La Procura di Palermo: lo scheletro di San Ferdinando appartiene a Vito Lo Iacono

Il risultato della comparazione genetica depositata lo scorso 23 novembre finalmente comunicata alla famiglia. Resta invece senza fine l'incubo dei cari di Francesco Vangeli, giovane calabrese vittima della lupara bianca, rimasti ancora senza un corpo da piangere

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di Pietro Comito
9 dicembre 2020
12:48

Il corpo ormai ridotto ad uno scheletro, affiorato lo scorso giugno dai fondali di San Ferdinando, appartiene a Vito Lo Iacono, il pescatore di Terrasini disperso in mare, a 30 miglia da Palermo, dopo la collisione - il 12 maggio - tra la petroliera Vulcanello e la Nuova Iside, il peschereccio a bordo del quale si trovava assieme al papà Matteo e al cugino Giuseppe, le cui salme furono invece recuperate nella prima fase delle ricerche. Vito, invece, è rimasto in mare ed il suo corpo ha viaggiato, grazie alle correnti, dallo specchio acqueo tra San Vito Lo Capo e Ustica fino al Tirreno calabrese. In poco più di un mese sarebbe rimasto solo lo scheletro, poi riemerso, appunto, lungo il litorale di San Ferdinando.

Che il corpo appartenga a Vito lo ha comunicato formalmente la Procura di Palermo, stamani, attraverso un documento firmato dal pm Vincenzo Amico, titolare del fascicolo sul fatale sinistro marittimo, in riscontro alla richiesta pervenuta dall’avvocato Aldo Ruffino, legale della famiglia Lo Iacono.

A Palermo, lo scorso 24 novembre, erano stati trasmessi gli atti della Procura di Palmi, che aveva ordinato gli accertamenti scientifici sullo scheletro di San Ferdinando. Gli stessi atti, però, sono arrivati a destinazione soltanto l’altro ieri, ovvero il 7 dicembre. La perizia redatta dai consulenti tecnici Francesco Introna, Pietro Tarzia e Alessia Leggio, dopo un’attesa lunga cinque mesi, era stata depositata invece il 23 novembre a Palmi, da qui la trasmissione del fascicolo in Sicilia, al magistrato che indaga sul gravissimo sinistro in mare costato la morte dei tre pescatori e l’affondamento della Nuova Iside.

Dalla consulenza è emersa la piena compatibilità tra il campione genetico ricavato dai prelievi sui familiari di Vito Lo Iacono e quello dei campioni acquisiti dal cadavere recuperato. Ad indirizzare gli inquirenti, sin dal ritrovamento, alcune tracce di inchiostro sui pochi lembi di carne rimasti sul corpo, ciò che restava – quindi – di un tatuaggio marinaresco che aveva il giovanissimo pescatore siciliano. Se finalmente la famiglia dei pescatori siciliani, la cui tragedia ha scosso un intero Paese, potrà avere almeno una salma da piangere, resta senza fine l’incubo della famiglia di Francesco Vangeli, il ragazzo di Scaliti di Filandari, nel Vibonese, vittima della lupara bianca il 9 ottobre del 2018.

Francesco fu assassinato ed il suo corpo gettato nel Mesima, fiume che sfocia proprio nel mare tra Rosarno e San Ferdinando. Anche Francesco aveva sul suo corpo dei tatuaggi ispirati al mare e ciò aveva alimentato la speranza tra i suoi cari di poter avere, finalmente, una tomba sulla quale posare un fiore. Quello però era il corpo di Vito, non di Francesco.

Giornalista
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