'Ndrangheta, la “confessione” dell'uomo dei Gallico sulla latitanza del boss Morgante: «Per lui ci sono sempre stato»

Dall'operazione Ponente forever emergono particolari sulla clandestinità del luogotenente della cosca, catturato a Roma nel 2018. Gli investigatori hanno intercettato il figlio Giuseppe e Carmelo Sgrò. Che ha ammesso di aver aiutato il fuggitivo. E garantito altri soldi per le famiglie e gli avvocati

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di Alessia Candito
16 settembre 2020
15:02
L’operazione dei carabinieri che ha portato alla cattura di Morgante
L’operazione dei carabinieri che ha portato alla cattura di Morgante

«Sempre ci sono stato sempre… sempre! dalla A alla Z in modo economico ed in modo di appoggio». Se non è una (involontaria) confessione quella di Carmelo Sgrò, poco ci manca. Ascoltato dagli investigatori che da tempo gli stavano addosso e monitoravano tutti i suoi contatti e spostamenti, l’uomo del clan Gallico in Liguria, coinvolto ieri nell’operazione Ponente forever, racconta per filo e per segno quanto fatto per nascondere il latitante Filippo Morgante.

Check sulla latitanza

È il marzo del 2019, Morgante è stato sorpreso a Roma e arrestato già da qualche mese quando il figlio Giuseppe si presenta a sorpresa a casa di Sgrò, ad Arma di Taggia, per chiedere – se non pretendere – dettagli sulla latitanza del padre. Vuole capire cosa sia andato storto, perché e come sia stato individuato, se ci siano state leggerezze o errori.

Il report di Sgrò

E per difendersi, Sgrò comincia a parlare. «A tuo papà quando si è mollato latitante, il primo che l’ha portato qua sono stato io..ok?» dice in premessa. Poi diventa un fiume in piena. Parla dell’assistenza in Liguria, dove Morgante padre è stato “scortato” persino a riunioni di 'ndrangheta, per gli spostamenti in Lombardia, della casa sicura trovata oltreconfine, in Francia, usata però solo una ventina di giorni, quindi del supporto logistico ed economico quando il latitante ha scelto di trasferirsi a Roma.

Il dramma dei documenti

Al figlio però ci sono cose che non tornano, a partire da quei documenti falsi che tanto hanno tardato ad arrivare. «Ognuno di noi resta il più preciso possibile, perché tante cose potevono fare (inc) e non sono mai state portate a compimento (…) ci sono voluti otto mesi e neanche sono stati conclusi per il documento, so che magari non è facile per carità perché oggi come oggi non è facile ma a lui non gli è mai stato dato un documento», tuona il figlio del latitante, mentre Sgrò si giustifica.

 

«Un documento gliel'ha dato, non gli è piaciuto perché giustamente secondo me non era neanche... cioè sia perché non gli è piaciuto perché poi è venuto Emanuele si è messo con un cazzo di macchinario per vedere se era vero o falso, che ce l'hanno negli aeroporti e che lui ce l'aveva... e si vedeva che era falso», dice. Un altro ancora non andava bene perché l’originario proprietario della carta d’identità ne aveva denunciato lo smarrimento.

Niente tirchierie con i latitanti

Ed è qui che Morgante junior si inalbera. «Ma perché a Manuele queste cose non gli succedono?». La domanda (trabocchetto) chiama in causa Emanuele Cosentino, un altro latitante della cosca Gallico, ma Sgrò non coglie. «Perché?» chiede e Morgante jr parte come una furia «perché le persone non le lasciava scontente e quando andava a trovarli li trovava con un certo tono (…) faceva la denuncia? non la faceva la denuncia».

 

E ancora «una persona Carmè, una persona se uno non è per queste cose non c'è niente di male, uno dice "ragazzi io non me la sento"». Insomma – tuona il figlio del latitante – se vuoi gestire la fuga di qualcuno devi saperlo fare, scegliere bene i complici e non lesinare sul denaro.

«Gli ho lasciato 15mila euro»

Sgrò si giustifica «io ci ho lasciato 15 mila euro e non so dove cazzo sono finiti quando lui è stato arrestato, un mese prima 14200». In più dice «ogni volta - scendevo 1500-2000 perché era combinato "abart"». Ancora prima c’erano stati i soldi per l’assistenza legale «perché tuo papà c’ha l'avvocato Barillà che glielo abbiamo messo noi» e «più dargli pure duemila euro per l'avvocato per questo che cazzo dovevo fare?», si difende Sgrò, senza dimenticare di fare riferimenti alla comune famiglia, sottolineando che «l’unione fa la forza non le chiacchiere».

 

Morgante jr alla fine abbozza, però in nome dell’unione e del comune destino batte cassa. Ha bisogno di soldi. Per gli avvocati, per i detenuti, per mantenere le famiglie rimaste fuori. Sgrò non gradisce ma sa che non si può sottrarre. Piange miseria, ma poi capitola «e dai vediamo il prossimo mese di raccoglierteli, ma non mi dare date».

Giornalista
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