Che cosa sta succedendo a Gioia Tauro e perché intorno a Simona Scarcella, sindaca di Forza Italia minacciata insieme ai suoi figli, è calato un silenzio tanto pesante, difficile da comprendere soprattutto perché riguarda una donna che rappresenta le istituzioni in uno dei territori più complessi della Calabria?

Sono trascorsi dodici giorni dalla lettera anonima recapitata nella cassetta della posta della sua abitazione, contenente poche parole ma di una violenza spaventosa - «Se scrivi ancora ti scanniamo i figli e il cane» - che hanno colpito direttamente gli affetti più cari della prima cittadina e che sono arrivate dopo un’altra intimidazione, risalente al dicembre 2025, quando Scarcella aveva ricevuto una busta con sette proiettili, quattro riconducibili a un Kalashnikov e tre calibro 9x21 Parabellum.

Questa volta la minaccia non è stata indirizzata soltanto alla sindaca e alla sua attività amministrativa, ma ai suoi due figli di 24 e 19 anni, i quali, secondo il racconto della madre, da dodici giorni non uscirebbero più di casa neppure per accompagnare il cane, perché il contenuto della lettera dimostrerebbe che chi l’ha scritta conosce le abitudini quotidiane della famiglia ed è in grado di seguirne gli spostamenti.

«Due ragazzi innocenti non possono vivere agli arresti domiciliari», denuncia Scarcella, descrivendo la condizione nella quale si troverebbero i figli, costretti a rinunciare alla propria quotidianità mentre chi ha formulato quella minaccia, sempre secondo quanto riferito dalla sindaca, sarebbe stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza e continuerebbe a circolare liberamente.

La richiesta alla Prefettura e la riunione mai comunicata

Il 26 agosto, il giorno successivo all’ultima intimidazione, Scarcella sostiene di avere scritto alla Prefettura di Reggio Calabria per chiedere l’attivazione delle misure di tutela previste dalla legge, senza però ricevere, da quel momento, «nemmeno una telefonata di cortesia, neppure una comunicazione di tipo formale» che potesse aiutarla a comprendere quali decisioni fossero state assunte e come lei e i suoi familiari dovessero comportarsi.

Soltanto undici giorni più tardi avrebbe appreso che la Prefettura aveva convocato una riunione tecnica di coordinamento delle forze di polizia, promossa sulla base delle notizie circolate sui social, senza che la prima cittadina venisse invitata e, soprattutto, senza che le fossero comunicate ufficialmente le determinazioni adottate e le eventuali misure predisposte per garantire la sicurezza sua e dei figli.

Vogliamo credere, e non potrebbe essere altrimenti, che lo Stato stia facendo fino in fondo il proprio dovere, che le indagini proseguano nel necessario riserbo e che le decisioni riguardanti la sicurezza personale non possano essere rese pubbliche in ogni dettaglio, ma una donna, una madre e una rappresentante delle istituzioni ha il diritto di conoscere almeno quali comportamenti debba adottare dopo avere ricevuto una minaccia di morte così esplicita contro i propri figli.

La solidarietà c’è stata, la politica che conta tace

Simona Scarcella non è stata completamente abbandonata sul piano della solidarietà, perché sono arrivati messaggi bipartisan, prese di posizione di amministratori locali, associazioni e cittadini, insieme alla vicinanza espressa da Pasquale Tridico e dalla Commissione regionale contro la ’ndrangheta, ma il punto politico e istituzionale sollevato dalla sindaca rimane ancora senza una risposta convincente.

Ad oggi, infatti, non risulta un intervento pubblico del presidente della Regione Roberto Occhiuto, che è anche il principale riferimento calabrese di Forza Italia, il partito al quale appartiene la sindaca, così come non si registra una presa di posizione del consigliere regionale azzurro Giovanni Arruzzolo, ed è proprio questa assenza a rendere inevitabile una domanda: perché una sindaca di Forza Italia, eletta alla guida di una città difficile e strategica come Gioia Tauro, non sente accanto a sé il proprio partito e i suoi massimi rappresentanti regionali?

Le vicende amministrative che attraversano il Comune, sul quale dallo scorso 10 aprile opera una commissione di accesso antimafia, costituiscono un capitolo diverso, che dovrà essere esaminato nelle sedi competenti e sul quale Simona Scarcella potrà avere ragione o torto, perché saranno gli organi dello Stato a verificare i fatti, le responsabilità e l’eventuale esistenza di condizionamenti.

Davanti a sette proiettili e a una minaccia di morte contro due ragazzi, tuttavia, non possono esistere calcoli, distanze politiche o valutazioni di convenienza, perché prima delle appartenenze e delle contrapposizioni viene il dovere di difendere una donna, la sua famiglia e l’istituzione democratica che rappresenta.

L’appello alla Commissione parlamentare Antimafia

Nella lettera inviata alla presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, la sindaca chiede di essere ascoltata e sollecita un intervento presso il ministro dell’Interno, affinché possa finalmente conoscere quali misure di tutela siano state adottate e ricevere quella risposta concreta che, a suo giudizio, fino a questo momento è mancata.

Scarcella arriva così a formulare la domanda più dolorosa, chiedendosi «se io da madre debba aspettare che i miei figli vengano ammazzati per uno Stato che fa finta di non vedere e di non sentire», parole estreme e drammatiche, pronunciate da chi sostiene di non sapere ancora quale protezione sia stata predisposta per la propria famiglia e che proprio per questo impongono una risposta istituzionale chiara, tempestiva e inequivocabile.

Che cosa sta accadendo, dunque, a Gioia Tauro, perché intorno a questa sindaca minacciata si avverte un isolamento così profondo, dove sono Forza Italia, la Regione e le istituzioni e, soprattutto, dov’è lo Stato nel momento in cui un’amministratrice pubblica afferma di non sapere come proteggere i propri figli?

La domanda finale di Simona Scarcella racchiude tutta la gravità del caso e non può essere liquidata come uno sfogo dettato dalla paura: «Da chi mi devo difendere? Da chi devo difendere i miei figli? Dalla criminalità organizzata o dallo Stato?».

Gioia Tauro non può essere considerata terra di nessuno e un sindaco minacciato, qualunque sia il suo partito e indipendentemente dalle valutazioni sulla sua attività amministrativa, non può essere lasciato solo.