Sono 35 le misure cautelari in carcere eseguite nell’ambito della vasta operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e condotta dai Carabinieri con l’impiego di oltre 200 uomini. Il provvedimento ha avuto esecuzione nella provincia reggina e in numerose località del territorio nazionale: Catanzaro, Cosenza, Palermo, Catania, Trapani, Caltanissetta, Torino, Milano, Pavia, Pescara e L’Aquila.

A illustrare l’inchiesta è stato il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli, che ha preliminarmente richiamato le garanzie previste dall’ordinamento: «Ovviamente siamo in fase di indagini preliminari, quindi il provvedimento cautelare è soggetto a impugnazione e gli indagati vanno ritenuti innocenti fino alla sentenza definitiva di condanna».

«Si parla quindi di accuse mosse nei loro confronti che sono quelle di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, aggravata sia dal metodo sia dalla finalità di agevolazione mafiosa, per avere agito al fine di agevolare la cosca Alvaro di Sinopoli», ha spiegato Borrelli. Agli indagati vengono contestati anche reati in materia di droga, detenzione di armi, tentato sequestro di persona a scopo di estorsione e altre fattispecie, per un totale di 47 capi di imputazione.

Le indagini sono state curate dalla Sezione operativa della Compagnia Carabinieri di Palmi e dal Nucleo investigativo del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro. «Si sono sviluppate in due diverse fasi che hanno avuto a oggetto sia la fase relativa all’importazione della sostanza stupefacente sia quella relativa alla sua commercializzazione», ha proseguito il procuratore.

Maxi operazione antimafia contro un'organizzazione ritenuta al vertice di un vasto traffico internazionale di cocaina. Dalle prime ore di questa mattina oltre duecento carabinieri hanno eseguito trentacinque misure cautelari in diverse regioni d'Italia, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Al centro dell'inchiesta, secondo l'accusa, un'associazione legata alla cosca Alvaro di Sinopoli, con traffici che avrebbero interessato anche il porto di Gioia Tauro

Il gruppo finito al centro dell’inchiesta sarebbe riconducibile al ramo della famiglia Alvaro denominato Paiechi. «Secondo la Procura è una porzione del più ampio sodalizio con particolare inclinazione al narcotraffico, essendo in grado di gestire sia l’importazione, sia lo stoccaggio e la rivendita della sostanza stupefacente».

Il primo segmento investigativo, relativo agli anni 2020 e 2021, si è fondato sull’analisi delle chat recuperate dalla piattaforma criptata Sky ECC. Il secondo, sviluppato nel periodo 2023-2024, è stato invece costruito attraverso attività tecniche volte a confermare la perdurante operatività dell’organizzazione.

«La cosa particolare è che l’analisi delle chat ha consentito di evidenziare come una parte significativa delle attività di narcotraffico, e mi riferisco essenzialmente alle attività di importazione della sostanza stupefacente dall’estero, in particolare dal Sud America, venisse svolta da alcuni degli indagati mentre si trovavano all’interno del carcere di Siracusa», ha dichiarato Borrelli.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, due detenuti avrebbero avuto a disposizione un telefono criptato utilizzato per comunicare con l’esterno. «Impartivano delle disposizioni che venivano eseguite. I soggetti in questione erano riferibili a diverse cosche criminali operanti nella regione Calabria: in particolare, c’era un soggetto riferibile al gruppo Alvaro-Paiechi e un altro riferibile alla cosca Gallace di Guardavalle. Entrambi avevano riferimenti all’esterno che eseguivano le direttive impartite dal luogo di detenzione».

Le comunicazioni avrebbero consentito di documentare diverse operazioni di importazione di cocaina dal Sud America, con destinazione il porto di Gioia Tauro. «Sono state documentate, attraverso la lettura e l’analisi di queste chat, alcune operazioni di importazione dal Sud America di ingenti carichi di cocaina che sarebbero dovuti arrivare al porto di Gioia Tauro ed essere esfiltrati attraverso alcuni portuali infedeli».

Tra le condotte contestate figurano un carico di 233 chilogrammi di cocaina proveniente dal Brasile e uno di 31 chilogrammi proveniente da Panama. «Segnaliamo queste operazioni per la loro particolare rilevanza, anche se in entrambi i casi il tentativo di importazione non andava a termine perché la droga veniva sequestrata prima di giungere in Italia, in particolare nel porto brasiliano di Santos e in quello panamense di Cristobal».

L’indagine ha ricostruito anche i rapporti tra l’organizzazione e alcuni lavoratori del porto incaricati di recuperare la droga dai container. «È stato documentato il rapporto esistente tra l’organizzazione, tra coloro che curavano direttamente l’importazione e le squadre di portuali addetti ai compiti di esfiltrazione della sostanza stupefacente, ai quali veniva riconosciuto il 15 per cento del valore della sostanza stupefacente stessa».

I portuali avrebbero fornito anche indicazioni finalizzate a eludere i controlli. «Veniva suggerito di utilizzare navi che giungessero a Gioia Tauro solamente in transito e che avessero come destinazione la Slovenia e la Grecia, in quanto sottoposte a minori controlli. Veniva consigliato di prediligere container non refrigerati perché sottoposti a scanner con minore frequenza oppure particolari modalità di occultamento del carico nell’ipotesi in cui venissero adoperati container refrigerati».

Dalle chat sarebbe emersa persino l’attenzione riservata alle liste delle imbarcazioni sospette. «Veniva controllato l’inserimento della nave nella blacklist della Guardia di finanza e addirittura la disponibilità alla rimozione della nave dietro pagamento di un supplemento aggiuntivo necessario a pagare il dipendente infedele che avrebbe svolto tale attività».

La seconda fase investigativa, sviluppata tra il 2023 e il 2024, avrebbe dimostrato la continuità operativa del gruppo nella distribuzione della droga. «La successiva attività veniva fondata su indagini di carattere tecnico e portava alla dimostrazione della perdurante operatività del sodalizio per quanto riguardava i canali di commercializzazione dello stupefacente importato».

«Le attività di indagine consentivano inoltre di ricostruire episodi di cessione e detenzione di armi, oltre a un’ipotesi di tentato sequestro di persona a scopo di estorsione. L’attività di intercettazione permetteva di ricostruire tutta una serie di operazioni aventi a oggetto sostanza stupefacente e, in particolare, venivano ricostruite 22 operazioni relative alla commercializzazione».

Nel corso delle attività sono stati eseguiti quattro sequestri, per un totale di oltre 25 chilogrammi di cocaina. «Il principale mercato di smercio della sostanza stupefacente era costituito dalla Sicilia, in particolare dai territori palermitani e catanesi, in cui si svolgevano la maggior parte delle cessioni, in alcuni casi portando la droga fino in Sicilia e in altri casi ricevendo i trafficanti siciliani a Sinopoli e Sant’Eufemia».

Proprio nei rapporti con un gruppo palermitano sarebbe maturata la vicenda del tentato sequestro di persona. «Nell’ambito di queste operazioni si svolgeva un attrito con un sodalizio palermitano, reo di non avere pagato una fornitura di cocaina per un importo di circa 500 mila euro. Gli acquirenti siciliani, dopo avere caricato la droga sul camion, erano fuggiti senza pagare».

Da qui i viaggi compiuti a Palermo per recuperare il credito. «Si ricostruiva una serie di viaggi dei sinopolesi a Palermo per cercare di risolvere il problema, viaggi che però non avevano un buon esito. All’esito di questi viaggi si programmava l’esecuzione di un sequestro di persona che avrebbe dovuto costringere a pagare il prezzo pattuito».

Il piano sarebbe stato organizzato in due diverse occasioni. «In entrambe venivano realizzati alcuni controlli sulle persone che avrebbero dovuto procedere a questo sequestro allo scopo di scoraggiarle, tanto che il sequestro non aveva luogo».

Per la Procura, proprio le modalità utilizzate per recuperare i crediti provenienti dal narcotraffico rappresentano uno degli elementi centrali nella contestazione dell’aggravante mafiosa. «È stata riconosciuta sia l’aggravante del metodo mafioso sia quella della finalità di agevolazione mafiosa. L’aggravante del metodo mafioso è ben comprensibile se si tengono presenti le modalità attraverso le quali la cosca realizzava e soprattutto si preoccupava di garantirsi il pagamento delle proprie spettanze concernenti il traffico di stupefacenti».

Per la Procura, proprio le modalità utilizzate per recuperare i crediti provenienti dal narcotraffico rappresentano uno degli elementi centrali nella contestazione dell’aggravante mafiosa. «È stata riconosciuta sia l’aggravante del metodo mafioso sia quella della finalità di agevolazione mafiosa. L’aggravante del metodo mafioso è ben comprensibile se si tengono presenti le modalità attraverso le quali la cosca realizzava e soprattutto si preoccupava di garantirsi il pagamento delle proprie spettanze concernenti il traffico di stupefacenti».

«Ho appena fatto riferimento al sequestro di persona, però in più occasioni sono state registrate evocazioni della provenienza e della caratura criminale del gruppo per poter acquisire una capacità di esazione del dovuto tale da superare ogni eventuale resistenza», ha sottolineato Giuseppe Borrelli.

L’altra contestazione riguarda la finalità di agevolazione della cosca. «Sono emersi elementi dimostrativi sul fatto che le operazioni di narcotraffico realizzate dal sodalizio siano state cofinanziate e dirette a procurare ritorni economici in favore di altri rami della famiglia, dei quali è stata riconosciuta la mafiosità».

Secondo il procuratore, l’indagine consente di inserire le singole attività di narcotraffico in una dimensione più ampia. «Sempre di più le cosche reggine si muovono in un contesto che supera i confini provinciali, un contesto in cui il narcotraffico diventa uno dei reati-fine dell’associazione mafiosa».

Il provvedimento rappresenta per la Procura un passaggio importante anche nella lettura della struttura della famiglia Alvaro. «Questa valutazione esclude un accertamento frammentato della cosca nei vari ceppi di cui pure si compone e ne riconosce una tendenziale unitarietà e una rappresentazione unitaria soprattutto sul territorio».

«Questo è stato possibile grazie a un’indagine che i Carabinieri hanno svolto in maniera molto certosina, al punto che il GIP arriva a queste conclusioni senza utilizzare le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che pure erano inserite nella richiesta cautelare e che si muovevano sempre in questa direzione».

Borrelli ha quindi richiamato il ruolo storicamente attribuito al ramo Paiechi nel traffico internazionale di stupefacenti. «Il ceppo dei Paiechi è storicamente coinvolto nel narcotraffico. Non abbiamo ancora sentenze passate in giudicato che riconoscano il fine di agevolazione mafiosa; per questo, questo passaggio è molto importante per arrivare successivamente, speriamo, a questa conclusione».

Nel corso delle indagini sarebbero emersi sistemi di esfiltrazione utilizzati anche in altri scali italiani. «Si confermano queste modalità di esfiltrazione dal porto di Gioia Tauro, ma anche dai porti di Genova e Salerno. Tendenzialmente si dimostra come una serie di attività interne al porto di Gioia Tauro stiano consentendo a questa infrastruttura di continuare a restare competitiva nei settori nazionali e internazionali del commercio via nave, senza pregiudicare le esigenze di sicurezza che stiamo provando a governare in maniera sempre più specifica».

L’obiettivo, ha chiarito il procuratore, resta quello di tutelare contemporaneamente la funzione economica dello scalo e contrastarne l’utilizzo criminale. «Il tentativo che stiamo facendo è riportare a unità giudiziaria gli accertamenti che abbiamo su questo gruppo che, al di là della sua origine preaspromontana, ha una capacità di espansione sul territorio nazionale e internazionale straordinaria».

Una capacità che emergerebbe con particolare evidenza dalle comunicazioni intercorse con i produttori sudamericani. «Basti pensare che un esponente apicale, munito di un telefono criptato, riusciva a intrattenere relazioni profittevoli con produttori latinoamericani grazie ai quali riusciva a ottenere l’esportazione nel nostro Paese di ingenti quantitativi di cocaina».

«Se addirittura in una condizione di restrizione carceraria questi esponenti sono in grado di generare queste movimentazioni di cocaina, immaginate cosa può succedere quando si muovono liberi sul territorio», ha concluso Borrelli. «L’obiettivo è garantire l’efficienza commerciale del porto di Gioia Tauro e, dall’altra parte, riuscire a contenere i tentativi che continuano a esserci di utilizzarlo come punto di arrivo di partite di cocaina. Le tecniche utilizzate per l’esfiltrazione dimostrano che le politiche interne al porto stanno funzionando».