Un piccolo pezzo di legno tornito, verniciato di nero, con un'impugnatura chiara. Sopra, stampati in bianco, il profilo di Benito Mussolini con l'elmetto, la scritta "Dux" e lo slogan squadrista per eccellenza: "Boia chi molla", come si può vedere nella foto. Non si tratta di un reperto storico emerso da una vecchia soffitta degli anni Trenta, ma di un oggetto moderno, acquistabile ancora oggi in certi negozi di souvenir o bancarelle.

Il ritrovamento di questo micro-manganello su una veranda di alcuni militanti dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (ANPI) ha immediatamente fatto scattare l'allarme. In un primo momento, i militanti hanno pensato al peggio: un'intimidazione neo-fascista lanciata all’indirizzo dei rappresentanti dell'associazionismo che custodisce la memoria della Resistenza. La gravità della potenziale minaccia ha spinto i militanti ad allertare la Digos, avviando l'analisi delle immagini di sorveglianza.

La tensione si è sciolta nel giro di poche ore, lasciando il posto a uno sconcerto di natura diversa. Visionando i filmati, gli agenti della Polizia di Stato hanno isolato il momento del “lancio”, ma a scagliare l'oggetto sulla veranda non era stato un militante dell'estrema destra, bensì un bambino di 8-10 anni residente nelle immediate vicinanze. Messo davanti all'evidenza, il piccolo ha confessato la dinamica, priva di qualsiasi intento politico. Per lui, quel souvenir intriso di una storia di violenza era semplicemente qualcosa da lanciare, un oggetto bizzarro trovato o “recuperato” tra i banchi di scuola. Un gesto infantile che pero’ ha trasformato un potenziale caso di cronaca in uno spaccato sociologico inquietante.

A fare chiarezza sulla vicenda, con parole che uniscono il sollievo per lo scampato pericolo a una profonda amarezza educativa, è stato lo stesso presidente della sezione presilana dell'ANPI che ha diffuso una nota per la comunità: “Compagne e compagni, a valle delle indagini della Digos e dopo aver visionato le telecamere dei vicini, il bambino di 8/10 anni degli stessi vicini ha confessato di aver tirato lui il piccolo manganello sulla nostra terrazza, che dice di aver trovato/recuperato a scuola. Se da una parte questo fatto ci solleva dal pensiero di esser stati presi di mira da qualche malintenzionato, dall'altra ci angoscia il pensiero che a scuola circolino questi oggetti, che evidentemente alcune famiglie tengono come cimeli.”

Questo episodio, apparentemente archiviabile come una “marachella” di quartiere, solleva invece interrogativi urgenti sulla feticizzazione del fascismo nella società contemporanea. Il fulcro del problema risiede proprio nella natura di questo “giocattolo” molto speciale. Il manganello non è un simbolo neutro, ma rappresenta lo strumento della violenza squadrista, l'arma con cui venivano sistematicamente picchiati, umiliati e uccisi gli oppositori politici durante il Ventennio. Vederlo ridotto a un gadget tascabile, a un ninnolo da esporre in salotto - o peggio, da lasciare alla portata dei bambini - dimostra una profonda e pericolosa svalutazione della storia.

La commercializzazione del fascismo (il cosiddetto “turismo nostalgico”, che prolifera anche online) ha trasformato l'ideologia totalitaria in una forma di oggettistica grottesca. Quando l'orrore della dittatura viene ridotto a un souvenir da banco, svuotato del suo peso morale, si corre il rischio che le nuove generazioni lo percepiscano come un elemento pop qualunque, privo di una reale carica distruttiva.

L'aspetto più allarmante riguarda i luoghi di transito dell'oggetto: la casa e la scuola. Se il bambino lo ha “recuperato a scuola”, significa che quel micro-manganello è passato di mano in mano tra i banchi, forse scambiato come una curiosità. Prima ancora di arrivare a scuola, però, quell'oggetto si trovava all'interno di una casa, custodito da adulti che evidentemente non vi hanno riconosciuto alcun disvalore democratico.

La scuola, presidio fondamentale dell'antifascismo, rischia così di subire l'intrusione di simboli tossici se non supportata da una forte consapevolezza familiare. Questo cortocircuito dimostra che la trasmissione della memoria non può essere delegata esclusivamente ai docenti, ma richiede una vigilanza attiva anche da parte delle famiglie. Quando gli adulti normalizzano la presenza di simboli totalitari nello spazio domestico, aprono la strada alla totale incoscienza dei figli. Un gioco da bambini che pesa come un macigno sul nostro presente, ricordandoci che il lavoro culturale sul territorio è più che mai necessario.

*Documentarista Unical