'Ndrangheta e Comune di Locri: quei rapporti fra i clan e la politica

Nelle carte dell’operazione antimafia “Mandamento” la ricostruzione del sostegno elettorale delle cosche Cataldo e Cordì agli amministratori locali

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di Giuseppe Baglivo
7 luglio 2017
20:56
Comune di Locri
Comune di Locri

Rischia di avere dirette ripercussioni anche sulla politica di Locri, l’inchiesta della Dda di Reggio Calabria denominata “Mandamento jonico”. I magistrati antimafia nel provvedimento di fermo (gli indagati complessivi sono ben 291, di cui 116 arrestati) dedicano infatti un intero capitolo ai“Rapporti con il mondo della politica e delle istituzioni”, accendo così i riflettori sulle ultime elezioni amministrative che nel maggio del 2013 hanno registrato l’elezione a sindaco diGiovanni Calabrese, 48 anni, che ha ottenuto il 71,82% (4.641 voti) dei voti rispetto alla percentuale del 28,18% (1.821 consensi)dell’antagonista Antonio Cavo.

 


La consultazione elettorale – per come ricostruito dalla stessa Dda di Reggio Calabria - seguiva un breve periodo di commissariamento dovuto allo scioglimento della precedente amministrazione comunale per dimissioni “in blocco”, dell’allora primo cittadino Giuseppe Lombardo e della maggioranza dei consiglieri comunali, decorrenti dal 6 novembre 2012.

 

Per la nuova tornata elettorale si presentavano al voto le liste “Impegno e Trasparenza” e “Tutti per Locri”, capeggiate dai rispettivi candidati a sindaco, Antonio Cavo e Giovanni Calabrese. “Quest’ultimo – sottolineano i magistrati -,come più volte “profeticamente”anticipato da Antonio Cataldo cl. ‘64 nel corso delle intercettazioni, risulterà vincitore delle consultazioni con ampio margine di differenza in termini di voti. Parimenti, nella lista perdente, veniva eletto Mammoliti Giuseppe, pure lui – sostengono gli inquirenti- indicato quale beneficiario di un quoziente elettorale di derivazione mafiosa”.

 

La Dda di Reggio Calabria, sulla scorta di diversi dialoghi intercettati, evidenzia quindi quello che viene definito come “l’interessamento delle cosche Cataldo e Cordì in relazione alla scelta del candidato da appoggiare, ma soprattutto il potere di condizionare l’esito delle votazioni, sulla scia della pacificazione raggiunta dalle due famiglie” della ‘ndrangheta di Locri. Le indagini avrebbero permesso di appurare che la stipulazione della pace fra le due storiche consorterie mafiose di Locri si sarebbe fondata anche su accordi di natura “politica”, oltre che sulla equa ripartizione dei profitti derivanti dal controllo degli appalti pubblici.

Dalle intercettazioni, secondo i pubblici ministeri, emerge così “l’elevato indice di condizionamento che erano in grado imprimere le due cosche sull’esito finale delle consultazioni ed un’intesa tra di loro in tale direzione sarebbe stata determinante ai fini dell’aggiudicazione della tornata elettorale”.

 

Dell’appoggio fornito dalla famiglia Cataldo in favore di Giuseppe Mammolti (indagato e consigliere comunale di minoranza sino al 25 settembre 2015 quando rassegnava le dimissioni) veniva “acquisita prova – spiega la Dda - anche dalle intercettazioni predisposte all’interno dell’autovettura di Cataldo Francesco cl. ’58”, quest’ultimo arrestato nell’operazione “Mandamento”.

 

Il vicesindaco. E’ invece da un dialogo fra Antonio Cataldo (cl. ’64, indagato) ed un altro interlocutore che per gli inquirenti si ricava “il consenso goduto da alcuni candidati nell’ambiente criminale di Locri”. La Dda riporta il nome di Raffaele Sainato, a seguito delle elezioni “nominato vicesindaco, avendo nella precedente consiliatura ricoperto la carica di consigliere di minoranza” e che sarebbe stato “portato” dai Cataldo alle precedenti elezioni comunali, mentre nelle ultime del 2013 avrebbe goduto del sostegno di Renato Floccari, quest’ultimo fra gli arrestati dell’operazione “Mandamento jonico”. Sul vicesindaco Raffaele Sainato, la Dda di Reggio Calabria sottolinea che: “forte dei quasi 800 voti ottenuti, 795 per la precisione, l’assessore con delega al bilancio ed al personale Sainato Raffaele dettava legge in seno all’amministrazione comunale, gestendo a proprio piacimento le funzioni pubbliche demandategli in virtù del mandato ricevuto, oscurando persino la figura del sindaco Calabrese Giovanni”. I magistrati sottolineano poi quella che definiscono come “la derivanza mafiosa del risultato elettorale”, con particolare riferimento “alla figura del primo eletto Raffaele Sainato, con una voluminosa crescita in termini di voti ottenuti da quest’ultimo rispetto alle precedenti consultazioni”.

 

I consiglieri, gli assessori e il sindaco. Nelle carte dell’inchiesta spunta poi il nome del consigliere comunale Alfonso Passafaro risultato eletto nella lista vincente dell’attuale sindaco Giovanni Calabrese, con attribuzione della carica di assessore all’ambiente da cui si dimetteva il 9 giugno 2014. Alfonso Passafaro è “cognato dei fratelli Ursino Salvatore, detto Formaggino, Giuseppe, Antonio e Leonardo”. Giuseppe Ursino – annota la Dda – è stato ucciso in un “agguato di stampo mafioso il 22 aprile 1997”, mentre Salvatore Ursino è stato arrestato nell’operazione “Mandamento Jonico” con l’accusa di far parte del clan Cataldo.

 

L’interesse di Antonio Cataldo (cl. ’64) verso l’appuntamento elettorale sarebbe così diventato, secondo i magistrati, sempre “più stringente ancheperché iniziava a ricevere le avances di diversi candidati quali, in prima persona, il candidato a sindaco Calabrese Giovanni”, mentre per Alfonso Passafaro (candidato nella lista di Calabrese) si sarebbe speso, quale sostenitore, il cognato Salvatore Ursino (in foto). La Dda non manca poi di citare pure il consigliere comunale Maria Teresa Aronne, moglie di Vincenzo Rodinò, quest’ultimo al centro dei dialoghi - intercettati nell’operazione “Mandamento jonico” - con il suo interlocutore: Antonio Cataldo (cl. ’64, indagato).

“Dalle continue stime, fondate su commistioni varie tra i candidati e le cosche mafiose di Locri,vchi continuava a riscuotere maggiore successo dai sondaggi di Cataldo Antonio – ricostruiscono i magistrati - era senza ombra di dubbio la lista di Giovanni Calabrese sul conto della quale continuava ad acquisire importanti conferme circa il suo ambiguo legame con la famiglia Cordì, verso la quale poteva vantare dei riconoscimenti in ordine all’impiego di persone, ad essa riconducibili, nel Call Center di Locri nel cui ambito lo stesso Calabrese svolgeva mansioni divdirettore”.

 

Il nuovo “clima” di distensione “tra i due rami principali delle famiglie Cataldo e Cordì - capeggiate rispettivamente da Cataldo Francesco cl. ‘58 e Cordì Vincenzo cl. ’57 - dalle parole di Cataldo Antonio era sintomatico di una sinergia anche di natura politica tra le due cosche”.

Il discorso di Cataldo Antonio (cl. ’64) si basava – ad avviso dei pm - su dei caposaldi ben precisi. “I Cordì – scrivono gli inquirenti – avrebbero appoggiato la candidatura a sindaco di Calabrese Giovanni”, così come Cataldo Francesco, detto “‘u professore” (cugino di Antonio Cataldo) avrebbe appoggiato pure lui Calabrese tradendo elettoralmente l’avvocato Mammoliti.

 

“Durante il dialogo emergevano una serie di potenziali eleggibili da ambo le liste – spiegano i pm antimafia - la quasi totalità facenti parte della lista Calabrese”. Tali candidati venivano individuati in: “Vincenzo Panetta (attuale vice presidente del Consiglio comunale) che “stando alle notizie carpite da Ursino Salvatore aveva ricevuto visita da parte di Cataldo Francesco (in foto), ‘U Professore per “trattare” il voto; Fontana Giuseppe, anch’egli candidato nella lista “Calabrese” a sua volta collegata alla cosca Cordì; Congiusta Elisabetta avrebbe goduto dell’appoggio di Cataldo Francesco, U Prufessuri, e della sua schiera; Baldessarro Anna che– concludono i magistrati -dalle parole di Salvatore Ursino, avrebbe raccolto il voto concordato da parte della stessa famiglia Ursino”.

 

Nessuno dei politici, tranne l’avvocato Mammoliti, risulta indagato. Ma sugli stessi la Dda di Reggio Calabria si sofferma (nei termini di cui sopra) al fine di spiegare i rapporti con la politica coltivati dai clan di Locri dei Cataldo e dei Cordì e da alcuni degli arrestati ed indagati nell’operazione “Mandamento jonico” come Antonio e Francesco Cataldo, Renato Floccari e Salvatore Ursino.

 

Giuseppe Baglivo

Giornalista
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