Un asse criminale consolidato tra la Calabria e la Sicilia, costruito per garantire un flusso costante di cocaina verso le piazze di spaccio catanesi. È uno degli aspetti più significativi che emerge dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Catania nell'ambito dell'indagine sul clan Mazzei, storica articolazione mafiosa conosciuta anche con il nome di "Carcagnusi".

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il gruppo avrebbe sviluppato nel tempo rapporti diretti con fornitori calabresi, ritenuti in grado di assicurare partite di droga a costi particolarmente competitivi, consentendo così all'organizzazione di mantenere un ruolo di primo piano nel narcotraffico etneo.

Tra gli indagati per i quali il gip deciderà eventuali misure dopo l’interrogatorio figurano anche due uomini originari della provincia di Reggio Calabria: Carmine Alvaro, classe 1988, nato a Scilla, e Simone Condina, nato nel 1989 a Cinquefrondi. Entrambi sono indagati per avere – secondo l'accusa – ceduto in concorso un quantitativo imprecisato di cocaina al gruppo riconducibile a Filippo Popolo e Renato Dario Gravagna, struttura operativa collegata alla famiglia Mazzei.

L'episodio contestato risale al 7 febbraio 2024 e si sarebbe consumato a Messina, città individuata dagli investigatori come punto di incontro logistico tra i referenti siciliani e quelli calabresi.

Il "canale calabrese"

Le dichiarazioni raccolte nel corso dell'inchiesta, comprese quelle di alcuni collaboratori di giustizia, descrivono la Calabria come il principale mercato di approvvigionamento del sodalizio.

Biagio Augusto Limonelli avrebbe riferito agli inquirenti che Cristian Intravaia Marletta, indicato come figura di vertice operativo dei Mazzei, sarebbe stato "in affari con dei calabresi per lo stupefacente".

Ancora più significativo il racconto del collaboratore Salvatore Sam Privitera, secondo il quale i "Carcagnusi" avrebbero potuto contare sull'appoggio di un parente residente in Calabria, capace di favorire l'acquisto della cocaina a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati da altri canali.

Un vantaggio strategico che, sempre secondo il collaboratore, tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021 avrebbe consentito al clan di movimentare ingenti quantitativi di droga, arrivando a rifornire anche altre organizzazioni criminali del territorio catanese.

Gli investigatori ipotizzano dunque l'esistenza di una rete familiare e criminale che avrebbe agevolato i rapporti tra i due versanti dello Stretto, creando un collegamento stabile con i mercati del narcotraffico calabrese.

Viaggi riservati e incontri sullo Stretto

L'ordinanza ricostruisce anche l'organizzazione logistica che avrebbe sostenuto il traffico.

Un ruolo centrale sarebbe stato ricoperto dall’indagato Francesco Mannino, detto "Ciccio", al quale viene contestato il compito di mantenere i contatti con i fornitori calabresi e di partecipare personalmente alle trasferte necessarie per definire gli approvvigionamenti.

Le intercettazioni documentano diversi momenti ritenuti rilevanti dagli inquirenti.

Il 24 gennaio 2024 Filippo Popolo avrebbe annunciato un imminente viaggio in Calabria insieme a Salvatore Luca Zappalà, soprannominato "Bulgarelli". Proprio al ritorno da quell'incontro, secondo la ricostruzione investigativa, Popolo avrebbe illustrato ai propri sodali i dettagli della trattativa economica appena conclusa.

Il prezzo della cocaina, stando alle conversazioni captate, oscillava tra i 25 e i 26mila euro al chilogrammo, una soglia considerata particolarmente vantaggiosa dagli stessi interlocutori.

In un'altra occasione, il 6 febbraio 2024, Popolo avrebbe fatto riferimento a un nuovo approvvigionamento imminente, indicando un contatto operativo nella zona di Tropea.

Il giorno successivo, il 7 febbraio, gli investigatori localizzano alcuni degli indagati a Messina, dove sarebbero arrivati soggetti provenienti dalla Calabria a bordo dei traghetti. Proprio in quella circostanza si sarebbe concretizzata la cessione contestata ad Alvaro e Condina, mentre nelle conversazioni intercettate emerge anche il riferimento a una somma di circa 30mila euro destinata al pagamento della partita di droga.

Il vantaggio competitivo dei Mazzei

L'indagine mette in luce come il collegamento con la Calabria non rappresentasse un episodio isolato, ma un vero e proprio asset strategico per l'organizzazione.

Le forniture a prezzi inferiori rispetto ai normali canali di mercato avrebbero infatti garantito al gruppo un significativo vantaggio competitivo. Le stesse carte dell'inchiesta evidenziano come, in altre trattative documentate dagli investigatori, il prezzo della cocaina potesse raggiungere i 30, i 33 e perfino i 37mila euro al chilogrammo, a seconda della qualità e del fornitore.

Secondo l'impostazione accusatoria, la capacità di mantenere rapporti stabili con interlocutori calabresi, unita a una struttura organizzativa dedicata alla gestione dei contatti e dei viaggi, avrebbe consentito al clan Mazzei di alimentare con continuità il proprio mercato dello stupefacente, nonostante arresti e sequestri che negli anni hanno colpito l'organizzazione.