Il manicomio abbandonato di Girifalco, il più spettrale monumento allo spreco della Calabria

VIDEO-FOTO | I miliardi bruciati dalla sanità calabrese. Reportage sull’enorme complesso di contrada Serra: 600.000 metri quadri corrosi dal tempo. Un luogo sinistro, che l'assenza dell'uomo ha reso paradossalmente sempre più affascinante. Chissà se potrà mai essere recuperato

di Pietro Comito
9 dicembre 2020
11:11

Il più grande e sinistro monumento allo spreco calabrese, tra i più imponenti ed inquietanti d’Italia, è in contrada Serra a Girifalco: è il manicomio abbandonato, 600.000 metri quadri, pari a 85 campi da calcio. «È un non luogo – racconta Barbara Rosanò – che è stato privato della sua identità e della sua anima, perché anche i luoghi hanno diritto di averne una».

Regista e documentarista girifalcese, Barbara ha girato e firmato “Uscirai sano”, raccontando, con una straordinaria potenza narrativa, la storia dell’ex ospedale psichiatrico di Girifalco. L’enorme complesso di contrada Serra doveva appunto sostituire il vecchio manicomio, ma l’approvazione della legge Basaglia - che nel 1978 decretò la fine degli istituti psichiatrici per come li si conobbe fino ad allora, varando nuove disposizioni sui trattamenti sanitari obbligatori e l’istituzione dei centri di salute mentale - ne sancì la morte ancora prima che nascesse, ovvero prima che fosse terminato.

«In realtà - racconta Barbara Rosanò, che ci accompagna in un viaggio tanto lungo quanto sorprendente - per un breve periodo i pazienti del vecchio ospedale furono portati qui dai medici e dal personale». Furono gli unici che abitarono questa struttura, poi subito abbandonata per effetto della legge Basaglia. Si era profilato un suo impiego come sede di un grande polo oncologico, ma si preferì Germaneto, e così - dopo quarant’anni - alla periferia di Girifalco altro non resta che un manicomio fantasma.

L’arte del tempo

Un monumento allo spreco, senza alcun dubbio. Malgrado ciò, malgrado sia stato depredato, vandalizzato, malgrado sia stato divorato dal tempo, rendendolo un non luogo cupo e sinistro, in sé nasconde un fascino straordinario, magnetico, forse difficile da comprendere per coloro i quali non vi hanno mai messo piede. I padiglioni di un cemento armato aggredito da crepe e ruggine, e quasi adornato dalla vegetazione spontanea che cresce selvaggia e rigogliosa, si aprono come bocche enormi al visitatore. Corridoi lunghissimi, freddi e aridi, tutti con un punto di luce all’orizzonte. Il cammino è nella polvere, calcinacci, vetri e muffe. Sedie e poltrone malridotte e polverose, isolate, qua e là, illuminate dagli sprazzi di sole che penetrano all’interno, sono i primi segni di una presenza umana che qui ci fu. È un quadro spettrale ma suggestivo, come il resto. Come foglie, liane e piante che spingono sulle finestre, creando in controluce tetre silhouette.


In cima alle scale

Orientarsi è complicato ed il rischio è quello di perdersi. I piani superiori sono stanze spoglie dalle pareti terremotate. I muri salvati dalle muffe mostrano dei graffiti: volti, disegni astratti e fiori stilizzati. In una grande stanza c’è un tavolo e sul tavolo una piccolo cumulo di polvere bianca, vicino ad una bustina con altra polvere bianca, dietro una lavagna con su scritto «Solitudine»: sembra il set di un film o un anonimo artista è passato da qui per scattare una foto o realizzare un quadro d’impatto sociale. Esistono spazi che sono divenuti una discarica, altri in cui si trovano centinaia di paia di scarpe consumate. Camminando ci si imbatte perfino in documenti risalenti agli anni ’60, cioè ad un’epoca antecedente alla costruzione del manicomio fantasma.

Una domanda interrotta

«Sembra un grande monumento creato dal tempo», spiega Barbara Rosanò, che pensa: «Si potrebbe realizzare una grande mostra di arte contemporanea». Questo è un momento allo spreco, sì, ma nonostante ciò trasmette sensazioni particolari, ti rapisce: «È decrepito, spettrale, ma incredibilmente affascinante, quasi magico». Chissà se potrà mai essere recuperato…

Mentre ci interroghiamo, qualcuno richiama la nostra attenzione. Lamenta la nostra presenza, dice che non potevamo entrare. Che è «proprietà privata» e cioè dell’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro, quindi… proprietà pubblica. Ma noi non abbiamo trovato guardiani, né porte, né ostacoli, né lucchetti. Ci chiedono chi ci abbia autorizzati ad entrare. Nessuno, perché nessuno abbiamo incontrato. Arrivano anche i carabinieri, che ci identificano. Sono gentili e professionali: consegniamo i documenti, fanno il loro lavoro. Noi abbiamo fatto il nostro, per raccontare il più grande e sinistro monumento allo spreco della Calabria.


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