiglia ad abbandonare Rossano.

È un passaggio centrale nella lettura del gip: gli incendi, pur commessi da persone rimaste ignote, vengono ricondotti alla pressione che avrebbe indotto la vittima ad accettare la richiesta economica attribuita a Catalano.

L’incontro del 3 febbraio e il pagamento ricostruito

Il giorno dopo il secondo incendio l’imprenditore chiama Catalano e gli chiede un incontro, facendo riferimento a un’automobile. Per gli investigatori, l’argomento apparente avrebbe celato il motivo effettivo del contatto. In quella circostanza non è possibile stabilire se i due si siano poi visti.

Un appuntamento viene invece documentato il 3 febbraio 2022. La parte offesa telefona a Catalano, lo raggiunge nei pressi di un bar e si intrattiene con lui. Le telecamere mostrano i due entrare e uscire dal locale; successivamente l’imprenditore apre la portiera anteriore dell’auto di Catalano e si china nell’abitacolo.

Le immagini non consentono di distinguere con precisione l’azione compiuta dentro il veicolo. La ricostruzione del pagamento deriva dalla valutazione congiunta di quel gesto, delle precedenti richieste e delle conversazioni intercettate.

Poco dopo, infatti, la persona offesa chiama la moglie e le dice di aver “elargito”, rassicurandola sul fatto che la questione sia sistemata. Già nei giorni precedenti, parlando con un familiare, aveva annunciato una soluzione usando lo stesso verbo.

La paura di denunciare nelle conversazioni familiari

Quando viene sentito formalmente, l’imprenditore continua a non indicare i responsabili delle richieste. Riconosce la possibile matrice criminale degli incendi, ma nega di aver ricevuto pretese estorsive.

Le intercettazioni in auto restituiscono un quadro diverso. Parlando con i familiari, l’imprenditore spiega il timore delle conseguenze di una denuncia: anche dopo un eventuale arresto, sarebbe lui a dover continuare a vivere in città, confrontandosi con chi potrebbe cercare una ritorsione.

Le sue parole esprimono sfiducia nella possibilità di ottenere una protezione duratura. È il punto sul quale insiste il provvedimento per spiegare la distanza tra le confidenze iniziali, i discorsi privati e le dichiarazioni formalizzate.

Le dichiarazioni di Acri

L’ordinanza richiama inoltre i rapporti di Catalano con alcuni esponenti del gruppo rossanese e le dichiarazioni di Nicola Acri. Il collaboratore racconta pregresse frequentazioni, informazioni che Catalano gli avrebbe fornito e rapporti economici nel settore delle automobili.