Tre anni e sei mesi reclusione. È questa la sentenza emessa nei confronti di un uomo accusato di maltrattamenti in famiglia e lesioni aggravate. La decisione dei magistrati del Tribunale di Lamezia ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 4.000 euro per il risarcimento dei danni. A darne notizia in una nota l’avvocato della donna Valentina De Biase. 

In aula la donna vittima ha reso una drammatica testimonianza, fulcro della dolorosa vicenda: «No, io lo amavo. Quell’amore però poi si è trasformato in paura».

 «L’istruttoria dibattimentale – si legge nella nota del legale – ha sollevato il velo su ben quattro anni di violenze ai danni di una giovane donna, costretta a vivere in un regime di totale sottomissione e oppressione. I fatti, supportati da inconfutabili referti medici e testimonianze, raccontano una brutale progressione di violenze. Tra gli episodi più gravi, un’aggressione subita dalla vittima mentre si trovava all’ottavo mese di gravidanza, che le causò contrazioni premature e un ricovero d’urgenza, e un violento schiaffo costatole la perforazione traumatica di un timpano. Vessazioni e intimidazioni che sono proseguite con crudeltà persino dopo la fine della convivenza. Il dramma nel dramma è stato quello della “violenza assistita”: ogni urlo, ogni minaccia e ogni colpo all’interno delle mura domestiche è stato assorbito dagli occhi inermi del figlio neonato della coppia, oggi protetto e vigilato dai Servizi Sociali»

Ma la svolta «è arrivata quando la donna ha trovato la forza di dire basta e di rivolgersi alle autorità. Questo verdetto – racconta il legale – rappresenta una vittoria fondamentale che dimostra come le istituzioni rispondano, i giudici ascoltino e la legge tuteli chi ha il coraggio di rompere il silenzio. Un percorso di liberazione reso possibile anche grazie all’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, a conferma del fatto che la giustizia e la difesa dei propri diritti sono un bene accessibile a tutti, senza alcuna barriera economica.

Oltre al dato giudiziario, la sentenza lancia un messaggio sociale potente che supera le mura del tribunale. È un appello accorato rivolto a tutte le donne che si trovano in condizioni di sofferenza e sopraffazione: non siete sole! Denunciare è possibile, ed è l’unica via per riprendere in mano la propria vita, ritrovare la dignità perduta e tornare finalmente a respirare».