La mobilitazione degli agricoltori contro il caro carburante guidata dal Movimento agricoltura e territorio, torna a focalizzare l’obiettivo sul cuore del sistema e concentra nuovamente l’attenzione sui depositi di carburante di Vibo Marina. Un presidio tornerà dunque a bloccare fisicamente l’accesso ai rifornimenti delle autocisterne che attingono ai silos di Meridionale Petroli ed Eni, e da lì circa servono il 60 per cento del territorio regionale.

Il nuovo blocco entrerà in vigore lunedì 12 ottobre, a partire dalle 7, e questa volta alla protesta potrebbero unirsi altre categorie di lavoratori che subiscono in misura determinante il costo del gasolio, dai pescatori agli allevatori. In questo senso sta andando in queste ore proprio l’appello del Mta, guidato dall’imprenditore agricolo Matteo Talarico: una sorta di chiamata collettiva all’azione che viene rivolta anche alla cittadinanza che, finora, pur con qualche eccezione, ha risposto tiepidamente.

Si torna dunque a bloccare il nodo strategico degli approvvigionamenti calabresi, dopo che nei giorni scorsi i mezzi pesanti si erano spostati a Lamezia Terme, anche per alleggerire i disagi subiti dagli automobilisti e dai gestori delle stazioni di servizio che nel giro di poche ore avevano dato fondo alle scorte e, in alcuni casi, erano stati costretti a chiudere le colonnine di rifornimento.

I manifestanti, dal canto loro, erano rimasti in attesa di risposte da parte delle istituzioni. Risposte che evidentemente non sono arrivate: da qui la decisione di tornare nel luogo in cui la protesta ha sortito i suoi effetti più dirompenti. Nello stesso sito potrebbe convergere anche un’altra mobilitazione che promette di fare rumore: quella degli autotrasportatori annunciata da Fedralog, che prenderà il via il prossimo 16 ottobre e che potrebbe andare avanti per diversi giorni determinando difficoltà nell’arrivo di generi di prima necessità sugli scaffali, soprattutto del centro-nord Italia.

La situazione si va facendo dunque molto delicata: Vibo Marina e il Vibonese rischiano di diventare l’epicentro di una mobilitazione che si potrebbe diffondere a macchia d’olio in altre regioni del Sud, ma anche il nucleo incandescente di una tensione sociale che, allo stato, sembra lasciare del tutto indifferenti le istituzioni centrali così come i grandi media nazionali.