Ex Lsu-Lpu, la soluzione transitoria proposta dai sindaci “giapponesi”

Accerchiati e isolati, una manciata di Comuni calabresi ancora si oppone al rinnovo dei rapporti di lavoro: «In attesa del Governo, la Regione ci autorizzi all’impiego senza contratto»

di Enrico De Girolamo
1 gennaio 2018
14:16

Non basta che il presidente Mario Oliverio affidi a un comunicato stampa la sua esortazione a rinnovare i contratti ai lavoratori ex Lsu e Lpu. I sindaci che ancora non hanno provveduto alla stipula dei contratti a tempo determinato si sentono accerchiati e isolati come soldati giapponesi, ma resistono, nella convinzione che non siano superabili le lacune e le contraddizioni della normativa in vigore. Propongono, dunque, una soluzione transitoria, cioè essere autorizzati dalla Regione a utilizzare i lavoratori in questione come “normali” Lsu e Lpu, su convenzione, rimandando la stipula dei nuovi contratti a tempo determinato.
È quanto hanno chiesto i primi cittadini di Rosarno, Galatro, Giffone, Cittanova, Melicuccà, San Ferdinando, Seminara, San Giorgio Morgeto, Scido, Melicucco, Laganadi, Calanna, Maierato, Molochio, Campo Calabro, Varapodio, Galatro e Samo, ricevuti ieri dal prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari.

 

L'antefatto: le origini del corto ciurcuito

Per comprendere meglio i motivi della loro richiesta è necessario un antefatto. I circa 5mila lavoratori coinvolti nella vertenza a livello regionale provengono dal bacino dei lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità, una sorta di lavoro nero di Stato perché non hanno mai beneficiato di contributi e coperture assicurative. Nel 2015 è stato avviato il processo di stabilizzazione, con la stipula di regolari contratti a tempo determinato della durata di un anno: da allora i lavoratori in questione sono diventati “ex” Lsu e Lpu uscendo dal vecchio bacino di provenienza. L'iter prevede che al terzo anno di contratto si maturi il “diritto” ad un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Oltre questo termine, però, chi non ottiene il posto fisso e continua ad essere contrattualizzato a termine può fare causa al proprio Comune datore di lavoro e farsi risarcire i danni. Il 2018 rappresenta, dunque, lo spartiacque: da qui in poi i contratti a tempo determinato della durata di un anno, gli stessi stipulati dal 2015 per avviare il processo di stabilizzazione, sono ancora possibili, ma alla luce della legge Maida espongono i Comuni a possibili ritorsioni giudiziarie.

 

La maggioranza dei Comuni ha rinnovato i contratti

Da questo timore è nata l’opposizione alla stipula dei nuovi contratti da parte di alcuni Comuni calabresi e la crescente tensione degli ultimi giorni. La stragrande maggioranza delle Amministrazioni, però, ha deciso di procedere con la stipula, accogliendo le rassicurazioni della Regione («Non vi lasceremo soli», ha detto Oliverio) e accettando il rischio. Resta una manciata di Comuni, circa una ventina, forse qualcosa di più, che invece rimane ferma nella convinzione che nuovi contratti a tempo determinato non si possano stipulare. 

Torniamo, dunque, alla soluzione di compromesso prospettata nella riunione alla Prefettura di Reggio, alla qual ha partecipato anche il presidente di Anci Calabria, Gianluca Callipo.

 

Tornare nel vecchio bacino Lsu-Lpu

Ebbene, i sindaci in questione propongono di continuare a utilizzare i lavoratori in questione come Lsu e Lpu, sostenendo che, essendo rimasti senza contratto alla data del 31 dicembre, siano di fatto tornati nel vecchio bacino. Quando poi arriverà l’auspicato “intervento risolutivo” da parte del Governo, i Comuni stipuleranno i nuovi contratti a tempo determinato. Per attuare questa soluzione, che consentirebbe ai lavoratori di non restare disoccupati e ai loro Comuni di non interrompere l’erogazione di servizi essenziali, è necessaria però un’esplicita autorizzazione da parte della Regione.

 

La nota congiunta dei sindaci

Nella nota congiunta diffusa al termine della riunione a Reggio, a sostegno della loro posizione intransigente, i sindaci hanno ribadito l’esistenza di «una incongrua sovrapposizione di disposizioni legislative che impediscono una decisione responsabile e serena da parte di tutti gli amministratori nell’interesse dei lavoratori e delle comunità amministrate».
In particolare, tra i nodi da sciogliere hanno evidenziato il superamento del termine dei 36 mesi con contratto a tempo determinato; la verificata impossibilità, per molti comuni, di rispettare un completo piano di assunzioni nel triennio 2018/2020; le difficoltà nella copertura finanziaria e nella necessaria verifica da parte dell’organo di controllo interno.
«Preoccupati per la sorte dei lavoratori e per la copertura dei servizi minimi essenziali – hanno scritto i primi cittadini -, esprimiamo la ferma volontà di contribuire a garantire, per tutti i lavoratori coinvolti, la continuità occupazionale e la conseguente dignitosa stabilizzazione per come previsto dall’art. 230 del D.Lgs. 75/2017. Chiamati a dirimere i paradossi di un conflitto normativo di cui non abbiamo responsabilità, non ci sottraiamo al nostro dovere di governo, ma poniamo in primo piano il rispetto della legge».

 

Precari di serie A e precari di serie B

La palla passa ora alla Regione, che dovrà dare riscontro alla richiesta degli irriducibili. Una risposta, quella di Oliverio, che però non è scontata e potrebbe innescare un nuovo braccio di ferro, ad esempio sulla concreta sussistenza di un bacino Lsu e Lpu, che in teoria non dovrebbe più esistere. Qualora la Regione dovesse accettare la soluzione di compromesso proposta, si creerebbe comunque un singolare dualismo tra ex Lsu e Lpu, oggi garantiti da un contratto e in grado, in futuro, di fare causa ai Comuni che non li dovessero stabilizzare, e “nuovi” Lsu e Lpu che tornerebbero a operare senza garanzie contrattuali e senza la prospettiva di una rivalsa giudiziaria, così come è sempre stato fino al 2015.


Enrico De Girolamo

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