Dolore senza fine

Filippo Ceravolo, a Soriano il ricordo di una vittima innocente di mafia: «Mio figlio dovrà avere giustizia»

VIDEO-FOTOGALLERY | Nove anni fa l’agguato. Oltre alla liturgia anche la presentazione del libro “Vite spezzate”. Presenze da ogni parte della Calabria ma padre Calcara denuncia: «La nostra comunità dov’è?» (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pietro Comito
26 ottobre 2021
10:26

«Pippo mio, mi manchi…». Le lacrime, copiose, solcano i visi, mentre Maria Maiolo legge la lettera che Maria Teresa ha scritto per il fratello Filippo, ucciso per errore, da un commando mafioso, la sera del 25 ottobre 2012. «Sento i tuoi passi, sento la tua voce che mi chiama…».

Papà Martino ascolta, porta le mani al viso mentre gli si spezza il respiro. Maria Teresa prova a dar forza alla madre Anna: quel dolore sordo, anche per lei, esplode in un pianto sì composto, ma ininterrotto, che prova a fermare senza riuscirci. Maria, invece, legge senza cedere fino all’ultima riga: «Ti amerò per sempre Filippo mio, sei in me e con me, per sempre tua Teta». Poi, anche lei, l’autrice di “Vite spezzate”, si arrende alla commozione fin lì trattenuta. Il Santuario di San Domenico, a Soriano, alla nona ricorrenza di quel tragico agguato, si stringe alla famiglia dell’ennesima vittima innocente delle mafie in attesa di giustizia.


Il titolo del libro

Al margine della Santa messa, si presenta, appunto, per la prima volta, “Vite spezzate”: «Sì, vite – spiega l’autrice, Maria Maiolo – perché spezzata, quella sera, non fu solo la vita di Filippo, ma anche quella di suo papà, di sua mamma, delle sue due figlie». La narrazione della giovane scrittrice va ben oltre il mero fatto di cronaca e si traduce in un percorso intimo, personale e struggente: «La famiglia Ceravolo mi ha aperto le porte della sua casa e del suo cuore. Ed io, oggi, sento di essere parte di questa famiglia».

Martino: «I nostri figli»

«Mio figlio dovrà avere giustizia», tuona papà Martino quando i suoi occhi cessano quel pianto che perpetuo invece continua nel cuore. Ed il suo pensiero non è rivolto solo al suo Filippo, ma anche agli «altri figli vittime innocenti delle mafie». Martino pensa ad Elsa Tavella, la mamma di Francesco Vangeli, «che forse avrà parzialmente giustizia ma non il corpo di suo figlio». Pensa a Maria Luccisano, la madre di Francesco Prestia Lamberti, «ucciso a sedici anni, senza un perché, da un coetaneo condannato ad una pena ridicola». «Come se la condanna che noi, privati della cosa più cara, un figlio, abbiamo subito – continua Martino – non sia stata sufficiente…».

Da tutta la Calabria

Sono alte le parole di padre Giovanna Calcara, che presiede la presentazione di “Vite spezzate” e officia la santa liturgia. Col carisma del buon pastore leva le mani verso la volta del Santuario e domanda: «Dove sono i giovani? Dove sono le famiglie di Soriano?».  Eppure, tra le file, ci sono persone giunte da ogni parte della Calabria, nonostante l’allerta meteo. Le istituzioni sono rappresentate dai vertici territoriale dell’Arma dei carabinieri e dai sindaci. C’è perfino una coppia di giornaliste francesi giunte in Calabria per raccontare il dolore inferto dal crimine organizzato a queste comunità. C’è Tiberio Bentivoglio, imprenditore sotto scorta, giunto da Reggio Calabria. Sotto scorta, venuto da Lamezia Terme, anche Rocco Mangiardi, assieme ad Eugenio Bonaddio, unico sopravvissuto alla strage dei netturbini che il 24 maggio del 1991, a Lamezia, uccise Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte. Ci sono Elsa Tavella e Marzia Luccisano, c’è Libera, con il referente provinciale Giuseppe Borrello e Maria Joel Conocchiella.

C’era anche Immacolata Mancuso

E al fianco di Libera, persa nelle retrovie, una presenza silenziosa, bella e significativa: raccolta in preghiera, c’è Immacolata Mancuso. Immacolata Mancuso non è una donna qualunque. È la sorella del superboss ergastolano Pantaleone Mancuso alias “Scarpuni”, la donna che emigrò in Liguria per impedire che i suoi figli crescessero nella fascinazione del male e che rilasciò a Lirio Abbate, per l’Espresso, una clamorosa intervista prendendo le distanze dal fratello e dagli zii, tornando oggi a vivere in maniera onesta e riservata nella sua Limbadi. La sua presenza e la sua preghiera valgono molto più delle assenze.

La denuncia di Padre Giovanni

Le parole di padre Giovanni leniscono almeno la rabbia per una giustizia attesa e non ancora arrivata e si traducono in una denuncia forte contro l’ignavia. Dal lavoro nero al lavoro grigio, dallo sfruttamento dei nuovi schiavi delle campagne e ai traffici illegali di rifiuti. «Quanto altro male dovrà essere inferto a questa terra, prima che i calabresi alzino la testa?». Già, quanto altro male?

Giornalista
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