La mia amica del cuore uccisa dal compagno quando il femminicidio non “esisteva”

Era il 9 dicembre del 2002 quando Maria Rosaria Sessa, giornalista televisiva, venne massacrata da Corrado Bafaro. Il suo ricordo è vivo nei cuori di chi l'ha conosciuta ed oggi tante iniziative portano il suo nome

di Emily Casciaro
25 novembre 2020
13:11

Era bella Maria Rosaria. Aveva 27 anni ed uno di quei volti che bucano il video: occhi grandi verdi, capelli castani, un accenno di lentiggini sulla pelle chiara che le illuminava il sorriso. Aveva un sogno Maria Rosaria, quello di fare la giornalista televisiva. In redazione, nella tv Metrosat,  sempre di fretta per i ritmi frenetici imposti dalle news, aveva sempre per tutti un sorriso.

Era una persona estroversa, intelligente, professionalmente molto preparata. Il suo non era un giornalismo “urlato”. Amava soffermarsi sui fatti, raccontarli dal di dentro: schegge di realtà, di storie vissute.
Poi c'era la cronaca nera: le inchieste, le indagini, gli arresti, gli omicidi di mafia e “passionali”– anche quelli - raccontati sempre con estremo garbo e rispetto.

Alla fine Maria Rosaria nella cronaca nera ci è finita dritta dentro. Ma non più come giornalista. Ricordo che il giorno che fu uccisa, mentre si preparava per andare dal dentista - dove avrebbe trovato Corrado Bafaro con un mazzo di fiori e un paio di orecchini per invitarla a cena, ma con un coltello di 30 cm in macchina – mi disse una frase che mi raggelò. «Farò la fine di una di quelle ragazze che racconto nei miei servizi tg».  «Ti accompagno» , le dissi preoccupata. «Il medico è in centro - mi tranquillizzò- se sono in pericolo urlo». Non l’ho più vista.


L’aveva già condannata a morte

Corrado e Maria Rosaria avevano iniziato a frequentarsi poche settimane prima. Era una persona apparentemente distinta. Non solo fiori, telefonate, pensieri carini, ma un’attenzione, un controllo sulla vita di Maria Rosaria continuo, morboso.

Sin dall’inizio della loro relazione ricordo che Maria Rosaria spesso mi confidava di essere un po’ seccata dall’eccessiva gelosia di Corrado: voleva continue spiegazioni su chi avesse incontrato o sentito nel corso della giornata. Addirittura lui sembrava infastidito dal rapporto di complicità e amicizia che c’era tra noi due. Cinque giorni prima dell’omicidio, Maria Rosaria fu aggredita da Corrado: le mise le mani al collo. Tentò di strangolarla perché Maria Rosaria gli aveva parlato di un progetto di lavoro che voleva seguire in Canada, della durata di 6 mesi, e lui non voleva. Dopo quell’episodio Maria Rosaria decise di chiudere il rapporto, ma lui non mollava.

Cominciarono le telefonate, gli appostamenti, inscenò un incidente sull’autostrada, minacciò di suicidarsi. 18 anni fa, quando la vita di Maria Rosaria fu stroncata – era il 9 dicembre del 2002 – ancora non si usava il termine femminicidio né quello di stalking. Maria Rosaria aveva capito che aveva a che fare con una persona instabile. Per questo, nonostante la scongiurai di denunciarlo, lei non lo fece. Aveva paura della sua reazione. In quei quattro giorni lui l’aveva già condannata a morte.  Quel drammatico lunedì pomeriggio, quando lui si fece trovare sotto il dentista, la accolse con un mazzo di fiori, la invitò a cena. E lei –inspiegabilmente – accettò. 

L’ultimo appuntamento

Forse avrà cercato di convincerla a tornare insieme, ma Maria Rosaria per l’ennesima volta gli avrà detto che la loro storia era finita. La discussione, dopo una cena “traquilla” in un ristorante di Rende  è continuata in macchina, che imbocca la statale 107 lungo la strada che porta al mare. È in quel momento che Corrado estrae il coltello che porta con sé e infierisce così violentemente sul corpo di Maria Rosaria, e per così tante volte, da curvarne la punta. Poi lascia il corpo straziato di Maria Rosaria e fugge a piedi,  facendo perdere le sue tracce. Lo cercheranno per quattro lunghissimi mesi.

Il successivo aprile, viene ritrovato il cadavere penzolante dalla tromba delle scale di una villetta di Fiumefreddo Marina, a pochi chilometri dal luogo del delitto. Si era suicidato presumibilmente dopo poche ore aver tolto la vita a Maria Rosaria. Quel giorno arrivai quasi subito fuori la villetta di Fiumedreddo. Parlando con alcuni colleghi  dissi che aveva fatto la fine che si meritava. Il giorno dopo qualcuno titolò: «L’amica commossa e spietata»

Il ricordo di Maria Rosaria che non affievolisce

In questi anni il ricordo di Maria Rosaria non si è affievolito, anzi. La sua storia è da monito per tante altre donne. Pochi anni dopo quel 9 dicembre 2002, a Cosenza è nato un Circolo della Stampa a suo nome.  L’associazione dei giornalisti cosentini organizza eventi ed iniziative di formazione per giornalisti, e promuove il “Premio giornalistico Maria Rosaria Sessa” di inchiesta radiotelevisiva per gli studenti delle scuole superiori. Due anni fa, su iniziativa del Circolo della Stampa, è stata posizionata una panchina rossa sul Corso Mazzini a Cosenza “in ricordo di Maria Rosaria e di tutte le vittime di femminicidio”. A Rossano, città natale di Maria Rosaria, le è stata intitolata una strada in zona San’Angelo, una via che porta al mare.

Non donne deboli, ma forti

Il fenomeno, purtroppo, è in continua escalation e richiama in un certo senso la capacità della donna di autodeterminarsi. Le donne uccise dai propri mariti e conviventi sono martiri della libertà. Per ragioni diverse hanno detto no: no ad un rapporto, no alla sottomissione, no ad un uomo. E per questo sono state uccise. Ma mai pensare che si tratta di donne deboli, anzi.

Sono donne forti, coraggiose che proprio per la loro determinazione sono state uccise: vittime di un uomo - lui sì - debole. I femminicidi non sono mai frutto di un raptus di follia, di un momento di pazza gelosia che arma le mani dell'assassino. Perciò anche noi giornalisti dovremmo imparare ad evitare certi titoli quando raccontiamo uno di questi fatti di cronaca e rispettare i principi deontologici del manifesto di Venezia (2017).

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